strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Hamburger

La risposta al primo post della nuova serie Non è sempre caviale è stato a tal punto entusiastica (33 commenti) da garantire la prosecuzione del progetto.
Ma d’altra parte i commenti dei surfisti sono stati tali da causare non poca preoccupazione.
A fronte di una semplice lista di minimi indispensabili per affrontare un’emergenza culinaria – ricordate, mettere insieme un boccone in trenta minuti – abbiamo assistito al sorgere del confronto fra partito della cipolla e partito dello scalogno, abbiamo scoperto l’esistenza di piatti della cucina tradizionale italiana con nomi che paiono presi dalla mappa dell’Era Hyboriana, l’autore del post è stato invitato ad impastare cavatelli pugliesi alla disperata per impressionare una eventuale ospite inattesa, ed infine – molto howardianamente – ci è stato preannunciato il crollo della civiltà occidentale a causa del vino in brick.
E non uno spaghetto aglio, olio e peperoncino a pagarlo.

È dolorosamente evidente che là fuori c’è gente che ha bisogno di tornare alle basi.
E cosa c’è di più elementare di un hamburger?

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Dino Crocetti e il kitsch obbligatorio

Succedono cose strane, nella testa delle persone, se si ascoltano troppe ore di programmi radiofonici di musica jazz.
Partono strane idee.
Idee che non partirebbero se ci limitassimo ad ascoltare i nostri dischi, naturalmente – perché quella è la nostra musica, la scegliamo noi in base a come ci gira, decidiamo come ascoltarla, quando ascoltarla, in che ordine disporre i brani, in quale maniera spazializzare lo spettro stereofonico…
Per radio no.
C’è il DJ, ed è lui che sceglie.

Quindi, prima perla di saggezza di questo pork chop express – ascoltate la radio.
Imparate a confrontarvi con le scelte musicali degli altri – non è unaperdita di controllo (controllo di che?), è un modo per esplorare il cervello deglia ltri.
A volte un modo per farsi venire un paio di buone idee per dei racconti (se solo ci fosse il tempo per scriverli!)
Ascoltate musica per radio (1).
Scoprirete musica che non conoscevate,e vi verranno delle strane idee.

Del tipo.
Radio in streaming l’altra sera.
Una bella infilata di cantanti jazz – Billie, Anita, Blossom, Bobby, Mel, Frank…
Ed il disc jockey ci infila un pezzo di Dean Martin.

Dean Martin?
Dino Crocetti?

Ora, sia ben chiaro – non è che non mi piaccia Dino… no, ok, non mi piace.
Dino era l‘Itàliano del Rat Pack, quello che gigioneggiava a morte e si prendeva un sacco di libertà con le canzoni.
Quello che cantava in stato di evidente alterazione etilica.
Quello che giocava a fare il seduttore italiano…
Una volta uscivo con una ragazza che si faceva le risate più stravolte quando pensava a come, nei film della coppia Lewis & Martin, a Dean Martin toccasse la parte del bello.

Io non ne faccio una questione estetica, ma se sento ancora una volta That’s Amore o Mambo Italiano, sparo negli altoparlanti.
È questa faccenda dell’italiano canterino che Dean Martin incarnava, che mi dà fastidio.
Quello, ed il catalogo – That’s Amore (che Orson Welles definì “dannosa alla salute”), Volare, Oi Marì, Innamorata

Però, ascolto la musica per radio, e quindi mi affido al DJ.

Il risultato è inaspettato.
Decisamente.

Perché, in un vecchio, vecchissimo standard, che non ha nulla del repertorio da Little Italy al quale sono abituato, il buon vecchio Dino Crocetti non se la cava affatto male.
Ha una buona voce, ha dei musicisti di livello alle spalle, ed un arrangiamento solido.
Non sarà mai al livello di Sinatra in stato di grazia (nel ’66, al Sands), ma si difende.

[l’incisione qui sopra è del ’77, quindi quello che sentite è un sessantenne chiaramente alticcio che canta. Non male, no?]

E mi domando allora – visto il nutrito catalogo di pezzi ben più che dignitosi del nostro, perché i media mi martellano con le solite trite, kitsch, orripilanti canzonette a base di italianità da americani anni ’50?

Sarà per lo stesso motivo che tutte le celebrazioni e le operazioni nostalgia relative agli anni ’50, ’60, ’70, ’80, ’90, si sono concentrate solo sul peggio?
Sul macchiettistico, sul kitsch, sull’orribilmente ridicolo…

È per questo che di Elvis rimangono solo le interpretazioni sfatte e sudaticce del crepuscolo, giacca a frange e collana di fiori, o le tamarrate selvagge dei film con Ann Margret e Bill Bixby?

Davvero tutta la musica ambisce alla condizione di muzak, come sosteneva Stravinski?
O era Jerry Cornelius?

O è come sostiene un DJ che conosco, che si deve fare ascoltare solo il peggio del passato ai giovani, in modo da fargli piacere il pattume che vende loro MTV?
Perchè non c’è nulla di più appetibile, per un mercato musicale alla canna del gas, di un pubblico ignorante e senza memoria – quelli che alle serate vengono a chiederti un pezzo prog e quando tu chiedi se preferiscano Alan Parsons o Gentle Giant dicono che loro pensavano a Gigi D’Alessio…
Quelli che hanno vent’anni, e non hanno mai ascoltato un album dall’inizio alla fine.

Quelli che dici Dean Martin e loro attaccano “When the moon hits you eye…”
Se sei fortunato.
Se sei maledettamente fortunato.

Nota (1): ascoltate musica per radio usando gli strumenti streaming della rete. Ci sono posti in cui si producono programmi radiofonici che farebbero morire dal ridere i vertici di RAI o radio DJ alla sola idea…

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