strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Hai detto crisi?

Alessandro Girola, che sta qui nella cella accanto nel Blocco C della blogsfera, ha fatto un post parlando della crisi del fantastico in Italia – e concentrandosi sostanzialmente sul mercato dei libri. Perché è quello che facciamo noi qui ai lavori forzati nel Blocco C: scriviamo libri.

La tesi di Alex si concentra sul fattore delle vendite e individua quattro cause principali

  • la contrazione della lettura come attività ingenerale – leggere non è (più?) un passatempo diffuso e popolare
  • il crescente disinteresse degli appassionati del fantastico per la narrativa scritta, preferendo altri media
  • la mancanza di una critica seria e accessibile che contribuisca a formare il gusto del pubblico
  • la povertà qualitativa dell’offerta

E io non posso che concordare punto su punto.
Non posso però evitare, anche, di segnalare un altro fattore che non so se sia causa o sintomo della situazione generale, ma è certamente un dato reale, e significativo – ed è la narrazione diffusa.
Ed è questo il tema di questo post o, come dicevano i Supertramp…

Crisi? Che Crisi?

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Povero di tempo, povero di denaro (o viceversa)

Mi sono trovato a riflettere, un paio di noti addietro, su una strana faccenda legata alle mie attuali circostanze, ed alla situazione generale.

Come ho accennato altrova, questo inizio 2013 (inizio oramai inoltrato) ha portato un po’ di imbarazzi economici – nulla di devastante, ma certo, per motivi già discussi, la questione del pagare le bollette è passata dall’essere una cosa della qual esi occupava in background la mia banca, all’essere il frutto di una oculata gestione personale delle mie finanze.
Ovvero – tocca far due conti e tirare la cinghia.

Piggy-bank7Ma la cosa che mi ha in effetti sorpreso, in questo mio impoverimento di danaro, è stato il parallelo impoverimento di tempo.
Mi ha sorpreso perché, abitualmente, si associa la penuria di quattrini con la sovrabbondanza di tempo libero.
Forzatamente libero.
Da una parte, l’ipotesi che il danaro incassato sia proporzionale alle ore lavorate è profondamente radicata nella nostra cultura – l’ideale pseudorandiano secondo il quale se ai poveri nonpiacesse davvero la povertà, basterebbe loro lavorare di più.
Dall’altra, la carenza di pecunia limita seriamente le possibilità nel tempo libero – niente cinema, serate al pub, cene esotiche, gite fuori porta.
Avanza un sacco di tempo.
O no?

Beh, apparentemente no.
Perché a quanto pare, quando le cose si fanno difficili (la Crisi, ricordate?), ci si ritrova semplicemente a lavorare molto di più per incassare sostanzialmente meno.
Un po’ dipende dai clienti – come sa benissimo qualunque freelancer, affermare di poter fare il lavoro in trenta ora significherà semplicemente che il committente
a . ci chiederà di farlo in venticinque
b . cercherà di cacciare a forza nel pacchetto cinque ore in più
Un po’ dipende dal fatto che quando si ha bisogno di lavorare ci vengono proposte tariffe più basse.

clock-faceMa una parte consistente del problema tempo dipende dal fatto che, quando i conti si fanno sul centesimo, si spreca un sacco di tempo.
Per fare i conti al centesimo, ad esempio.
Oppure per fare quella mezz’ora di macchina in più che ci permetterà di approfittare delle offerte speciali di quel certo supermercato.
O nell’ora – tra andare e tornare – per raggiungere il posto dove tenere le lezioni, riparare il computer, ammaestrare le pulci o quale che sia la nostra attività di sussitenza, il nostro piano B, C, D.
E poi il tempo impiegato per delineare i piani E, F, G, e H – che, l’esperienza ce lo insegna, diverranno tragicamente necessari se la situazione continuerà ad essere quella attuale.
E non ci sono segnali che ci lascino sperare il contrario.

E così non ho tempo di scrivere (le mie storie) perché devo scrivere (i miei articoli).
Non ho tempo per tradurre (ciò che mi piacerebbe tradurre) perché sono troppo impegnato a tradurre (ciò per cui mi pagano):
Non ho tempo per leggere un buon libro… beh, no, ok, ce l’avrei, se non mi prendesse l’ansia di sapere che il tempo passato a leggermi un libro potrei spenderlo (aha!) per inventarmi una nuove fonte di introiti, per portarmi avanti col lavoro, per fare dei conti…

L’anticamera della depressione, della lenta discesa nella spirale per cui si disperdono energie e risorse e si riesce solo a scivolare più in fretta giù per la china.
È il momento di rivedere le priorità, o soccombere.

Esiste però un rovescio della medaglia, sperimentato nelle ultime settimane – come per il denaro, anche col tempo, l’averne poco può essere compensato dall’amministrarlo con attenzione.
E qui c’è una bella differenza – perché se è vero che amministrare con cura le nostre finanze, da solo, non basterà a farle aumentare, amministrare con cura il nostro tempo ci può permettere di accrescerlo, e di usarlo meglio.

Non credo esista una ricetta preconfezionata e buona per tutti per la gestione del tempo.
Ma è possibile, con un po’ di attenzione e un po’ di inventiva, sviluppare una propria tabella di marcia che potrebbe farci scoprire che, sì, i soldi sono pochi, ma ogni giorno ci viene consegnata fresca una nuova giornata di 24 ore – e possiamo usarla per fare un sacco di cose.
Anche staccare per un po’, e smettere di pensare ai quattrini.

Il tempo è importante.
Come diceva Harlan Ellison – e aveva ragione – soldi potrò sempre guadagnarne degli altri.
Il tempo non è soggetto a rivalutazioni, speculazioni e aumenti di capitale.
Ma nessuno potrà mai restituirci quello che ci viene sottratto (o che buttiamo)*.

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* Oh, una rapida nota sulle opportunità.
Culturalmente sono portato a vedere qualunque cosa mi capiti come un’opportunità per migliorare, perimparare qualcosa di nuovo, eper mettere a frutto ciò che ho imparato.
Ma questo non significa che io accolga questi tempi maledetti, come una meravigliosa opportunità della quale rallegrarmi.
Non sono stupido fino a quel punto.


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Usurpazione di titolo

introductions-like-gentlemanQuesto post nasce da una osservazione fatta nei giorni passati.

Nell’ultimo mese/mese-e-mezzo, dovendomi presentare a destra e a sinistra, dovendo postare biografie sul web e mandare richieste a questo o quell’altro personaggio, mi sono scoperto a descrivermi più frequentemente come autore che non come ricercatore.

Ora, in effetti, è vero che negli ultimi due mesi i miei conti li ha pagati la scrittura, non certo la ricerca.
Incluse le spese per la ricerca – anche quelle, me le son pagate vendendo un paio di articoli.
O facendo traduzioni.
E non ho intenzionedi smettere, avendo la possibilità di proseguire.

Ma non è della crisi economica devastante e della necessità di reinventarsi, che vorrei parlare qui e adesso, quanto la questione delle qualifiche e delle etichette.

È usurpazione di titolo, definirmi autore? Continua a leggere


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Minestrone Intellettuale

Sto per rivelare un antico segreto anticrisi, e al contempo sto per fornire il template base per un tipo di iniziativa che mi piacerebbe da morire organizzare – e così qualcuno la copierà e si prenderà il merito.
Ma forse no.
E chiunque abbia bisogno di rubarsela da qui, l’idea, non ha le capacità per realizzarla.
E il pubblico ha comunque il diritto di sapere.
Si tratta del Minestrone Intellettuale.

Ci fu un tempo, prima che ministeri e segreterie tagliassero i fondi agli studenti universitari, un tempo misterioso ed oscuro in cui gli studenti erano squattrinati allo stesso modo*.
In quei tempi eroici, quando far quadrare il bilancio era un’impresa epica, ed esisteva ancora una certa solidarietà fra compagni di corso, alcuni studenti torinesi inventarono la pratica del minestrone intellettuale.

Ma procediamo con ordine.
Negli anni ’20 e ’30, in piena era del jazz, esisteva la pratica del Rent Party.
Per pagare l’affitto, si organizzava una festa, e chiunque poteva entrare, apatto che mettesse un’offerta in una scatola da scarpe (o contenitore equipollente).
Una lunga nottata di musica, balli sfrenati ed ubriachezza molesta, all’alba della quale di solito si erano raccolti abbastanza quattrini da coprire le spese, i danni, e pagare l’affitto.
Bello liscio**.

Il minestrone intellettuale è un cugino stretto del rent party.
Ne rappresenta, se vogliamo, una variante mediterranea, un classico esempio di italico ingegno applicato alle italiche miserie.
Ed è, soprattutto, più adatto ad un ambiente un po’ ingessato come quello dell’area precollinare torinese (e non parliamo del centro), dove riunirsi per ballare e ascoltare musica jazz, specie fra gli anni ’80 e ’90, era considerato un po’ passé.

Come si fa?
Semplice – si organizza una cena, una cosa non esageratamente complicata, che accontenti tutti, un po’ rustica (e poco dispendiosa, un minestrone, ad esempio), una cosa che possa accomodare almeno venti ospiti a tavola, e si invitano a partecipare un paio di persone interessanti.

  • Ricercatori universitari spiantati.
  • Artistoidi sfusi.
  • Docenti compiacenti.
  • Viaggiatori da altri lidi.
  • Scrittori e aspiranti tali.
  • Varia umanità.

Un paio, solo un paio.
In base agli ospiti della serata, si stabilisce un tema – la musica dodecafonica, le commedie di Shakespeare, la teoria delle stringhe, la filosofia taoista, la vita quotidiana a Tokyo…
E poi si pubblicizza l’iniziativa e si vendono i diciotto posti che avanzano.
Si promette una serata divertente, con una cena sostanziosa, in compagnia di conversatori interessanti e di indubbio fascino.
Una cosa molto esclusiva.


In quei tempi oscuri, si mettevano i coperti a circa ventimila lire a testa.
Facile alzare, pagate le poche spese, 300.000 lire a serata.
Quattro serate al mese?
Sei?
Spese pagate, affitto sistemato.
Magari anche un cachet per gli ospiti – che però, considerando che avevano già scroccato la cena…
Tali e tante sono le variazioni sul tema del minestrone, che è solo una questione di fantasia – non si rischia certo di annoiare i partecipanti.
E poi comunque, vista la varietà di possibili temi, ed il numero limitato di posti, è facile mantenere alto l’interesse.

Lo si faceva in posti diversi.
Alloggi studenteschi, locali gestiti da amici in serata di morta…
Si favoleggiava di un gruppo di studenti che affittavano un vecchio alloggio elegantissimo, in centro, con una grande sala da pranzo, e che intrattenevano in gran pompa.
Ma ci si poteva anche organizzare diversamente.
Unici elementi fondamentali – qualcuno che sapesse cucinare un minestrone (e chi non sa cucinare un minestrone?) e una buona conversazione.
Ricordo un progetto che non riuscimmo a realizzare – la Cena con lo Squartatore, una cena vegetariana*** con chiacchiere storiche, letterarie e criminologiche su Jack lo Squartatore.
Facile.
Ma quello venne più avanti, e già si era cominciato a mettere su un po’ di arie, nel giro universitario torinese.
Non so se oggi si potrebbe fare, in università.
Oggi tirano di più i corsi di sushi.

Eppure, adesso, ormai vecchio e stanco ma sempre comunque spiantato, mi piacerebbe organizzare cose del genere.
Conosco – di fama – un tale che nella zona di Urbino organizza cene col geologo.
Sarebbe un modo divertente di fare cultura, e divulgazione.
E alzare qualche piastra.
Devo trovarmi un complice in zona.
Magari una trattoria…

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* tanto per dire che, anche quando si tratta di causare il tracollo finanziario, ministeri e segreterie sono spesso superflui.

** scoprii nel 1992 che la pratica del rent party era ancora viva e vegeta in certi collegi femminili londinesi, dove poteva assumere anche la variante Bring a Bottle – chi portava una bottiglia di qualcosa, poteva entrare senza versare l’obolo alla scatola da scarpe.

*** ma come feci notare, una selezione di affettati sarebbe stata più in tema.


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Perché non ci riusciamo

Questa è una specie di top five che avrei preferito non fare.
E tuttavia si tratta di riflessioni che ho in macchina da parecchio, stimolate da alcune disavventure recenti.
Ho anche messo giù qualche appunto, in preparazione di un incontro che dovevo avere ieri pomeriggio (domani pomeriggio al momento di scrivere questa pagina).
Perché allora non condividerle, per vedere cosa ne viene fuori?

Il fatto è che, come in tutti i grandi momenti di crisi, stare fermi con gli occhi chiusi sperando che passi non è la soluzione.
Lo stato di crisi è anche foriero di opportunità, di possibilità reali.
La regola di base, nel momento in cui la catastrofe ci investe è – rimboccarsi le maniche, e non smettere di pensare.

Ma allora perché non lo facciamo?
Perché stiamo affrontando supinamente ciò che ci sta investendo -a livello personale e collettivo?
Perché, per dire, la crisi dei posti di lavoro significa il crollo delle ricerche di lavoro?

Qui di seguito ci sono alcune idee.
Una specie di modello del fallimento cronico ed irreversibile.

E già che ci sono, vorrei fare osservare che si tratta di un modello scalabile – non importa che si lavori a livello personale, familiare, di condominio, di isolato, di quartiere, di centro abitato o di regione… i fattori in gioco sono sempre gli stessi. Continua a leggere


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C’è molta crisi – una Top Five

L’altro giorno, RaiNews, nel mostrarci le immagini del prossimo giubileo della regina Elisabetta, c’ha messo sotto All You Need is Love, dei Beatles.
Che c’entra un po’ poco, con la regina e con il giubileo.
Capisco God Save the Queen fatta dai Pistols.
O Victoria fatta dai Kinks.
Ma All You Need is Love?

Non che RaiNews dedichi molto spazio al giubileo della regina d’inghilterra, naturalmente.
Dedica inveca un sacco di spazio alla crisi.
Senza metterci sotto alcuna colonna sonora pop.
E sì che i Fab Four fecero Taxman, che cascherebbe a fagiolo.

E così sono sceso nel sottoscala dove tengo i vinili, ed ho tirato fuori cinque dischi fatti apposta per la crisi.
Perché se dobbiamo andare all’inferno in un secchio, tanto vale che ci godiamo la corsa, come dicevano i Grateful Dead.

Vediamo… Continua a leggere


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Crisi e Opportunità

No, questa signora non è Angelo Benuzzi, ne ha nulla a che fare con lui...

Poiché tratto (anche) di questioni ambientali, questo post è accompagnato dalla tradizionale immagine della signora in verde.
Ma cominciamo con lo specificare che l’inconsapevole istigatore di questo post altri non è che il mio vicino di cella Angelo Benuzzi, che sul suo blog, un paio di giorni addietro, ha sostenuto una tesi abbastanza provocatoria ma meritevole di attenzione…

La crisi porta pulizia nei bilanci. Di tutti. Si tagliano le voci superflue (per chi ne aveva ancora da tagliare), si considerano con più attenzione tutte le spese e si guarda con occhio sospettoso chi propone altre occasioni per indebitarsi a tassi mirabolanti. Il declino delle carte revolving è una conquista di questa crisi e che gli dei del caos si prendano chi le ha inventate.

La visione della crisi come occasione di rinascita e non come ultimo atto della nostra civiltà mi fa venire in mente un argomento che bazzico da alcuni anni.
Ci ho anche tenuto un seminario ai colleghi dottorandi di Urbino, quattro anni or sono, ma la cosa poi è morta lì, e tutti sembrano ancora troppo timidi per avvicinarsi ai (talvolta massicci in effetti) volumi a riguardo, così, per farsi un’idea.
Io però continuo a provarci.
Oggi tocca a voi.

I primi propugnatori del modello lo chiamarono Modello di Panarchia, ma oggi si parla più comunemente di Modelli di Resilienza.
Non fate quella faccia… non è così difficile.

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Morti viventi, dalle 9 alle 5

… E così ho acquistato un nuovo computer.
Mi serviva, la vecchia macchina perdeva i colpi e faticava a reggere tutto il software che devo caricare per la tesi di dottorato.
Nelle ultime settimane c’era stato qualche problema – un paio di blocchi, qualche file perduto…
E così ho detto addio a parte dei risparmi per le vacanze ed ho comperato un nuovo computer.
Bello.
A buon mercato.
Ma non è di questo, che voglio parlare.

Sono ormai quasi dieci anni che solco i mari lavorativi in veste di freelance – anche l’improvvisa (e mille volte benvenuta) aggregazione all’Università di Urbino, è vissuta semplicemente come un contratto un po’ più lungo e un po’ più complicato degli altri.
E in dieci anni di freelancing è stato ieri, per la prima volta, in un negozio di computer, che mi si è insinuata nella testa un’idea orribile – che non sarebbe male, per dire, fare un lavoro dalle nove alle cinque (assemblatore di computer? Passacarte? Colletto bianco?) e poter poi staccare.
Senza l’ansia dei pagamenti che arrivano cronicamente in ritardo.
Senza i duelli rusticani con il fiscalista.
Senza il planner pieno di scarabocchi e la necessità di pianificare le giornate al minuto, al contempo restando abbastanza flessibili da accomodare tutto il resto.
Senza il dubbio – arriverà qualcosa?
L’articolo verrà accettato?
Pagheranno la traduzione?
Ci saranno abbastanza iscritti al corso?

Ora, naturalmente, l’idea che un lavoro come zombie corporativo possa annullare queste ansie e non sostituirle con altre, è semplicemente un’illusione romantica.
È la variante a costo zero (ma è davvero così?) della barca da quattordci metri della quale abbiamo appena finito di discutere.
Ma il fatto che arrivi a scalfire la mia animaccia da freelance (“persona insofferente dell’autorità”, mi aveva definito un collega all’Università di Torino) è probabilmente un segno di quanto male vadano le cose, di quanto lo stress da crisi economica cominci a farsi sentire davvero.
Non stiamo a discutere se sia crisi reale o indotta, vissuta o percepita – nelle teste delle persone la crisi sta andando avanti, e se è solo un’infezione memetica, certo è la più efficiente del secolo.
Quando la crisi è cominciata, i freelance hanno prosperato – come è logico che organismi meno specializzati facciano nei momenti di crisi.
Ora sta arrivando a toccare anche noi.
E non è che non ci sia lavoro, badate.
Sono i soldi, che mancano.
Il lavoro commissionato e regolarmente eseguito non viene pagato.
Il corso programmato salta perché due studenti si ritirano e non c’è più il numero minimo.
La traduzione non viene pagata perché l’editore chiude.

Ed ecco allora che arriva questa idea nefasta, che le masse senza volto se la passino in fondo meglio – dalle nove alle cinque, poi un boccone di cena e un film.
Ma sarà davvero così?
O è la propaganda, che striscia?

Certo mi piacerebbe discutere coi miei amici che bazzicano l’horror, se mai nessuno abbia utilizzato questa idea dell’appeal dello zombie – non del vampiro, badate (quello è management, non forza lavoro – la vampirizzazione equivale a diventare più fighi agli occhi dei deboli) ma dell’anonimo non morto.
La zombieficazione come liberazione dalle responsabilità, dallo stress.

Sinistro.
Per consolarmi, ora vado e metto giù un paio di idee per delle conferenze pubbliche.
Gratuite, magari.
Bisogna arginare l’avanzata degli zombie.