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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Tutti i diritti ma nessuno dei doveri

La notizia del giorno – o quasi, i segnali sono partiti ieri – riguarda l’attuale battaglia legale condotta da Alan Dean Foster contro la Disney, che si rifiuta di pagare le royalties maturate dall’autore con i suoi libri della serie di Guerre Stellari.

Alan Dean Foster, che ha un impressionante catalogo di romanzi a proprio nome (la serie del Commonwealth, il ciclo di Pip & Flinx, la serie fantasy Spellsinger), è anche famoso – o famigerato – come autore di novelizations e tie-in, i libri basati sulle sceneggiature di popolari film o che ne rappresentano un seguito.
Sono di Alan Dean Foster il romanzo di Guerre Stellari a suo tempo uscito a nome di Lucas (che qui da noi uscì negli Oscar Mondadori), e le novelization di film diversi quanto Alien e Krull.
Recentemente, con alcuni amici, ci domandavamo se Foster scriverà anche la novelization di Dune.
Ed esistono almeno un paio di casi in cui il romanzo di Alan Dean Foster è meglio del film.

Ma ora sorgono dei problemi.

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Godzilla contro Tarzan

La cosa parte dall’incontro di ieri del Club Villa Diodati – e dalle chiacchiere fatte con amici e colleghi.
Si parlava di fantastico, di libri, di storie.

E il mio amico Massimo Soumaré ha raccontato – con un certo senso di orrore – come parlando di fantastico giapponese, gli sia capitato di incontrare una vasta fetta del pubblico che non ha idea di chi sia Godzilla.

Godzilla-1954

E diciamo Godzilla per dire un sacco di quell’immaginario nipponico che per le persone della nostra generazione era la cultura di base.

La cosa mi ha colpito perché io ieri mi sono imbattuto – online – in alcune persone che lamentavano a gran voce la mancanza di immaginazione di Hollywood…

che ora si mette a fare i remake dei cartoni animati della Disney

Il tutto, a causa di questo trailer… Continua a leggere


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Re un tempo, Re a venire

Era un po’ che non parlavo di fantasy.
Vediamo di rimediare.

C’è un tale, inglese nato nelle colonie, studioso di folklore e mitologia, educatoa Oxford, che negli anni ’30 scrive un romanzo per ragazzi che fa da prequel ad una trilogia dal taglio più adulto, che vedrà la luce solo anni dopo, e verrà raccolta in volume unico solo negli anni ’50.
Romanzi variamente adattati – un cartone animato, un film con star internazionali…

Ma non stiamo parlando di J.R.R. Tolkien.

E devo ammettere che è piacevole immaginare un ipotetico lettore alla fine degli anni ’50 che, arrivando in una ipotetica libreria, potesse trovare sullo stesso scaffale Il Signore degli Anelli, certo, ma anche – per lo meno in teoria – La Spada Spezzata di Poul Anderson, Gormenghast di Mervyn Peake e The Once and Future King di T.H. White.
Che fortuna!
Davvero ci fu un tempo nel quale i giganti camminavano sulla terra!
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Un americano, un inglese e un francese…

Fermatemi se la conoscete già.

Ci sono un americano, un inglese e un francese.
L’americano è sbarbato, prudente ma entusiasta.
L’inglese è barbuto, arrogante ma in fondo di buon cuore.
Il francese ha due sottili baffetti ed il pizzo, e naturalmente è petulante ma inarrestabile.

Combattono il crimine?
No, affrontano l’impossibile.

Sulla carta L’Isola sul Tetto del Mondo, pellicola “verniana” targata Disney, uscita nel 1974, ha poco di accattivante.
Costruita su cliché, non esageratamente fedele al romanzo del 1961 The Lost Ones sulla quale è basata, con un cast ridotto ed una premessa barbina e trita, ci sarebbe poco da farci.
Ma il risultato è più che sufficiente per passare una serata dilettevole.
Merito delle musiche di Maurice Jarre, probabilmente, e del design, deicostumi.

La storia è semplice.
1907.
Il figlio riottoso di un nobile inglese scompare nell’Artico lasciando dietro di se indizi relativi ad un fantomatico cimitero delle balene (che riecheggia il Cimitero degli Elefanti africano caro a Rider Haggard e Burroughs).
Il padre, ansioso di ricongiungersi al giovane, monta una spedizione coinvolgendo un archeologo americano ed un aeronauta francese.
Arriveranno dopo varie peripezie ad una colonia di vichinghi dimenticati dal tempo – con tutte le conseguenze che l’interazione uomini moderni/vichinghi può comportare.

Il vero protagonista della pellicola è il dirigibile Hyperion, inventato dall’ineffabile Capitano Brieux ed in realtà disegnato da Peter Ellenshaw – specialista in matte painting che ha una lunga e illustre storia di partecipazione a pellicole fantastiche (incluso il disneyano 20.000 Leghe).
L’Hyperion ha una sagoma insolita per un dirigibile – specie per un dirigibile cinematografico – e dei colori particolarmente violenti.
O forse sarebbe il caso di dire “francesi”.

La pellicola, col suo tema post-burroughsiano, fece un discreto flop al botteghino – pur ricevendo una nomination all’Oscar per i fondali e la specialeffettistica.

Io lo vidi probabilmente nel ’75, al cinema Colosseo.
Non è invecchiato benissimo, ma mi ha tenuto compagnia in una calda domenica notte nel Monferrato.

Addendum:

… e perché no, il trailer…

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