strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un uomo spaziale venuto da Plutone

Parliamo di creatività, vi và?
Partendo con una foto che mi è appena capitata sotto gli occhi, ed ha avviato un bel cortocircuito, per cui eccoci qui.
Si tratta della foto di una lettera, inviata il 17 di ottobre 1984 ad un tale che si chiama Steven Spielberg, e per conoscenza a Robert Zemeckis e Robert Gale, da un signore della MCA di nome Sid Sheinberg. Che era il presidente, della MCA, non un passacarte. Una lettera riguardo a un film provvisoriamente intitolato Back to the Future. La lettera è questa…

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C’era una cava in Cornovaglia

L’idea di fare questo post mi è venuta la notte scorsa mentre chiacchieravo con la mia amica Silvia. Si parlava dell’impressione che le cose andranno sempre peggio, e si cercava un modo per tenersi su, e a me è venuto in mente che c’era un posto, in Cornovaglia, vicino a una cittadina chiamata St Blazey, dove per 160 anni avevano estratto argilla per ceramiche. Una cava.

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Un grosso buco nel terreno, una quindicina di metri al di sotto della falda freatica.
Nel 1981 lo usarono come set per girarci le scene della serie Guida Galattica per gli Autostoppisti ambientate sul pianeta Magrathea – che come forse ricorderete Douglas Adams descrive come un posto decisamente squallido… ”Mi divertirei di più in un cacatoio per gatti” dice Ford Prefect.
Nel 1990, la cava era esaurita, la Guida Galattica era finita, e nessuno sapeva cosa farsene, di quel buco nel terreno.
E così ci misero una foresta tropicale. Continua a leggere


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Sofferenza & Controllo

Scrittura, scrittura.

zencreativityUn sacco di diverse cose si sono sovrapposte e rimescolate, negli ultimi giorni, riguardo alla scrittura: dal parlarne con alcuni amici online, al fatto che ho riletto alcuni capitoli di The Zen of Creativity, di John Daido Loori (in particolare il capitolo sull’espressione dell’inesprimibile), e poi quel bel filmato che gira, di Stephen Fry che parla del piacere del linguaggio contrapposto all’applicazione pedestre e pedante delle regole, fino ad un breve scambio di idee sul concetto di controllo – e di abbandono del medesimo – di là sul blog della mia amica Clarina.

E in effetti è proprio il controllo, la questione centrale di cui mi piacerebbe discutere.
Controllo e scrittura.
Ma anche, perché anche di questo ho chiacchierato, di sofferenza e scrittura, o meglio ancora sofferenza e creatività.

Ecco, parto da qui. Continua a leggere


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Barbonismo digitale international

E se facessi un pork chop domenicale?
Del tipo… ricordate la vecchia faccenda del pagare i blogger?

Qualora vi mancasse, quella parte della storia, la storia faceva pressappoco così…

Visto che produco contenuti di qualità per il diletto di un pubblico, perché si dice che io non meriti un compenso?
Perché lo fai per passione, imbecille, mica per soldi – e se dovessi pagare per leggerti, smetterei semplicemente di leggerti, tanto chissenefrega.
Sì, ok, ma e la dignità dell’autore? E il rispetto? E pagare le bollette?
Ma vaffanculo, mica ti ho chiesto io di scrivere! Trovati un lavoro, stronzo!
E se mettessi un semplice bottone per le donazioni libere?
Dimostreresti di essere un barbone.

Ah, i bei tempi delle gilde e delle corporazioni!

Ah, i bei tempi delle gilde e delle corporazioni!

Ecco, più o meno così.

La caciara sui blogger barboni è certamente uno dei tre o quattro eventi degli aultimi mesi alla base dell’attuale senso di stanca che gran parte dei blogger che conosco provano nei confronti del blogging.
A nessuno piace sentirsi dire “ti leggo perché sei gratis.”
A nessuno piace sentirsi come le patatine mettono sul bancone del bar all’ora dell’aperitivo – non le hai ordinate, ma le mangi ugualmente.
A nessuno piace sentirsi fare certi discorsi da persone che sventolano la propria integrità e la gratuità della passione, salvo poi aprire siti web col pulsante per le donazioni, o essere tra i promotori di discutibili “certificazioni professionali” per web-writer.

La mia opinione?
Sul mio blog ci sono pulsanti per le donazioni, una variegata wishlist, persino il pulsante per i bitcoin.
Non vi obbligo a pagare.
Ma se volete, vi rendo estremamente facile esprimere il vostro gradimento.

Che, guardacaso, scopro essere il punto di questo bell’intervento di Amanda Palmer, alias Signora Neil Gaiman.
Che merita di essere ascoltato.
Anche se lei, naturalmente, non ha una certificazione come public speaker che ne giustifichi la dignità.


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Tutti voi zombie

Laurea in Lingue e Letterature Moderne, Master in Comunicazione e Mediazione Interculturale, Dottorato in Germanistica.

Otto marzo, festa della donna.
O qualcosa del genere.
Una buona occasione per un sacco di signore per comportarsi in maniera esecrabile ma molto cool (o così sono portate a pensare) in locali tristi in cui laureati e dottorati in materie fuori mercato si denudano per stimolare ormoni sopiti da anni di tran-tran familiare.

Ma io vorrei elevarmi di un micron appena al di sopra dello squallore e parlare d’altro, in questa occasione.
Si tratta di un post che ho promesso ad un’amica, ed ha una certa attinenza con l’occasione e sì, anche col modo in cui la cultura dominante tende a celebrarla.
Ma anche con un sacco di altre cose.

Quindi, così, come premessa, esplicitiamo subito il nocciolo della questione.
Noi (il che significa io, la mia amica di cui dicevo, ed un sacco di altre persone) ci siamo francamente stancati di sciropparci pistolotti ipocriti da creature danneggiate che pretendono di spiegarci che nella vita abbiamo sbagliato tutto.
Ci sono domande?

OK, procediamo col pork chop express. Continua a leggere


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Due escursioni nella mente

Fra i (parecchi) saggi letti nel periodo estivo, due avevano la parola “mente” nel titolo.
E pur con taglio, tono e scopo diverso, non solo si sono rivelati letture estremamente interessanti, ma anche curiosamente in sintonia.

Ma forse, considerando gli autori…
Entrambi sono esperti di educazione, con una lunga esperienza come consulenti di aziende e governi.
Uno è nato nel 1942 e l’altro nel 1950.
Entrambi sono self-made-men.
Entrambi sono inglesi.
Entrambi hanno rivoluzionato il proprio ambito di laoro e venduto milioni di copie dei propri libri.
Uno è diventato ricchissimo.
L’altro si è beccato un cavalierato dalla regina d’Inghilterra.
Uno ha il taglio un po’ cialtronesco del venditore assoluto, l’altro il piglio un po’ cialtronesco della persona che non ce la fa a prendersi sul serio.

Veniamo ai libri.

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Zitto e scrivi! – Tre di Tre

Sto leggendo contemporaneamente tre libri (non lo faceva anche Nero Wolfe?) che se non trattano dello stesso argomento, per lo meno toccano temi contigui.
E temi che abbiamo già visto su questo blog.
Tre volumoni, belli massicci – uno prestato, uno regalato, uno acquistato usato.
Perché non farci un post?
Anzi – tre…

Terzo volume – The Complete Artist’s Way, di Julia Cameron, pubblicato da Penguin nel 2007 e regalatomi due anni or sono da un’amica che aveva giudicato il libro dalla copertina.

Nonostante il titolo, le gru ed il vulcano in copertina ed il sottotitolo Creativity as a Spiritua Practice, non si tratta infatti di un testo taoista, o zen.
Julia Cameron, ex moglie di Martin Scorsese, è una scrittrice pubblicata in una varietà di media (narrativa, saggistica, musical, poesia, sceneggiature cinematografiche, commedie teatrali).
The Artist’s Way – originariamente un volume da 200 pagine (pubblicato in Italia da Longanesi), ormai un mostro da oltre 700 pagine nell’ultima edizione aggiornata – rappresenta la formalizzazione delle pratiche messe in atto dalla Cameron per utilizzare la scrittura come mezzo per uscire da una pessima miscela di depressione, psicosi e dipendenza da sostanze.

E questo mi piace, naturalmente, perché significa che scrivere può salvarti la vita, e cosa c’è di più importante di questo?

E sono quindi anche disposto a sorvolare sulla spiritualità di stampo cattolico-new age dell’autrice – che alla lunga suona un po’ caramellosa, ma se quella è la strada che ha trovato, chi sono io per criticarla?
Perché oltre a trattare la scrittura come una pratica che ti salva la vita, la Cameron dedica le settecento e rotte pagine del suo libro a trattare di creatività, senza definirla.

Come ho detto nel primo di questi post concatenati, ho letto un sacco di manuali di scrittura – alcuni buoni, altri meno buoni.
C’è un trucco, un sistema, per stabilire all’istante quali siano quelli meno buoni – sono quelli che perdono tempo a spiegarci cosa sia ciò che ci vogliono insegnare.
Cos’è la scrittura.
Cos’è la creatività.
Cos’è l’arte (Dio ce ne scampi!)

Ma se non definiamo ciò che vogliamo fare, come facciamo a farlo?

La risposta è semplice – facendolo.

Se vogliamo scrivere, leggere e scrivere sono attività fondamentali.
Insieme con il confronto col pubblico – perché l’ho già detto, chi scrive per non essere letto non ha bisogno di scrivere – sono tutta la scuola di cui abbiamo bisogno.

Ma scrivere a comando non è facile.
Si può imparare la tecnica, ma se poi non si ha nulla da dire, rimane tutto un bell’esercizio di futilità.
È qui che entra in gioco il fattore creatività – ed il libro della Cameron.

Definire qualcosa come la creatività può in effetti essere controproducente – perché non è assolutamente detto che quella sfaccettatura del mio carattere che iio definisco creatività corrisponda esattamente alla vostra.
E poi, anche ammesso che esista una creatività monolitica, la si impiega allo stesso modo in scrittura, fotografia ed esecuzione musicale?
Le definizioni sono zavorra, in questo caso.

Il libro della Cameron rappresenta un insieme di esercizi e pratiche quotidiane il cui unico scopo è quello di stimolare la creatività – qualunque cosa essa sia.
Chiaramente, se vogliamo fare della nostra attività creativa anche un percorso di crescita, dovreo avere delle regole strette – e c’è nelle routine descritte dall’autrice la ferrea cadenza di una pratica che le ha permesso di emergere sana da un posto molto molto brutto.
Ma è proprio questo principio di ascensione che giova alla struttura del volume.
Che se non definisce la creatività ma ci fornisce esercizi per stimolarla, allo stesso modo non definisce la buona scrittura, ma ci rivolge le domande giuste per aiutarci ad identificare le cattive abitudini, gli errori, le sciocchezze, l’auto-boicottaggio.

Va bene, lo sappiamo... questa non è una Alouatta ( o "scimmia urlatrice"), ma dateci un po' di margine, ok?

È qui che si innesta un altro meccanismo interessante.
Perché se scrivere, se creare, significa un così approfondito lavoro su di noi, sulla nostra struttura mentale, allora è innegabile che scrivere, creare, ci cambia.
E ci offre quindi l’occasione di cambiare in meglio.
Di diventare persone migliori.

OK, tranquilli, non sto per mettermi a salmodiare mantra bruciando incenso.
Non ho intenzione di buttarla sul mistico, ma piuttosto sul pratico.
Considerate un dato di fatto: scrivere con le scimmie urlatrici nel cervello è abbastanza difficile.
Per scrivere servono calma, disciplina, e controllo.
Urgenza, forse, ma non fretta.
Pressione, ma non stress.
Bisogna avere il coraggio di esporsi ma non l’ansia di mettersi in mostra.
È assolutamente necessario tenere l’ego sotto controllo – specie se vogliamo guardare al pubblico ed imparare da esso, modulare la nostra produzione sulle sue esigenze ma non sulle sue aspettative.
Dobbioamo guidare la danza col lettore, non manipolarlo o spintonarlo in una direzione o in un’altra.
Per scrivere è assolutamente indispensabile conoscere noi stessi e conoscere gli altri, e tirare fuori il meglio.

Poi, si può anche naturalmente scrivere rimanendo egocentrici, arroganti e disprezzando e manipolando il pubblico.
Però diranno di noi che siamo degli stronzi.
Magari in gamba, ma stronzi.
C’è chi si accontenta…

Un altro buon modo per riconoscere i mediocri manuali di scrittura è valutare l’atteggiamento dell’autore verso ciò che sta insegnando, verso se stesso.
Se si presenta come il Tarzan della giungla letteraria, sbandierando premi, caratteri battuti al minuto e migliaia di parole al giorno, ci sono buone, ottime probabilità che ciò che abbiamo fra le mani sia il frutto di un ego in suppurazione.
Anche in questo, la Cameron, con la sua esperienza negativa come punto di partenza, sgonfia immediatamente ogni traccia di superominismo.
La Cameron ha provato un altro sistema per stimolare la creatività – e ne ha riconosciuti gli effetti distruttivi.
Questo è un manuale di ricostruzione personale.
Il libro è zeppo di esercizi, sfide al lettore, prove pratiche, questionari, contratti.
È farcito di citazioni, strutturato in capitoli brevi, e servito da una semplice struttura – tutte le mattine, d’ora in avanti, dovrai alzarti un po’ prima e scrivere una pagina.
E un paio di sere al mese offrirti una cena e volerti bene.

Non pare troppo difficile.

Basta leggere The Artist’s Way per divenatre scrittori.
No.
Ma probabilmente non si diventa scrittori.
Al limite, si diventa scrittori migliori.

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