strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un messaggio dal nostro sponsor

[questo non è il post che avevo in programma – volevo replicare al post di Alex Girola su Plutonia Experiment. Poi, ho letto il giornal…]

Il vecchio volume I Limiti della Crescita, originariamente uscito nel 1972, quando avevo cinque anni, è qui seduto sul mio scaffale.
È stato aggiornato due volte, gli autori – nonostante si dichiarino ottimisti – più tetri ad ogni nuova tornata.
No, non gli autori… le prospettive.

L’idea di fondo è che la crescita continua dell’economia mondiale è una illusione – esistono limiti materiali calcolabili con una certa precisione.
L’idea è stata ampiamente criticata, ma ciò che è interessante del volume – al di là della correttezza del modello – è la proposta di un modello che elimina un fattore critico dal sistema: l’infinito.
Indipendentemente da quali stime voi decidiate di utilizzare riguardo alla disponibilità di materie prime e di risorse, oggi è inammissibile costruire un modello che preveda risorse infinite.
E se le risorse sono finite, allora anche la crescita di un mercato fondato su quelle risorse è, ovviamente, finita.
Le teorie economiche che sostengono “e andrà sempre meglio, per sempre”, sono false.

In risposta all’ipotesi di una crescita, negli ultimi decenni sono emerse alcune ipotesi per una decrescita.
Il termine decrescita non mi piace – comporta una idea di marcia indietro, di rinuncia.
È un termine negativo.
Si presta a colossali fraintendimenti. Continua a leggere


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La seconda volta

E così, passando per Malniboné, veniamo al fatto che il tempo è, certo, dalla nostra parte (lo dicevano i Rolling Stones), ma a volte ci gioca dei brutti tiri.

Del tipo – la prima volta che ho ascoltato The Minstrel in the Gallery dei Jethro Tull, l’ho trovato insopportabile.
Oggi – una ventina d’anni dopo – è probabilmente uno dei miei dischi preferiti di Ian Anderson & Co.

Oppure – La Vita, Istruzioni per l’Uso, di Georges Perec.
Caspita, che libro!
Ma quante volte l’ho iniziato senza riuscire ad andare oltre le prime… mah, dieci pagine?
Ora l’ho preso seriamente in considerazione fra i libri con cui essere intombato.

E parlando di intombamenti, ve l’ho già detto, vero, che il giorno del mio funerale voglio che mettano un disco di Carly Simon durante le fasi finali della sepultura (quando i becchini gettano via i fiori e si mettono al lavoro con le pale)?
C’è una specifica canzone di carly Simon che voglio sia suonata quel giorno.
Beh, ne parliamo magari un’altra volta…
Ma di fatto, il primo disco di Carly Simon che mi sono comperato poi l’ho regalato perché non mi piaceva (scemo! Oggi quel vinile vale un sacco di soldi!)

O Richard Dawkins… Dawkins l’ho dovuto leggere in inglese perché mi diventasse simpatico…

Ed ho fatto unafatica bestia ad arrivare oltre le prime venti pagine di Flashman and the Mountain of Light – solo per arrivare in capo a tre anni a venerare Harry Flashman, e a leggere quasi tutto ciò che ha scritto George Macdonald-Fraser.

Succede.

Pork chop express riflessivo e malinconico, dunque, ma in ultima analisi ottimista.
E piano bar – anche del fantastico – su richiesta di Alex Mcnab.

Il punto è che, molto spesso, ci capitano fra le mani libri, dischi, film o più in generale esperienze che non siamo ancora pronti a metabolizzare.

È anche un po’ per questo, ad esempio, che mi dà abbastanza in testa questa mania, per dire, degli adolescenti che fanno il giro del mondo a vela in solitaria a diciassette anni.
No.
Il mondo in solitaria devi girarlo a quaranta, per vivere l’esperienza in modo significativo.
Credo (mai girato il mondo in solitaria, quindi…)

Può capitare, perciò, di avere lì sullo scaffale un libro che al primo approccio ci ha lasciati assolutamente indifferenti, o peggio, ci ha fatto schifo, salvo poi scoprire per caso, quindici anni dopo, che ora parla ad una parte di noi che, semplicemente prima non c’era.

Viviamo nell’illusione di essere immutabili, di restare coerenti con noi stessi, di crescere senza cambiare.

Ma il nostro corpo ricicla ogni singola cellula ogni nove anni, e la nostra mente cambia molto molto più di frequente.
Ma poiché il processo è dinamico, e continuativo, non ce ne accorgiamo – come cerchiamo di non accorgerci della pancetta, dei capelli che diventano grigi, degli amici che imborghesiscono, si sposano, si abbioccano davanti a La Signora in Giallo… loro che una volta suonavano in una cover band degli Iron Maiden.

Le esperienze si accumulano, le soddisfazioni, le delusioni, i processi di apprendimento.
Di pari passo col processo di sostituzione cellulare, tutto questo fa sì che io, oggi, non sia la stessa persona che ero dieci anni or sono.
E se è vero, è indubbio, che ci sono libri (per me, soprattutto) o dischi o film o esperienze, che hanno fatto di me ciò che sono (buon argomento per un post, eh?), è anche in dubbio che ci siano stati libri, film, dischi ed esperienza che non ero ancora equipaggiato per apprezzare.
E chissà se lo sarò mai.

Quindi, varrebbe la pena, io credo, di rileggere, una volta ogni tanto, non solo il nostro libro preferito, ma anche provare a riprendere uno di quei titoli che ci hanno assolutamente raccapricciato.

Rivedere un film.

Riascoltare un disco.

Non si tratta semplicemente di rivalutare il libro, il disco, il film.
Si tratta di rivalutare noi stessi – confrontarci con ciò che eravamo.
Dopotutto, noi stessi siamo l’unica persona che siamo sicuri di ritrovare al nostro risveglio ogni mattina, per il resto della nostra vita.
Conviene cominciare a conoscersi a fondo.

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