strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Diadema e Mary Sue

Parlavo di Mary Sue, l’altra sera, al corso di worldbuilding.
Per chi se lo fosse perso, Mary Sue è un termine tipico del lessico della letteratura di genere.
Dice Wikipedia…

Mary Sue, a volte abbreviato in Sue, è un termine peggiorativo adoperato per descrivere un personaggio immaginario, in genere femminile (per i personaggi maschili solitamente si adopera Gary Stu o Marty Stu), che si attiene alla maggior parte dei cliché letterari più comuni, ritratto con un’idealizzazione eccessiva, privo di difetti considerevoli e soprattutto che ha la funzione di realizzare e autocompiacere i desideri dell’autore.

La prima volta che andai a sbattere su questa definizione fu a metà degli anni ottanta.
Per colpa di Jo Clayton. Io ho sempre voluto bene a Jo Clayton. Continua a leggere


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Birthgrave, quarant’anni dopo

tlee01Ho parlato già più volte, in passato, di Tanith Lee, un colosso della narrativa fantastica anglosassone, putroppo recentemente scomparsa (e se WordPress farà il suo dovere, troverete i post linkati qui sotto).
E credo anche di aver raccontato come il suo The Birthgrave sia stato il secondo romanzo che io abbia letto in originale – facendo una fatica dannata e mettendoci una intera estate, ma emergendo più sicuro delle mie capacità, se non più saggio.

The Birthgrave è un romanzo estremamente ambizioso – specie considerando che si tratta dell’opera di esordio della Lee. La storia mescola fantasy e fantascienza, sword & sorcery e psicologia, e ricordo che all’epoca mi venne descritto da un conoscente come “ultrafemminista”.
Probabilmente perché la protagonista è una donna. Continua a leggere


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Il ritorno degli Hoorka

Untitled-3Nei primissimi anni ’80, l’americano Stephen Leigh esordì con una trilogia di romanzi pubblicati da Bantam Books e in generale noti come Trilogia di Neweden.
Fantascienza classica, space opera alla maniera di Dune (ci torneremo) – era dal 1990, mese più mese meno che li cercavo, sulla scorta di ottime recensioni e di un entusiastico passaparola.
Una caccia che per quasi venticinque anni non ha dato alcun frutto (se non richieste stravaganti per libri usatissimi).
Ora, il maggio scorso, la DAW Books ha ristampato la trilogia di Neweden – che era fuori stampa da trent’anni – in un bel volume unico di seicento e rotte pagine, che si può avere per poco più di sei euro in paperback, o quattro euro in formato digitale.
Si intitola Assassin’s Dawn.
È Natale con un mese d’anticipo.

Di cosa parla la trilogia di Neweden… Continua a leggere


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Egan – Doris, non Greg

Con la piega che sta prendendo il mercato del fantastico da noi come nel mondo anglosassone, un appassionato può contare su tre sole certezze:

  • un gusto sopraffino sviluppato in decenni di frequentazione del genere
  • un circolo di buoni amici sempre pronti a segnalare nuovi titoli da scoprire o da evitare come la peste
  • una conoscenza degli editori e delle loro linee editoriali, in modo da sapere sempre più o meno cosa aspettarsi.

È così che, quando il telegrafo senza fili dei vecchi complici trasmette un nome di un autore e un titolo, incrociando il dato con il backlog dell’editore, si può decidere, lasciando che il nostro gusto ci dica se saltare o astenersi.
Ad esempio…
Mi dicono meraviglie di Doris Egan.
Che non è imparentata con Greg Egan – autore spesso ostico.
La Egan, della quale in Italia è uscito solo un racconto (Timerider, nel 1987), è principalmemente una produttrice e sceneggiatrice – fra i suoi lavori popolari anche da noi ci sono Dr House, Numb3rs, Profiler, The Agency, Tru Calling
A cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, la Egan pubblicò anche un ciclo di tre romanzi per i tipi della DAW Books – The Gate of Ivory, Two Bit Heroes e Guilt-Edged Ivory.
Di questi, appunto, mi dicono meraviglie.

DAW Books.DAW Books Logo in use from 1972 to 1984
Io mi fido della DAW.
Fondata da Donald A. Wollheim (da cui il nome), e la prima casa editrice esclusivamente pubblicata alla fantascienza ed al fantasy, dal 1972 DAW si contraddistingue per una linea editoriale che affianca a grossi nomi (Andre Norton, Fritz Leiber, Marion Zimmer Bradley, Roger Zelazny, Tanith Lee, Michael Moorcock, John Brunner, C.J. Cherryh) anche autori meno famosi ma sempre di livello piuttosto elevato.
Io professo ancora una vera e proria idolatria per Ansen Dibell e per Jo Clayton.
Pescare a caso un volume della DAW significa ritrovarsi fra le mani della competente fantascienza avventurosa e space opera, o un solido sword & sorcery senza troppe velleità intellettuali.
Libri scorrevoli, ben scritti.

Quindi, diamo un’occhiata a The Complete Ivory, volume di circa 900 pagine che raccoglie i tre romanzi della Egan, e che un thrift shop dell’Esercito della Salvezza in Galles mi lascia per un centesimo di euro più le spese di spedizione.
Malandatissimo, costola incurvata e spaccata, copertina che pare sia stata presa a martellate, con in più la stampigliatura “No Returns” sul bordo inferiore delle pagine ingiallite che da sola potrebbe ispirare un episodio di Ai Confini della Realtà.
Un libro in disarmo, che cigola fra le nostre dita, e sembra gemere, e ci domandiamo se arriverà intero alla fine.
Ed è un peccato, perché il ciclo della Egan è veramente ottimo, costruito su un classico impianto “alla Vance”: un pianeta popolato da una cultura eccentrica e dominato dall’anacronismo, una società decadente e letale, una narratrice estranea e sballottata dagli eventi, una sana dose di umorismo cinico, un ritmo che pare inarrestabile: l’azione scorre con una velocità impressionante, per cui apriamo pigramente il volume per curiosare, la sera dopo cena, e in mezz’ora siamo a pagina 58.
Personaggi convincenti, dialogo vivace.
La giusta dose di esotismo.
E non una riga di info-dump.
Niente spiegoni chilometrici, pagine e pagine di background, tabelle genealogiche, mappe, dizionari del dialetto locale.
Solo una pulita, leggera narrazione diretta, che costruisce un mondo credibile e sorprendente un paragrafo alla volta, senza rallentare l’azione – uno dei marchi di fabbrica della DAW.
Sono novecento pagine ma finiscono in un attimo.
E se ne vorrebbe ancora.

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