strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Girl into Wave – Wave into Girl

hieroglyphHo appena letto un racconto splendido – Girl into Wave – Wave into Girl, di Kathleen Ann Goonan.
Si trova in un bel volumone intitolato Hieroglyph – Stories and Visions for a Better Future, che è uscito nel 2014.
Tutti i racconti in Hieroglyph meriterebbero un post dedicato1, ma questo in particolare mi ha colpito profondamente.

Ma facciamo un passo indietro – Hieroglyph nasce da un’idea di Neal Stephenson, come reazione alla recente invadenza della narrativa distopica.
Che fine ha fatto la fantascienza che sapeva ispirare, costruita su presupposti ottimisti e su grandi idee? Continua a leggere

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Digitale per la didattica

Ci sono cose curiose.

Stamani la postina mi consegna il primo numero del mio nuovo abbonamento a Nature.
Nature, per chi se la fosse persa, è al momento la principale rivista settimanale di scienza – si gioca con Scientific American il titolo di vetrina ideale per le pubblicazioni scientifiche, e costituisce il gold standard della letteratura accademica*.

201307181447041402Ciò che è curioso è che questo numero di Nature – uscito il 18 del mese – a parte avere in copertina un topotalpa nudo (odiosa bestiaccia), dedica un ampio spazio al digitale in ambito didattico.

Perché è curioso?
Nature dedica dieci pagine scritte fittissime all’argomento didattica digitale, ed aggiunge una sezione specifica mirata alle offerte di lavoro nel digital learning; in Italia, negli stessi giorni, decidiamo che l’adozione degli ebook come libri di testo – in fondo un passo banale, semplice, quasi ovvio – non succederà: che i ragazzini continuino a scarrozzarsi ottanta chili di libri di testo.

Ora, io non sono così coinvolto nella didattica, perciò mi mancano certamente le informazioni “dall’interno” sul problema.
La forte impressione, tuttavia, è che l’argomento “ebook a scuola” sia stato dirottato su un binario morto come accadde, a metà anni ’90, all’argomento “telelavoro”.
Sono state create commissioni di studio sui pro e contro del “fenomeno”.
Si sono tenute dotte conferenze.
Sono stati pubblicati studi che nessuno di fatto si è letto.
E si è continuato come sempre.
I pendolari prendono il treno, i ragazzini si scammellano i libri.

Al contempo – altra impressione selvatica – si sono promosse le forme esteriori della “rivoluzione”.
Tutte le aziende sono cablate, e i dipendenti prigionieri in ufficio giocano a Warcraft online.
Ci sono le lavagne digitali in tutte le aule nelle quali gli studenti annotano a margine libri cartacei.

Leggerò con estremo interesse il condensato di Nature sullo stato dell’arte – e in particolare la guida alle strategie per la definizione di corsi online e spazi virtuali per la didattica.
E spulcerò le proposte di lavoro.
Tutto, naturalmente, pensando a paesi che non sonoil nostro.

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* Sì, possiamo piangere e dire che in fondo Nature e Scientific American ormai fanno popular science, pubblicano sulla base del “wow factor” e bla bla bla.
Ho sentito un sacco di gente lamentarsi di questo – di solito gente che non ha mai pubblicato più in là della Rivista dell’Accademia Portorecanatese di Matematica Applicata.


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Come un esempio…*

C’è una frase che fa più o meno così…

alcuni di noi fanno qualcosa della propria vita
altri, la vita li usa come esempio

Che non è proprio una cosa gentile.
Ma il fatto è che io in questi giorni, ragionando sui miei tre anni di lavoro di ricerca, sto giungendo alla conclusione che, in Italia, nel 2012, il mio progetto di ricerca, sulla generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, e nello specifico mediante generatori idroelettrici, abbia più un valore didattico e culturale che non pratico e applicativo.

Il che mi caccerà certamente nei guai quando verrà il momento di discutere la mia tesi, ma c’è poco da fare.
La storia ha fatto del micro-hydro, ora, nel nostro paese, un esempio.
E per una volta, potrebbe non essere male**.

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Tarzan & la Bambinaia Francese – 1. Intenti didattici

Dal dibattito della settimana passata che qui nel Blocco C ha coinvolto, fra gli altri, Tarzan e la Bambinaia Francese*, sono emersi due argomenti che mi interessano particolarmente e che sono solo tangenzialmente legati alla discussione principale.
Uno è la natura didattica della narrativa – e la liceità o meno di tale natura.
L’altro è il rapporto fra bontà/saggezza e competenza, fra nature & nurture, come direbbero gli anglosassoni.
Per cui questa settimana ci farò due post.
Uno sul primo argomento, l’altro, sull’altro.

Comincio dalla letteratura come veicolo di verità ed insegnamenti – anche perché ho parlato di qualcosa di questo genere un paio di giorni addietro, c itando Gerard O’Neill con 2081 e Dennis Chamberland con Undersea Colonies, due volumi che usano la narrativa a fine dichiaratamente didattico.

E comincio da una frase comparsa in un blog qui vicino, in un commento…

Il fatto è che è curiosamente connaturata nella mente del lettore medio l’idea che il libro -un buon libro- debba necessariamente avere una connotazione etica. “Insegnare qualcosa”, “lasciare un messaggio”.
[…]
Da dove viene questa tendenza?

Io lo so!
Da dove arriva, intendo. Continua a leggere


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Tarocchi & e-learning

Interessante evento sabato passato, a Torino, in via Figlie dei Militari, Scuola Internazionale Europea Altiero Spinelli.
Nonostante la calura oppressiva (cambiamento climatico? Naaa… i nostri amministratori ne sono certi, è una suggestione), un manipolo di coraggiosi si è ritrovato per assistere ad una non troppo lunga ma polposa discussione su tecnologie didattiche e libri di testo digitali.

E poiché la vita non è solo divertimento, come diceva quel tale, oltre alle eccellenti presentazioni di Elena Favaron, Maria Grazia Fiore, Maurizio Chatel e Noa Carpignano, gli astanti si sono dovuti anche sciroppare un mio (fortunatamente breve) intervento.

Come dire…
Ora tocca a voi.

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Ancora mappe mentali

Affinché non si dica che io prendo sottogamba certe cose, dopo il mio ultimo post sui possibili problemi derivanti dall’utilizzo delle mappe mentali,mi sono procurato un manualetto di Tony Buzan sull’argomento – tanto per vedere come la cosa venisse presentata dall’ideatore del procedimento.
Ne esistono a centinaia, di simili manuali (una manciata sono usciti anche in Italia) e Buzan ammette allegramente di averci fatto un sacco di soldi.
Quale scegliere per questo esperimento in odore di pork chop express?
Semplice – quello che costa meno.

A parte un paio di scoperte interessanti – le mappe mentali vennero suggerite a Buzan dalla lettura di romanzi di fantascienza di Bob Heinlein e A.E. Van Voght – l’esile How to Mind Map (in italiano ne esiste una versione edita da Frassinelli), nel presentare la forma originaria del metodo, suggerisce alcune utili riflessioni.

In primo luogo, due degli elementi fondamentali delle mappe mentali originali – la curvatura dei rami e l’utilizzo di un solo vocabolo per identificare ciascun ramo, sono in parte andati perduti con lo sviluppo dei software di mind mapping.
Se da una parte il software spesso fornisce opzioni interessanti – esportazione in formati diversi, integrazione con altri software, condivisione fra più utenti – è anche vero che limita molto il controllo dell’autore su fattori quali i colori e l’aggiunta di disegni e annotazioni diverse sui rami del grafico.
Come spiega Buzan nel manuale, l’utilizzo dell’immaginazione e della creatività nello sviluppo delle mappe mentali è essenziale.

È importante notare che aderendo alle regole base delineate da Buzan, il rischio di eccedere nel dettaglio è limitato dalla struttura stessa del procedimento.
Se mi limito ad una parola per ramo, l’economia stessa della mappa mi impedirà (o mi ostacolerà) nello sprofondare in un abisso di minuzie.
L’uso di colori e di scarabocchi mi aiuterà nella sintesi e nella memorizzazione.

Ne consegue che allo stato attuale, la miglior piattaforma open source per fare mind mapping è un bel blocco di carta riciclata con associate un paio di matite, una gomma, un temperino, e un po’ di pastelli colorati (possiamo tenere il tutto in un bell’astuccio)
Dai cinque ai dieci euro circa, in un grande magazzino.
Il sistema è eco-friendly, assolutamente portatile, con un po’ di funzioni extra incluse.
Le ricariche si trovano ovunque.

Volendo restare ancorati al software, FreeMind sembra la scelta ottimale – gratuito, open source e cross-platform, dialoga con una quantità di software, include opzioni per la collaborazione e la condivisione online delle mappe, permette di inserire immagini (anche se ci sono ancora problemi in questo senso).

Una seconda osservazione interessante, conseguente la lettura del manualino, è che esiste, ed è stata divulgata, una confusione fra le mappe mentali di Buzan e le mappe concettuali di Novak.
Ed è forse proprio questa confusione/commistione ad aver generato i possibili problemi ai quali accennavo nel mio post precedente.
Se la mappa concettuale è stata riconosciuta (in meno di trent’anni!) come un valido strumento per l’insegnamento, la mappa mentale deve ancora essere identificata con precisione come eccellente strumento per l’apprendimento.
La mappa mentale è personale ed idiosincratica quanto colui che la traccia.
La mappa concettuale ha una pretesa di univocità.

In ultima analisi, la lettura del manualino di Buzan aiuta a mettere in prospettiva lo strumento ed il suo utilizzo – oltretuttofornendo interesanti esempi di applicazione.

Ho personalmente già utilizzato il metodo dellamappa mentale per pianificare le mie conferenze divulgative, per delineare i contenuti di un racconto o un articolo, e per scrivere il mio curriculum.
Fin qui hanno funzionato egregiamente – e con le informazioni che ho ora, probabilmente la prossima volta funzioneranno meglio.
Il prossimo esperimento sarà applicare una o più mappe mentali all’apprendimento di una lingua straniera.

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Insegnare l’inesprimibile

The Eight Gates of ZenAncora poco tempo per il diporto – uno stato di cose che perdurerà per tutto il mese, se non oltre.
Ma nel frattempo, qualcosa si riesce ad infilare nel programma di lavoro – anche perché ormai il lavoro e l’hobby sono separati da un confine sempre più labile.
Cosa ci procaccia il cibo, cosa è una distrazione?

E così eccomi ad affrontare The Eight Gates of Zen, di John Daido Loori Roshi, il manuale di base della comunità riunita attorno allo Zen Mountain Monastery.
Un manuale sull’insegnamento e l’apprendimento, secondo i criteri praticati dai monaci americani del monastero nei monti Catskill.

Se da una parte l’idea di mollare tutto e ritirarsi per un po’ di tempo in un monastero zen (come ha fatto Leonard Cohen) non pare poi così orribile, vista l’aria che tira, dall’altra il testo promette di descrivere un approccio all’insegnamento molto diverso da quello proposto – ad esempio – dal Lecturer’s Toolkit di Phil Race, peraltro eccellente.
Non credo troverò trucchi mentali jedi fra queste pagine, ma certo un cambio di prospettiva permette di allargare i propri orizzonti, ed offre lo spunto per migliorare il servizio in aula.
E quindi, perché no?

E così intanto tengo anche buona la mia curiosità di cose orientali, e la mia voglia di dimenticarmi per un paio d’ore del lavoro – che procede, senza sosta, e senza prospettiva di pagamento in tempi ragionevoli…
Altro che zen!