strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La cucina della Via della Seta

Dicono, lifestyle blogging, e allora lifestyle sia!

Uno degli aspetti divertenti dell’usare categorie così ampie, è la possibilità di riunire sotto ununico cappello elementi disparati, legati da un filo conduttore inaspettato.
Del tipo…

La mia passione per la Via della Seta è documentata – al punto che la Via della Seta è uno dei temi conduttori dell’altro mio blog, quello in inglese, Karavansara.
Beh, interessarsi della Via della Seta significa leggere narrativa, un sacco di storia, le biografie di infiniti cialtroni, splendidi volumi fotografici, cataloghi di mostre, libri d’arredamento e libri di cucina.
Et voilà – lifestyle blogging.

Il che ci porta a un libro piuttosto interessante che è entrato a far parte della mia collezione per capriccio, e si è rivelato una lettura molto interessante sotto parecchi punti di vista.

the-silk-road-gourmet-volume-one-western-and-southern-asiaThe Silk Road Gourmet, di Laura Kelley, primo di una serie prevista di due volumi, è un interessante libro di cucina.

Ora, bisogna fare una distinzione molto netta – in questo momento nel nostro paese sembra che esistano solo più libri che trattano di cibo e trasmissioni televisive relative alla cucina; siamo in preda ad una frenesia di cibo che può essere un sinistro, bulimico segnale del baratro che si avvicina (quanti animali si ingozzano, quando sentono arrivare la fine?) o un segnale della desolazione generale. In entrambi i casi è necessario fare un po’ di chiarezza.

Quando parlo di libro di cucina, ho in mente qualcosa di radicalmente diverso dal ricettario.
Il ricettario è uno stupido catalogo di ricette, un manuale operativo su come assemblare un toast o disporre delle lasagne in una teglia.
Può essere utile, ma è sostanzialmentesterile.
Lo si possiede non per leggerlo, ma per consultarlo.
Non è letteratura più di quanto sia letteratura un dizionario dei sinonimi.

Il libro di cucina è un libro nel quale, attraverso le ricette e la cultura che le circonda, si esplora uno spazio o un tempo.
Nessuno – se non un idiota – descriverebbe An Omelette and a Glass of Wine di Elizabeth David un ricettario.
Leggere il libro della David ci offre uno spaccato di una certa epoca, in un certo luogo – la Francia meridionale nei dintorni della guerra.
Con i suoi sapori, le sue convenzioni, le sue regole.
Il suo lifestyle, se volete.
Il libro di cucina, in questo senso, è un’opera letteraria che ha, come elemento unificante, il cibo e la sua cultura.

Lo stesso discorso vale per The Silk Road Gourmet, un libro di cucina scritto da una antropologa, e che esplora l’Asia occidentale e meridionale attraverso la cucina – l’uso delle spezie ma anche i percorsi del commercio delle spezie, i sapori ma anche la cultura dei popoli coinvolti, i rapporti fra salato e dolce, fra riso e latte, i condimenti, le salse, i piatti della festa e quelli di tutti i giorni.

Troppe le ricetteper citarle tutte, ma tutte estremamente… suggestive.

Polpette di carne con aglio e menta alla maniera Afghana?
Fagiolini con salsa al pomodoro alla maniera dell’Azerbaijan?
Manzo al curry con cannella e erba limoncella alla maniera di Sri Lanka?

Non è sempre caviale, ma non possiamo davvero lamentarci.

A parte il fascino delle ricette – qui siamo piuttosto lontani dalla sbobba per elite di massa* di certi locali etnici della metropoli – c’è il gusto di poter legare le ricette alla storia di un popolo, alle sue vicissitudine, ai movimenti di popolazioni attraverso i secoli.

Se è garantito per portare sulla tavola alcuni piatti decisamente insoliti, A Silk Road Gourmet è anche un gran bel libro da leggere.
È scritto bene, con un tono amichevole, ed una curiosità che coinvolge.

Questo non è uno stupido ricettario.

Il volume è disponibile sia in cartaceo che in formato elettronico, e a mio parere vale abbondantemente l’investimento in tempo e denaro.
L’autrice ha anche un bel blog, che non seguo con la regolarità che vorrei.

Attendo con non poca curiosità e interesse l’uscita del secondo volume – che dovrebbe occuparsi della varietà e della diversità della Cina, fra le altre cose.

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* No, non è una contraddizione in termini


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Come un esempio…*

C’è una frase che fa più o meno così…

alcuni di noi fanno qualcosa della propria vita
altri, la vita li usa come esempio

Che non è proprio una cosa gentile.
Ma il fatto è che io in questi giorni, ragionando sui miei tre anni di lavoro di ricerca, sto giungendo alla conclusione che, in Italia, nel 2012, il mio progetto di ricerca, sulla generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, e nello specifico mediante generatori idroelettrici, abbia più un valore didattico e culturale che non pratico e applicativo.

Il che mi caccerà certamente nei guai quando verrà il momento di discutere la mia tesi, ma c’è poco da fare.
La storia ha fatto del micro-hydro, ora, nel nostro paese, un esempio.
E per una volta, potrebbe non essere male**.

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Monoliticamente contro il progresso

Di quando in quando è utile – anche se tutt’altro che piacevole – sperimentare qualcosa di profondamente repellente, che ci faccia sentire sporchi per alcune ore, gravati da un miasma untuoso del quale non sappiamo come liberarci.
Non è autolesionismo.
Classifichiamola come ricerca.
È cercare di scoprire come pensano “Loro”.

Ieri, un amico mi segnala un articolo uscito su una testata nazionale.
Un articolo nel quale l’autore, che non esita a definirsi “un sincero xenofobo” (son soddisfazioni, immagino), lamenta il calo delle nascite nel nostro paese.
Un calo delle nascite che l’autore collega direttamente con lo sbarco di immigrati illegali sulle nostre coste.
Meno figli = più barconi, dice.

Sì, John Brunner aveva già previsto tutto.

Di fatto, non vengono portati dati a supporto dell’ipotesi – e francamente dopo diec’anni passati ad analizzare statistiche ecologiche, io il legame diretto faccio abbastanza fatica a rilevarlo.

In quella che si configura palesemente come una guerra demografica (o si fanno più bambini, o si finisce sommersi da “quelli là”), il nostro autore ha tuttavia trovato una soluzione.
Poiché è dimostrato che esiste una forte correlazione negativa fra livello culturale delle donne e numero di figli delle medesime, beh, che diamine, smettiamo di riempire la testa di quelle sceme con idee pericolose, e torniamo a ingravidarle a manetta.
In fondo è quello che vogliamo, no?
Femmine ignoranti e disponibili che non ci stressino col volerla sapere più lunga di noi e pensino a sfornare ed accudire marmocchi.

Ora, una tesi del genere, espressa in un bar dopo sei o sette bicchieri di bianco secco, sarebbe semplicemente ridicola.
Che a pubblicarla sia un quotidiano nazionale è francamente inquietante.

E d’altra parte, il dato è corretto – il livello di educazione delle donne influenza negativamente il numero delle nascite.
Una donna istruita, ben inserita nella realtà produttiva e culturale della propria comunità, ha altri modi per realizzarsi che non sfornando bambini per un marito che le legittimi.
È un dato di fatto, tanto che si parla di Girl Effect…

Ed è questo che sfugge all’autore di quel piccolo orribile articoletto – che un calo nelle nascite non è in se una cosa negativa… soprattutto se corrisponde a un miglioramento radicale delle condizioni di vita della comunità.
E la correlazione fra livello di educazione della popolazione femminile e qualità della vita nella comunità è positiva, reale e documentata.
Dalle nostre parti la si chiama progresso, ed è una cosa un po’ complicata, per certe persone, ma non lo è davvero…

Ed è questo, credo, l’elemento più profondamente inquietante dell’articolo.
Mascherandosi da sana (?) preoccupazione per la supremazia della razza (dove l’avevamo già sentita?), è in realtà una posizione fortemente contraria al progresso, al miglioramento delle condizioni in cui noi ed i nostri simili viviamo.
È la linea di chi vuole tenerci saldamente in basso e a sinistra nel grafico del professor Rosling qui sopra.
Oltre ad essere “sinceramente xenofobo”, l’autore è anche profondamente neofeudale, e fermo ad un modello di società in cui il capitale umano contava di più del capitale tecnologico – tanti figli = tante braccia nei campi.
Ma il capitale umano, inteso come numero di persone e non come competenze di quelle persone, ha smesso di avere importanza con la rivoluzione industriale.
Come?
Abbiamo industrie che non rinnovano il proprio modello produttivo da oltre un secolo?
Già.
Ora sappiamo che giornali leggono i loro consigli di amministrazione.


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Biblioteche britanniche – adattarsi o scomparire

Casco su un interessante post del blog di Will Gompertz, redattore artistico della BBC.

Le biblioteche britanniche sono in crisi – cala il numero dei frequentatori, cala il numero dei prestiti.
I politici e gli amministratori – a quanto pare – non se ne erano accorti, ma ce ne eravamo accorti noi che leggiamo libri di seconda mano: la quantità di libri provenienti da biblioteche chiuse è aumentata sensibilmente.
E col calo del numero dei prestiti cala anche il flusso di denaro che la legge britannica prevede venga versato agli autori e traduttori a basso reddito in funzione di quanta gente legge i loro libri in biblioteca.

Ma non è la questione soldi agli autori, che interessa Gompertz – ed il sottoscritto.
Ciò che è interessante è la possibile risposta alla domanda: come possono adattarsi le biblioteche per sopravvivere in un mondo in cui i libri costano sempre meno e si trovano al supermercato, o si scaricano online?

La cosa è interessante per due motivi.
Il primo, perché in Gran Bretagna – paese di lettori “forti” – molte biblioteche stanno sopravvivendo egregiamente nonostante la crisi.
Ed il secondo è che le strategie utilizzate dalle biblioteche possono essere riciclate, per dire, dalle librerie – anche in un paese di lettori “deboli”.

Si comincia ovviamente con un’idea storta, ma che funziona – spostare la biblioteca al pub.
Il George & Dragon di Doncaster, a quanto pare, fa affari d’oro – ci si può fare una birretta e intanto leggersi un buon libro.
Altri hanno proposto di spostare la biblioteca al supermercato.
L’idea è la stessa – si parla di outreach, l’istituzione deve aprirsi alle realtà esterne.

Più coerentemente, è ormai ovvio che offrire libri e basta non funziona.

Nasce così l’Idea Store, biblioteca polifunzionale che gestisce anche un archivio sulla storia locale, propone corsi di educazione a vario livello ed attività per ragazzi ed adulti, è aperta 24 ore su 24 e a costo zero.
700.000 visitatori l’anno.

O la londinese School of Life, biblioteca che offre anche corsi di biblioterapia, un consultorio e un esperto in bibliografia che, sulla base di ciò che ci piace, può consigliarci nuovi libri da leggere.

How do they do it? Simple. By fusing the idea that made bookshops and book festivals so popular. They have talks, lectures, courses and a staff whose focus is the visitor experience. There are promotional displays of books put out on tables. And they serve a decent cup of coffee. As people leave classes they are encouraged to borrow books on their way out.

Quindi proporre incontri con gli autori, conferenze, corsi a pagamento e gratuiti, mostre e esibizioni promozionali, ed avere uno staff addestrato che non si limiti a sbattere il libro richiesto su un bancone.
E magari non limitarsi al caffé delle macchinette.

Quando la gente esce dall’aula viene invitata a prendere libri in prestito mentre si avvia verso l’uscita.

Già.

L’ho visto proporre, e l’ho visto fare (male) anche qui da noi.

Ciò che manca alla nostra istituzione bibliotecaria media, apparentemente, è quella scintilla che porta al coinvolgimento ed all’entusiasmo i partecipanti.
Ho tenuto conferenze in biblioteche pubbliche davanti a sei/otto persone per mancanza di pubblicità.
In sale vuote per orari barbini – alle prime luci dell’alba di sabato, alle cinque del pomeriggio al giovedì.
Ho visto bibliotecarie svogliate spostare i tavoli a calci per far posto alle poltrone.
Non sapevano chi avrebbe parlato, di cosa, a chi.
Probabilmente neanche perché.

C’è una frase, nei commenti al post di Gompertz, che trasmette il profondo, assoluto senso di alienità, i milioni di parsec che ci separano dalla Gran Bretagna.

Le librerie sono un porto sicuro per i disoccupati ed i più poveri (studenti, pensionati con la minima, invalidi ecc.) membri della società, posti dove hanno accesso a servizi (internet, quotidiani, corsi di formazione) in un ambiente caldo, pulito e silenzioso con intrattenimento illimitato e gratuito (libri di ogni genere). Questa funzione è unica nell’Inghilterra moderna.

Già.

Cos’è che si è spaccato, qui da noi?
Perché nessuno ha pensato di ripararlo?

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Ingranaggi, Parte Seconda – …punk

Seconda parte del piano bar del fantastico.
Questo è il momento-Hollywood, quello in cui sull’ultima nota dell’ultimo pezzo si alzano le luci dietro al piano, e c’è la band stile Glenn Miller che parte e si unisce alle note del pianoforte.
Adesso basta giocare.

IguanaJo dice

Sai cosa mi preoccupa dello Steampunk? Il suo essere fondamentalmente snobista ed elitario.
Tanto il cyberpunk era anarchico (sto generalizzando!), tanto lo steampunk è aristocratico.
Certo, un’aristocrazia illuminata, scientista e con le mani sporche d’olio, che però non nasconde un certo qual disprezzo nei confronti del popolo bue.

Il che non è esattamente corretto.
Ma è qui che passiamo dallo steampunk (genere letterario) allo steampunk (cultura).

Comincio allora con un paio di considerazioni sul punk.
[so bene che alcuni dei frequentatori di questo blog sono stati punk prima di me – la loro opinione sarebbe graditissima, perché sto per prendere una strada un po’ strana…]

Dunque, quando noi pensiamo punk, di solito pensiamo a questo

Ma lasciamo per un attimo da parte l’anarchia (ipotetica), gli abiti straciati, le spille da balia e le pettinature fatte con la falciatrice.
Il punk nasce da una necessità diversa – io credo – dall’urlare l’anarchia alle masse.
Nasce dalla necessità, dolorosamente sentita, di ridurre la distanza che si è andata formando fra esecutori e fruitori.
I musicisti “popolari” del pre-punk sono o troppo maledettamente bravi (Yes, Jethro Tull, ELP…), o troppo maledettamente prefabbricati (la disco, gli idoli dei teenyboppers) per essere una espressione (passatemi il termine) intima, del pubblico.
Se un ragazzino con una chitarra poteva ballonzolare davanti allo specchio rifacendo Elvis, o i vecchi Beatles, e in questo modo cominciare qualcosa di suo – ora non può rifare i Genesis o i King Crimson, e gli ELO (per dire) sono a tal punto artificiali da non avere rapporto diretto con la realtà.
Col punk si torna alla casella del via – gli idioti sul palco sono indistinguibili dagli idioti fra il pubblico.
Ed uso idioti con tutto l’affetto possibile.

Un esempio – Shane McGowan (Pogues) nasce come editor di una fanzina dedicata ai Clash (mi pare).
L’idiota fra il pubblico, gli idioti sul palco, una cosa sola.
Molto zen.

E quella sullo zen non è una battuta – quella dell’identità fra chi crea e chi fruisce della creazione è vecchia.
Molto vecchia – è dai tempi di Wagner che si favoleggia di una forma d’arte che abbatta la barriera fra esecutore e fruitore.
Il povero Pete Townshend ci ha lavorato per anni – e poi hanno usato i suoi pezzi per i titoli di CSI…
Che tristezza.
Ma sto divagando…

Questo elemento di riappropriazione del soggetto della nostra passione è al nucleo anche del cyberpunk – quando Gibson ci dice “the street has its use for technology”.
I cyberpunk vogliono appropriarsi della tecnologia ed usarla per i propri fini, non per quelli che dice il manuale d’istruzione.
È questo che sono, in fondo, gli eroi (o antieroi) del cyberpunk – personaggi capaci di usare il sistema contro se stesso.
Anche questa è una posizione elitaria, visto che l’eroe competente non è comunque un everyman.
Ma il cyberpunk non ce la fa a diventare una vera cultura (con la sua musica, i suoi locali, le sue riviste) – ed è qui che dico che, per lo meno per certi versi, è meno “democratico” dello steampunk.
È qui che il punk rimane posturing, non diviene cultura.
Perché crackare la tecnologia digitale è difficile.
Tocca studiare, darsi da fare, metterci non solo la bocca ma anche la faccia.
Per questo (preparate i lanciafiamme) il cyberpunk fallisce come cultura – perché la maggior parte dei c-punker non fà nulla di cyberpunk.
OK, crackano un paio di software, piratano i giochini, usano PGP, leggono Mondo 2000…
Ma la realtà virtuale?
Gli impianti?
Le bonazze tutte cuoio e cromature, pettinate come i Whitesnake?
Nulla.

Forse solo la parte che si è concretizzata è quella relativa a corporazioni rapaci ed annullamento dei diritti civili.
Ma dei nostri salvatori neppure l’ombra – i ribelli della frontiera elettronica sono apparentemente troppo impegnati a scaricare film con eMule per salvarci dalla stretta corporativa.
Il cyberpunk sembra democratico ed anarchico, ma l’anarchia rimane sulla pagina – ed è comunque asservita alle azioni dell’eroe.
Ah, a meno che non vogliamo pensare a cose come questa…

Che però non diventa un elemento vitale di una cultura in evoluzione.
Rimane quell’idiota (affettuosamente) di Billy, che ha comprato un Mac e ha fatto un paio di partite a Cyberpunk 2020.

[confessioni di uno shadowrunner: vi dirò che il movimento no-logo aveva cominciato a farmi ben sperare.
Poi si è normalizzato tutto – le aziende hanno avviato linee no-brand, ed i soliti violenti hanno infiltrato il movimento. Fine del gioco.]

Liberiamoci allora della questione aristocrazia.
Gli eroi della narrativa steampunk non sono più o meno elitari di quelli di qualsiasi altra narrativa avventurosa – orfani e profughi in Stephen Hunt, dipendenti statali senza volto (ma brillanti!) in Philip Mann, un fattorino e un selvaggio in Toby Frost. I tre eroi di “Glass Books” di Dhalquist appartengono a tre classi sociali ben definite (una ragazza piccolo-borghese, un outsider dai quartieri bassi ed un nobile di piccolo cabotaggio)…
Niente di troppo radicale, dal punto di vista elitario.

Sono naturalmente inseriti in una società classista – perché la società ottocentesca è classista (la nostra invece… ma lasciamo perdere) ma le classi, sotto la spinta della rivoluzione industriale, si stanno modificando.
Fare il salto non è più così strano – si può ricevere il cavalierato per meriti scientifici, si possono fare soldi a palate con le proprie invenzioni.
La società vittoriana dello steampunk è ordinata e classista – ma solo di facciata.

E i protagonisti – eredi dei personaggi di Dickens – non esprimono una filosofia elitaria o classista, proprio perché incarnano – spesso loro malgrado, come nel caso del Capitano Smith di Frost – il positivismo di base del genere, per cui anche i selvaggi sono selvaggi decenti, e se ci impegnamo non c’è problema che sia isormontabile.
Qui le storie di Dickens – tutte costruite sulla stratificazione sociale e sulla possibilità o impossibilità di “fare il salto” sono essenziali, almeno quanto gli strani romanzi “realistici” di George Meredith sono essenziali nel mappare nel definire i doveri dell’individuo ed i rapporti fra i sessi.

E il punk?
È quando si passa alla cultura, che l’elemento punk dello steampunk pare aver goduto di un successo molto più ampio evariegato del suo antenato cibernetico.
Ma lo steampunk (cultura), naturalmente, bara – recupera tecnologie pre-digitali, che sono oggettivamente facili.
Sono proprio le mani sporche d’olio citate dall’Iguana, a rendere possibile la cultura steampunk.
Automaticamente, nel riconoscere le proprie radici nel protosteampunk e quindi nella cultura “vittoriana” (passatemi la generalizzazione), si ritrova ad avere un passato, una storia, dei modelli.
E nei paesi anglosassoni soprattutto esiste già una moda neo-vittoriana, per cui esistono delle risorse, alle quali gli steampunker possono attingere.
E lo steampunk ha una estetica, che è assolutamente inscindibile dalla tecnologia, e che è, a ben guardare, molto più open ed accessibile di quella del c-punk.

L’efficienza è nulla senza bellezza.

Ciò che un uomo può immaginare, altri uomini lo possono costruire.

È per questo che lo steampunk (come cultura) si sovrappone al movimento dei maker e dei tinker – perché posso farmi la mia bicicletta, la mia caffettiera di Boyle, la macchina Sterling alimentata a vapore per mescolare il té…
Posso riciclare la vecchia ghiacciaia della nonna e installarci l’impianto stereo, e ricavarne un mobile tutto legno lucido e ottoni scintillanti che non solo funziona, ma mi piace.
È bello.
Ed è unico.

E poi, naturalmente, c’è internet – l’elemento più cyberpunk di tutti, che i cyberpunk non avevano, o che non furono capaci di colonizzare pervasivamente (opinione personale: per pigrizia. fatemi causa).

Quindi, in breve, la mia definizione di Steampunk, dopo quelle (eccellenti) di Falksen e Barillier

Lo steampunk è una cultura non conformista che si rifà ai modelli positivisti dell’epoca vittoriana, con una forte componente di coinvolgimento personale ed una assoluta inscindibilità di estetica e tecnica. Tale cultura si esprime in maniera differente attraverso i differenti media con romanzi (letterari o avventurosi), fumetti, musica, espressioni grafiche, moda, attività sociali.

Sì, lo so – sono un prolisso rompitasche.

E quindi potrei anche chiudere, ma capirete, l’orchestra vuole il suo momento.
E quindi, chi meglio di Vandyke Parks?

Appreciate the subversion.


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Cultura per tutti

E poi dicono la cultura.
L’otto ed il nove di giugno, il Teatro Regio di Torino ospiterà la compagnia cinese di danza Shen Yun, che esegue musiche e danze classiche cinesi – cose cherisalgono al periodo Tang o precedenti, e che pare siano assolutamente spetacolari.

Cose di questo genere, insomma…

Ok, ok… coloratissimo e vagamente propagandistico, molto Disneyland Maoista – ma perché no.
Dopotutto non vado in vacanza, sono mesi che mi cavo gli occhi al microscopio – perché no?

Il motivo è semplice… (citiamo dal sito TorinoCultura)

Dove: Teatro Regio – TORINO
Quando: da martedì 8 giugno 2010 a mercoledì 9 giugno 2010
Orario: 20.00
Contatti: tel. 0118815241 / 242 – biglietteria@teatroregio.torino.it
Prezzo: 150 Euro, 100 Euro, 90 Euro
Pubblico: tutti

Quello che mi fa impazzire è quel “Pubblico: tutti”

Facciamo due conti.
Castelnuovo Belbo-Torino – benzina più autostrada, andata e ritorno, circa 30 euro.
Cena fuori – diciamo un cinese dignitoso (così siamo in tema), circa 20 euro.
Poltronissima per vedermi le ballerine cinesi in costumi Tang – 150 euro.

Considerando che naturalmente a teatro non ci vado da solo, e che se invito a teatro una signora, il biglietto e la cena sono a carico mio, la spesa si aggira sui 350-400 euro.
Mica male, eh?
Un terzo della mia borsa di studio da ricercatore per una serata nel capoluogo in simpatica compagnia.
Pubblico: tutti.

Ok, passiamo alla configurazione “Vuoi i miei quattrini? Vieni a prenderli!”, anche nota come “Sono stato studente anch’io”…

Si scrocca un passaggio fino ad Asti.
Asti-Torino, in treno, seconda classe, andata e ritorno – 7.80 euro
Cena – un feroce take-away – 10 euro
Posto a sedere dietro all’unica colonna del Regio di Torino – 90 euro.
Il tutto, assolutamente in solitaria – spesa totale 110 euro (facciamo 120 ed offro un gelato a chi mi viene a prendere e a portare ad Asti).
120 euro per un treno sgngherato, un kebab e un posto a sedere a 100 metri dal palcoscenico ed un gelato in Piazza Alfieri (AT)?

Sorge a questo punto una curiosità…
Ma vengono solo a Torino, gli artisti dello Shen Yun?

No – la tournèe europea tocca Grecia, Moldavia, Turchia, Polonia, Svizzera e Ucraina.
In Grecia il range di biglietti è tra 25 e 110 euro.
In Svizzera il biglietto unico (quattro serate) si aggira attorno ai 50 euro.
A Odessa, la settimana prossima, ci sono 5 ordini di biglietti – dai 20 ai 105 euro.
Paradossalmente, con un volo Ryanair e una cena da MacDonald, spenderei andando a Odessa quanto a venire a Torino in treno cenando a kebab.

I motivi dei costi esorbitanti dello spettacolo torinese?
Sostanzialmente due.
Primo – già poter ammirare il Regio di Torino è uno spettacolo nello spettacolo, e si paga.
Secondo – si attende una partecipazione così bassa, che è necessario mettere i biglietti al 40% in più di tutto il resto d’Europa per pagare le spese.

E poi dicono la cultura…