strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Ancora dinosauri, ma non solo

Ne ho accennato via twitter pochi minuti or sono, quindi perché non rendere pubblico il progetto?

Ne sono cambiate di cose in 100 anni...

Uno degli effetti collaterali di mettere insieme Il Destino dell’Iguanodonte (l’ebook è ancora e sempre disponibile), è stato esplorare le interessanti intersezioni fra scienza e narrativa.
Nulla di nuovo – a suo tempo avevo già rischiato di farmi cacciare dalla Società Paleontologica per aver presentato un poster sul legame fra scienza e immaginazione; molti colleghi non apprezzarono affatto che ci fossero immagini tanto del Megalosauro che di Bruce Willis.*

Fondamentalmente, la scienza non può scoprire ciò che non riesce ad immaginare.

Ecco quindi pronta – e già qua e là propagandata – una dotta conferenza dal titolo

“I Trilobiti di Trollope & i Dinosauri di Dickens – paleontologia e letteratura tra ’800 e ’900″

Al momento la conferenza è in preparazione, sarebbe bello metterla in piedi per settembre, e cerca una casa (vale a dire un posto dove proporla al pubblico).
Poi, se ci saranno sviluppi, se ne potrebbe fare un nuovo agile volumetto.

Chissà…

—————————————–

* Ma non mi cacciarono. Me ne andai io un anno dopo, quando la rivista della Società pubblicò un dotto articolo sullo stesso argomento, proprio di due dei colleghi che più vocalmente avevano contestato il mio lavoro (e che forse per questo non ebbero il buon gusto di citarmi fra le fonti).


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Auguri da Mr Micawber

http://charlesdickenspage.com/characters/emma_micawber-phiz.gifE così è cominciato il 2009.
Un anno che già ci hanno detto sarà terribile – tanto per tenerci buoni.

C’è qualcosa che però si sono scordati.
Non solo di dircelo, ma anche di farlo.
Fà più o meno così…

Reddito annuo venti sterline, spese annue diciannove sterline, diciannove scellini e sei pence, risultato: felicità.
Reddito annuo venti sterline, spese annue venti sterline zero scellini e sei pence, risultato: miseria.

Lo diceva Mr Micawber.
In David Copperfield, di Charles Dickens.
Uscito nel 1850.

[immagine da charlesdickenspage.com]


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Classici e Ciarpame

Mi viene segnalato un buon post sul tema di Letteratura Antica e Moderna che pare fatto apposta per suscitare dibattiti.
Dopo aver postato un commentino rapido-rapido sul blog in questione (meglio non occupare troppo spazio sulle pagine altrui con opinioni non richieste), butto giù un paio di opinioni gratuite un po’ più estese in questa sede.
Già sapendo che finirà per essere un altro pork chop express.

Riassumo malamente la tesi di partenza…

In passato la letteratura e le sue innovazioni erano considerevoli: l’elités della società veniva in un certo senso “coinvolta” ed “influenzata” dalle opere composte. Spesso gli scritti rappresentavano davvero una novità
[...]
Ma dubito seriamente che le generazioni future studieranno autori come Dan Brown e Federico Moccia. Così arrivo alla mia riflessione. Oggi la letteratura è diventato un passatempo; come ha affermato la professoressa a lezione “oggi si legge per svago.” Ed è vero. E la cosa che mi colpisce è che si leggono solo romanzi come “Il codice da Vinci” o “Tre metri sopra il cielo”, che per quanto possano essere intriganti non rappresentano di certo la nostra letteratura.

Il post in questione sembra più interessato alla forma che ai contenuti (lecito), ma getta le basi per una discussione (spero) non banale.

La narrativa viene letta – in prima battuta – perché produce piacere in chi la legge.
Il piacere può assumere varie forme – il piacere di scoprire qualcosa di nuovo, il piacere di farsi due risate davanti a situazioni paradossali, il piacere del brivido…
Su questa condizione di base – senza la quale, semplicemente, i libri non si leggono – si innestano due funzioni “embedded”, che fanno parte tanto del contenuto che della forma della narrativa.

La prima funzione è esplorativa – si osservano e si descrivono situazioni nuove e differenti, oppure si offrono visioni differenti di situazioni e fenomeni notie considerati acquisiti.
La seconda funzione è sostanzialmente di rassicurazione – non c’è nulla da temere, tutto andrà per il verso giusto.
Non necessariamente questi due ingredienti sono bilanciati, 50/50.

Jack Kerouack (lo stile del quale venne definito da un critico “battere a macchina, non scrivere”) è sostanzialmente sperimentale nella forma ed esplorativo nei contenuti.
Chandler (lo stile del quale, con quello di Hemingway, è la base di molta narrativa moderna) è moderatamente sperimentale nella forma e se esplora una certa visione “noir” della società, è in ultima analisi rassicurante – esiste il male, ampiamente diffuso, ma il singolo può ancora contare su risorse morali sufficienti ad opporvisi.

Un po’ come i romanzi di Dickens, che esplorano una società in rapidissimo mutamento e spaventosa per la sua crescente inumanità, ma ci rassicurano con l’osservazione che le relazioni interpersonali fra persone decenti possono servire ad arginare l’avanzata della disperazione.
E così via…

Senza mai scordarsi il piacere della lettura.
“Il Circolo Pickwick” è una valanga di risate.
“Il Grande Sonno” è un ottimo poliziesco (anche se non si capisce chi sia l’assassino).
Lo svago e l’intrattenimento sono salvi – ma con un extra.

Arriviamo così ad una ipotesi classificativa.
La letteratura di buona qualità (classici inarrivabili o semplicemente sano, solido intrattenimento) gioca sul piacere della scoperta, dell’esplorazione, della sfida.
“Dracula” di Bram Stoker è rassicurante (il vampiro viene eliminato), ma provo piacere a leggerlo perché posso giocare con l’idea che il vampiro possa vincere, il male trionfare… e così esploro e sperimento queste eventualità.
Lo ha capito bene Kim Newman, che proprio a quell’eventualità alternativa ha dedicato uno dei migliori romanzi mai scritti sul tema del vampiro, il colossale “Anno Dracula”.
Un classico nel suo genere.

La narrativa mocciosa (mocciana? mocciniana? moccide?), d’altra parte, gioca sul piacere della rassicurazione.
Le situazioni descritte difficilmente sono presentate sotto una nuova ed originale angolazione (siamo al classico “boy meets girl”) e tutto gioca a rassicurare il lettore, a farlo sentire tranquilamente parte di una collettività che ha gli stessi problemi, le stesse idee, le stesse passioni…

Moccia viene qui assunto ad esempio ma non è certo l’unico perpetratore di questa forma narrativa dall’epoca di Assurbanipal fino a noi… i polizieschi di routine con il super-detective che risolve tutto, i romanzi rosa scritti col ciclostile, il fantasy clonato direttamente dalle cellule surrenali di Tolkien, la fantascienza dei tie-in di Star Trek e Guerre Stellari, i libri sui Coniglietti che legge Snoopy, la letteratura come forma di ostentazione intellettuale (“ora vi faccio vedere io quante parole da sette sillabe conosco!”), la pornografia, James Bond…

L’elenco potrebbe essere lunghissimo.

E qui casca l’asino…
Perché l’esplorazione è sempre nuova e vitale – anche quando esploro le rovine di una civiltà scomparsa – ed il piacere che ne ricavo è sempre vivo.
Ma la rassicurazione, specie la rassicurazione di tipo sociale, è sostanzialmente legata solo a fattori locali mutevoli – e quindi invecchia alla svelta.
Potremmo vedere questi libri trasformati in “reperti di un’epoca dimenticata” – ma i libri di questo tipo, che ci danno una fotografia esatta di un momento storico, raramente passano alla storia se non contengono anche una visione nuova e fresca, delle opinioni forti, una voce autorevole.
Che di rado si limita ad essere rassicurante.

È per questi motivi, incidentalmente, che la narrativa orrifica di H.P. Lovecraft ha una vita così lunga (ed uno status di classico) paragonata all’opera di altri autori di Weird Tales spesso più dotati stilisticamente.
Perché il Gentiluomo di Providence non fu mai consolatorio o rassicurante – se non nel senso più ironico possibile – ed in questo modo riuscì a scrivere storie che non invecchiano.
Evitò storie in cui il lieto fine è garantito dall’uccisione del bieco cinese di turno, dall’ostracizzazione del pericoloso mezzosangue che si spaccia per uomo bianco, o dal riconoscere che astinenza sessuale e attività fisica sono la strada per la salvezza del genere umano.
Idiozie, diremmo oggi – ma all’epoca nient’altro che piacevoli rassicurazioni.

I classici invecchiano bene.
Ed invecchiano bene perché fanno leva su ciò che di più vitale esiste nella letteratura, lasciandosi alle spalle provincialismi e localismi che datano inesorabilmente le pagine, trasformando la storia in un relitto di un’epoca (volentieri) dimenticata.

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