strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Senza un blog: the Earphone Diaries

Avevo bisogno di staccare – trovare qualcosa da fare che potesse servire come distrazione, per ricaricare le batterie.
E così ho creato The Earphones Diaries.

The Earphone Diaries sarà – finché dura – una serie di post brevi sulla musica che sto ascoltando.
Un post al giorno, un disco al giorno. Senza limiti di genere, senza un filo logico che non sia quello che in questo momento è nelle mie cuffie.
Ancora una volta si procede senza mappa.
E senza un blog.

Questo è un progetto da guerriglia, che potrebbe avere un clamoroso successo o morire miseramente.
Ma se vivrà, vivrà sui social – i post di The Earphones Diaries usciranno ogni giorno sul mio profilo Facebook, sulla mia pagina Instagram e sul mio Pinterest, sul mio canale Twitter.
Meno lavoro, più divertimento.

Si parte stasera dopo cena col primo disco, e vediamo cosa succede.



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Otto di Caterina

Continuiamo* la rassegna dei regali di Natale (in attesa di quelli dell’epifania).

E invece di parlare di libri, oggi parliamo di dischi.
Uno dei regali più divertenti di quest’anno è stato un ricco cofanetto contenente otto – contateli, otto! – dischi di Caterina Valente, che vanno ad arricchire la mia collezione.

caterina1I dischi sono
The Hi-Fi Nightingale, del 1956
Olé Caterina, del 1957
Plenty Valente, del 1957
A Toast to the Girls, del 1958
Arriba, del 1959
Classics with a Chaser, del 1960
Super-fonics, del 1961
Great Continental Hits, del 1962

Tutti rimasterizzati e – nei limiti del possibile – restaurati.
Non sono certamente edizioni da audiofili, ma servono il loro scopo dichiarato – che è quello di allineare 96 brani incisi dalla Valente nel momento in cui la sua carriera cominciava a prendere velocità. Continua a leggere


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Abracadabra

Mia cara,
ti scrivo in riferimento all’album Abracadabra, di Claire Hamill, che ti prestai nel… mah, 1995?, e che non avesti mai la cortesia di rendermi.
Sì, intendo proprio il disco di “quella coi denti da coniglio”, quello in vinile, che mi dicesti non ti era neanche piaciuto.
Il fatto è che, pochi giorni or sono, per una copia dello stesso disco, ancora incellophanata, mi sono stati chiesti da un onesto rivenditore circa 80 euro…
No no no, aspetta.
Non lo rivoglio indietro.
Sarebbe così poco di classe, non trovi?
No, il punto è piuttosto, se, come credo, lo stai usando come sottovaso per una pianta grassa, sarebbe forse il caso di prendere quella copia di Abracadabra,  e di metterla in vendita su eBay.
Così non potrai più dire che frequentarmi non ti ha mai portato nulla di buono, giusto?

Detto ciò… Continua a leggere


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Venti canzoni – parte prima

Dici niente.

OK, mettiamola giù alla maniera degli antichi – devo farmi intombare nella mia piramide, con i miei schiavi, le mie mogli, una manciata di guerrieri (nel caso ci fosse qualcuno che ascolta Crust-punk nell’aldilà), i miei gatti, un paio di coccodrilli, il mio oro (e non quello di Capitan Findus), i miei libri (ne avevamo già parlato, ricordate?) e venti quarantacinque giri.

Dici niente.
Consultiamo i libri sacri.
Qualcuno avrà pur scritto qualcosa a riguardo…
Il libro tibetano dei morti.
Lo Chtaat-aquadingen.
Alta Fedeltà

The making of a great compilation tape, like breaking up, is hard to do and takes ages longer than it might seem. You gotta kick off with a killer, to grab attention. Then you got to take it up a notch, but you don’t wanna blow your wad, so then you got to cool it off a notch. There are a lot of rules. Anyway…

Già.
Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?

Vediamo, tre sono semplici – sono le tre che ho già citato…

Touched by the sun, di Carly Simon, dall’album Letters Never Sent.
Carly aveva una gran voce (ora non più) e questa canzone in particolare è un buon manifesto programmatico.
È tosta, cattiva, egocentrica. Mi piace.
B-side: Libby

But deep down inside I know
I’ve got to learn from the greats,
Earn my right to be living,
Let my wings of desire
Soar over the night
I need to let them say
“She must have been mad”

West of Hollywood, degli Steely Dan, dall’album Two Agains Nature.
Il catalogo di Fagen & Becker è zeppo di canzoni che ascolterei volentieri per l’eternità nella mia piramide.
Questa racconta una storia vagamente cyberpunk, con una base musicale semplicemente perfetta.
B-side: Deacon Blues

I’m way deep into nothing special
Riding the crest of a wave
breaking just west of Hollywood

The Year of the Cat, di Al Stewart, dall’album omonimo.
È una canzone che ho sempre considerato malinconica, ma mi piace proprioper questo.
Ha un sacco di riferimenti cinematografici, e poi a un certo punto parte un violoncello che spezza il cuore.
B-side: Last Days of the Century

On a morning from a Bogart movie
In a country where they turn back time
You go strolling through the crowd
like Peter Lorre.
Contemplating a crime

Bring Back the Spark, dei Bebop Deluxe, dall’album Moden Music
Bill Nelson era (ed è) un genio dimenticato, ed i Bebop Deluxe erano di vent’anni avanti rispetto al resto dell’universo.
Questa ha tutto – la chitarra, i testi, l’apparente caos dal quale sorge l’ordine. Grande.
B-side: Terminal street

There’s a star in the sky in the morning.
I keep thinking is some kind of warning?
They say the end of the world is near.
They say none willsurvive but don’t you fear it’s not this year.

The Chain, dei Fleetwood Mac, dall’album Rumors
Gruppo essenziale, disco che mi ha insegnato come si ascolta la musica.
Il brano più teso dell’album, quasi ipnotico, perfetto.
B-side: Sara

And if you don’t love me now
You will never love me again
I can still hear you saying you would never break the chain

American Girl, di Tom Petty and the Heartbreakers, dall’album Pack Up the Plantation, Live
Questa è la canzone definitiva, quella che potrei ascoltare per lunghi e strani eoni.
Le due chitarre sono fantastiche.
B-side: Rebels

And for one desperate moment
There he crept back in her memory
God it’s so painful when something that’s so close
Is still so far out of reach

One Night in Paris, dei 10cc, dall’album The Original Soundtrack
Il brano che ha ispirato Bohemian Rhapsody, messo insieme da una delle formazioni più geniali della storia della musica.
Tre voci, effetti speciali, una trama di malaffare e un po’ steampunk, una esecuzione spettacolare.
B-side: Baron Samedi

Rouged lips in the gaslight
A great view of the hall
That’s the way the croissant crumbles after all

Nowhere fast, dei Fire Inc., dalla colonna sonora di Strade di Fuoco
Grande film, colonna sonora eccellente, bdue brani di Jim Steinman.
La cantante suona come Bonnie Tyler ma è una turnista di lusso.
Rock epico, buone voci, testo che più giovanilistico non si può.
B-side: Tonight is what it means to be young (ovviamente)

And we’ll fly away on those angel wings of chrome in your daddy’s car

Brass in pocket, dei Pretenders, dall’album Pretenders.
Chrissie Hynde, che donna! Brano pop a basso contenuto ideologico, ma eccellente.
È indicativo che i testi, sul sito ufficiale, siano in tutte maiuscole.
B-side: Don’t get me wrong

‘CAUSE I GONNA MAKE YOU SEE
THERE’S NOBODY ELSE HERE
NO ONE LIKE ME
I’M SPECIAL SO SPECIAL
I GOTTA HAVE SOME OF YOUR ATTENTION GIVE IT TO ME

Today is another day, degli Zard, dall’album omonimo
OK; è in giapponese, ma questa è la mia lista, e questa è un’altra di quelle canzoni che mi tirano su di morale.
Mi manca, Izumi Sakai – che aveva una buona voce, arrangiava da dio e scriveva buoni testi
B-side: Toki no Tsubasa

Invece di lamentare la triste realtà
Pensiamo a cosa si può fare adesso
Oggi è una sfida

Qui chiudiamo la prima parte.
E visto che non vi ho messo il testo in originale, dell’ultima vi beccate il video…

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Due ore da ammazzare 3 – little, big

Avevo due ore da ammazzare – e così ho fatto un giro in centro.

Il posto in cui ai tempi dell’università compravo i miei giochi di ruolo non c’è più – al suo posto c’è un concept store.
Cos’è un concept store?
Dice Wikipedia

Il concept store è un punto vendita caratterizzato dalla sua completa eterogeneità rispetto all’esperienza tradizionale del negozio. Le sue qualità distintive sono infatti quelle della eterogeneità di gestione, superficie e merceologia. L’obiettivo di un concept store infatti è quello di allestire un’esperienza di esplorazione e di scoperta da parte del cliente attraverso una pluralità di suggestioni, provenienti sia dalla varietà di prodotti esposti, sia dall’architettura stessa dell’ambiente.

Hmmm… ai tempi di mia nonna quei posti lì li chiamavano bazaar….

Ancora poco chiaro?
Diciamo allora che il concept store è un posto dove vi vendono concetti.
Concetti di che genere?
Beh, diciamo che io voglia arredare la mia cameretta in puro stile Figlio dello Sceicco – loro sono pronti a fornirmi tappeti iraniani, cuscini di seta, mobilio in stile, argenti arabi, accessori, gingilli e cosine varie.
Una stanza in stile Old Shanghai? E allora vai col letto da oppio, il trumoncino a cassettiera da erborista taoista, un Buddha cinese in ceramica e una stampa su seta del primo capitolo del Tao Te Ching, drago in ottone, soldato in terracotta, tappeto cinese, paravento T’ang, vasi Ming, sete della valle del fiume Giallo, poster d’epoca della British Airways per il volo Londra Calcutta Shanghai in idroplano…
Ovvio, i miei concetti devono coincidere con quelli disponibili in catalogo.
Sarei tentato di entrare ed informarmi per farmi una stanza in stile Barsoom, o in stile Brancaleone da Norcia, ma poi – spaventato da una vetrina in stile Hello Kitty, preferisco desistere.

Il posto dove compravo i miei giochi non c’è più.
Allo stesso modo sono scomparse la libreria dove compravo polizieschi, il cinema store dove acquistai il mio poster di Indiana Jones e tanto, tanto lontano nel tempo, è scomparsa la libreria Sevagram, dove ho praticamente fatto il liceo, e dove vendevano fantascienza.

C’è ancora il bancarellone coperto di Via Garibaldi, e ci faccio volentieri un giro.
Ecco – è esattamente come una Feltrinelli o da Fnac – ci sono TUTTI i libri.
Ma a differenza di quei posti, io qui ci passerei una giornata, senza stress, e – posto di avere abbastanza quattrini – con una bracciata di libri.
Cosa c’è di diverso?
In primo luogo, io credo, la scala.
Tutto il catalogo corrente di tutti gli editori principali è esposto abbastanza felicemente in una trentina di metri lineari.
Questo posto è sostanzialmente un lungo corridoio, con due pile di libri a destra e a sinistra.
Si entra, lo si percorre tutto studiando gli scaffali a sinistra, poi si torna indietro studiando gli altri scaffali.
Questo posto è una libreria – un locale chiuso in cui ci sono deilibri.
Non ci sono cancelleria, pasticceria, multimedia.
Non ci sono poltroncine, alcove, nicchie, cubicoli per la lettura – se vuoi leggere, te lo leggi in piedi, o te lo compri e te lo leggi a casa.
Non ci sono quei cartelli odiosi del tipo “Wow! Se ti è piaciuto Harry Potter…!” oppure “Da sei settimane primo in classifica!” o cose del genere.
Non c’è la filodiffusione.
Non c’è la climatizzazione.
Non ci sono commessi dall’occhio spento – o anche dall’occhio vispo.
Ci sono i libri, ed i potenziali lettori.
E due casse – una per parte.

Mi sposto un po’ più in là.
C’è una libreria specializzata in libri d’arte e fondi di magazzino, che fa dei prezzi stracciati.
E oltre c’è una libreria specializzata in testi esoterici e filosofici, misticismo orientale e new age.
Spostandomi ancora più in là – da questa o da quella parte, non ha importanza – ci sono bancarelle di libri e dischi usati.
E poi, puntando verso Palazzo Madama, ed il cuore della città…
C’è un negozio di dischi in Via XX Settembre non più grande della stanza di casa in cui mi trovo ora, che è una miniera d’oro per CD di musica classica,
jazz e occasionalmente world music. Hanno i dischi di Caterina Valente, e credo siano gli unici in Torino.
Ci vado di rado – perché spenderei cifre stravaganti – e mi ci sento mortalmente in imbarazzo per quanta cortesia mi viene abitualmente riversata addosso dalle proprietarie.L’indifferenza musona dei commessi di Fnac, mi rendo conto, è meno personale, meno “aggressiva” – ci anestetizza con il piacere di essere anonimni.
Non qui.
E poi, ancora oltre, c’è una libreria specializzata in orientalistica, gestita da un amico, dove non entro da un anno almeno perché dovrei depositare un rene alla cassa e poi far scalare i singoli volumi, fino ad esaurimento…
E ancora, andando verso l’Università, ancora bancarelle di libri e negozi di vinile d’antan.
C’è un posto in via Rossini che vende solo musica prog… c’è una libreria musicale davanti al Conservatorio…

Ecco, io credo che sia in questa varietà e specializzazione che risiede la speranza di sopravvivenza non solo delle piccole librerie e dei piccoli negozi di dischi, ma anche e soprattutto dell’individualità del pubblico.
Negozi piccoli, che non frappongono fra il pubblico ed il medium d’elezione elementi in fondo estranei alla nostra cultura ed abituale fruizione della libreria, del negozio di dischi…
Il trucco, io credo, non consiste nell’offrire caffé e cappuccino, bomboloni e piadine ai lettori.
Non consiste nello stravaccarli in poltrone troppo basse e cullarli con muzak sifonata attraverso la filodiffusione.
Il trucco non sono neanche gli sconti – per quanto allettanti e, considerando i prezzi medi delle pubblicazioni nostrane, benvenuti.
La libreria, il negozio di dischi, è costruito sull’offerta di qualcosa di meno banale.
Un consiglio competente, la proposta di alternative.
Senza fronzoli o americanate.
Se ogni piccola libreria della città riuscisse a sottolineare una propria unicità – per argomento, per organizzazione, per relazione personale col pubblico…
In questo modo si può enfatizzare la varietà, e promuovere la differenza.
Perché un posto in cui tutti dormoni in stanze-concetto prese da un medesimo catalogo, tutte uguali, ma ciascuno convinto di aver dichiarato al mondo la propria originalità, è un posto maledettamente morto.


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Per fortuna che c’è Rob Zombie

Cosa facevo, io, nel 1994?
Già – servivo la patria nell’Aeronatica Militare.
Un anno in animazione sospesa.
E mi son perso un sacco di cose.
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E fra queste mi son perso Manta Ray, debutto – e finora unica uscita – di Nan Vernon.
Che ha una voce incredibile – a suo tempo usata malissimo negli Spiritual Cowboys dell’inadeguato Dave Stewart.
E che ho riscoperto grazie ai buoni auspici de Ectoguide.

Per fortuna che c’è Rob Zombie (chi mai avrebbe pensato che avrei un giorno scritto una cosa del genere) che ha inserito un pezzo della Vernon nella colonna sonora del suo remake di Halloween.
E così lo posso mettere in streaming…

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