strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Something for the Weekend

Quello delle canzoni che raccontano delle storie – che sono, in altre parole, delle narrative – come discorso, dovremo farlo, prima o poi.

Ma per intanto, è domenica – musica: Something for the Weekend, dei Divine Comedy, dal classico album Casanova.
Geniale, e fino a ieri sera non avevo mai visto il video, che si incastra in maniera curiosa con… ma ne riparleremo.
Forse.


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Fiacchi & Soporiferi 2 – Genetica

Intendevo “fiacchi e soporiferi”, non “mosci”, trattasi di refuso, scusami dai…
Tanto ora sui gusti musicali ci imbastisci sopra cinque post a valanga, di cui uno con diramazioni filosofiche, uno con excursus sulla genetica e i restanti tre con gallerie storiche di tuoi vari ricordi, lo sappiamo entrambi, no?

Beh, questo è il secondo, ed ha a che fare con la genetica.
Non proprio un piano bar del fantastico, non esattamente un cat blog…

Ora, l’idea di un excursus sulla genetica poteva sembrare un tema un po’ difficile da associare alla musica – a meno di non passare qui un paio di video delle Pussicat Dolls.
Ma quella non è musica.
E non mi piace.
E questi post devono essere dedicati alla musica che mi piace.

Ora, la cosa divertente è che, come effetto collaterale dell’avere gusti musicali… com’era?, Ah, sì, fiacchi e soporiferi, a volte capita anche di avere dei gusti musicali che toccano temi insoliti, come ad esempio la genetica.
Senza bonazze che si dimenano…

Ora, naturalmente, tirare dentro i They Might Be Giants è quasi barare – sono dopotutto il gruppo fondamentale dei geek, ed hanno addirittura fatto una canzone sulla paleontologia, quindi cooptarli è facile.
Maledettamente facile.

Per ch invece fosse interessato a questioni più strettamente legate alla biologia umana, lascio la parola a Neil Hannon…

Ma ci sarà ancora modo di parlare di queste cose…


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Amici Assenti

Devo fare un regalo di compleanno.
Ora, si tratta di una cosa un po’ complicata, perché scegliere il regalo giusto, in certi casi, non è mica semplice.
Un libro, specie per una persona che lavora e manda avanti unafamiglia, è più unaprovocazione che un dono – quando leggerlo?
E l’altro grande cavallo di battaglia, un disco…
Eh, i gusti son gusti.
E poi ci sono sensibilità diverse.
In prima battuta, Dio ci deve delle spiegazioni, degli Skiantos, parrebbe una scelta ideale.
Ma e poi, se certi contenuti un po’ hard andassero contropelo al destinatario – alla destinataria, nella fattispecie?
Un disco di musica classica?
Tappezzeria musicale.
Jazz?
Già, e cosa.

E poi, e poi, uno mica può pescare a caso.
Il regalo deve essere sentito.

E così, proprio ieri, mi è capitato di risentire Absent Friends, dei Divine Comedy, gruppo britannico poco noto nei nostri boschi, ma assolutamente imprescindibile.
Come commentò a suo tempo il Guardian…

Only Hannon, it’s safe to say, would confect a noirish orchestral opus about a ship’s journey to the breaker’s yard (The Wreck of the Beautiful), or title an Italianate fandango The Happy Goth. And they say popsters are only interested in a safe buck. This ornate gem, steered by the man’s comically suave voice (imagine Dean Martin brooding over an absinthe), won’t be the biggest pop hit of the year, but it will certainly be one of the most interesting.

File:Thedivinecomedyabsentfriends.JPG
Il disco non è proprio freschissimo – essendo uscito nel 2004 – ma ha un livello di pulizia e di qualità straordinari.
Neil Hanlon ha una voce inconfondibile, e scrive canzoni – tutte impostate sul tema dell’amicizia e dell’assenza – che rimangono a lungo nella memoria.
Il regalo ideale per una persona che vedo di rado, e che potrebbe scegliere di tenerlo in sottofondo o spararlo a diecimila attraverso gli speaker, e comunque non si perderebbe nulla.
E che di sicuro non conosce i Divine Comedy.

Splendido.
Peccato che una rapida ispezione di un paio di rivenditori di musica registrata, stamani, abbia dato esito negativo.
Nè il famoso megastore né la libreria di grido che vende anche dischi hanno copia di questo capolavoro – né di alcun altro titolo nel catalogo dei Divine Comedy.
Niente Casanova.
Niente Fin de Siecle.
Niente Regeneration.

E così, mentre ripiego su scelte altrettanto sentite e – spero – gradite, mi domando cosa ne sarà dei giovani, in balia di musica fatta coi macchinari, e senza le sottigliezze stilistiche e contenutistiche dei Divine Comedy.
O peggio, seppelliti sotto ristampe di musica svuotata del proprio contesto, tramutata in muzak.
Un commesso allegro per contratto mi consiglia una bella raccolta degli Abba.
È il titolo che và di più.
Io la mia prima raccolta degli Abba l’acquistai nel 1983 – su vinile.
E sapevo perché.

Torno a casa.
Impacchetto i regali.
E ascolto i Divine Comedy, recuperati a suo tempo da CdWoW.
Amici assenti.

Questa, intanto, è Songs of Love, da Casanova (1997).
Live al Palladium.

 


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Un po’ impossibile

Mi sto trascinando sul blog di Land of Visual e inciampo su un commento che mi lascia un po’ così.
Il webmaster lamenta il fatto che mentre i gruppi musicali giapponesi alla base del movimento “visual” non trovano un buco nel nostro paese per suonare, i loro cloni tedeschi spopolano e sono seguiti da orde di ragazzine urlanti.
È un fatto.

Uno dei lettori del blog commenta…

Ovviamente introdurre delle novità nel panorama musicale è un po’ impossibile.

… ed a me vengono in mente i Divine Comedy, con la loro Perfect Lovesong

Give me your love
And I’ll give you the perfect lovesong
With a divine Beatles bassline
And a big old Beach Boys sound

E hanno ragione – mescolando i giusti ingredienti collaudati si può costruire il prodotto perfetto.
Che tuttavia rimane prodotto, costruito a tavolino per piacere.
L’originalità è un’altra cosa – e grazie al cielo l’originalità esiste.

Il fatto che si costruisca sempre sui resti – più o meno conservati – di ciò che è venuto prima non significa che ci si debba limitare a seguirne la struttura pedestremente.
Il rassegnarsi al trionfo delle copie, nell’illusione che ci sia sempre il tempo per scoprire gli originali alle loro spalle, è una bella speranza – che forse funzionerebbe se non esistesse un mercato interessato (legittimamente) a fare prima di tutto numeri, e poi divulgazione.

Potremmo estendere il discorso alla letteratura, al cinema, e fare un po’ di nomi, e di titoli.
Ma oggi proprio non ne ho voglia.

Piuttosto, ascoltiamoci i Divine Comedy…


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Caso e Inevitabilità

The Certainty of Chance è una bella, strana canzone dei britannici Divine Comedy.
Poiché non mi capita spesso di sentire canzoni che parlino di statistica e processi stocastici (pur virando sul finale su temi romantici classici), è stata una delle prime incisioni dei Divine Comedy ad attirare la mia attenzione.
Ed ora, in capo a poche ore, il titolo della canzone (se non il suo contenuto) mi viene richiamato da tre post estremamente diversi su tre forum estremamente diversi.

Comincio con The Inevitability of Victory, un articolo sulla diffusione di Linux nel quale l’autore osserva…

when I talk with people who never have seen Linux, or with people who’d never seriously consider switching to Linux (in business or for their home needs), most of them talk about not having tried it yet or it not being ripe yet. So the general expectation is that they’ll only stick with (expensive, buggy, hated, …) Microsoft software until they feel confident about switching.

Il che conferma la mia esperienza.

Dall’articolo su Linux rimbalzo su un articolo sull’indipendenza del Montenegro, nel quale si osserva come l’indipendenza del piccolo stato balcanico sia stata raggiunta attraverso una campagna di opinione, nella quale i sostenitori dell’indipendenza semplicemente cominciarono a comportarsi come se il ragiungimento dell’indipendenza fosse inevitabile.

Years before the election they started acting as though Montenegro was a separate country, declaring their own economic policy, negotiating agreements with other countries, and so forth. They created a flag and picked an official anthem. The effect of these actions was to make independence seem natural. Thus by the time of the actual vote, voting for independence seemed natural. The vote was still close—they barely got the 55% they needed—but it did pass.

Le considerazioni strettamente politiche non mi interessano.
Come l’autore del post, anch’io sono molto più interessato all’effetto di un certo tipo di approccio al problema.

the idea I find interesting is this notion of acting as though what you want to happen will inevitably happen. This is quite different from going around arguing that it should happen. It is an argument by action; people will tend to go along with you just because it’s easier. Your goal will seem increasingly natural, and will eventually be achieved. Of course, you can’t ignore what other people are telling you, and indeed you must adapt it. Still, you assume that your goals will win out in the end.

E da qui capitombolo sul blog di Seth Godin, che ha un breve post in memoria di Arthur C. Clarke

In 1983, I was lucky enough to lead the team that turned one of his novels into a computer game, the first time science fiction authors had worked in that medium. His computer game ended up grossing more than most of his books ever did.
He really was a genius.
The most important thing you can take away: Naming things is important. He made magic things real by describing them and talking about them in ways that felt real. Once something feels real, making it real is a lot easier.

Nel momento in cui qualcosa si percepisce come reale, renderlo reale è molto più facile.

Il discorso sull’indipendenza del Montenegro, o sul progressivo affermarsi di Linux.

Dare un nome alle cose.

Una specie di magia.
Nelle culture primitive lo sciamano è colui che dà un nome a ciò che un nome non lo ha ancora.

Ho un amico che a suo tempo fece proprio il paragone fra la figura dello scrittore e quella dello sciamano, arrivando anche ad affermare che in fondo, per diventare scrittori, bisogna prima di tutto decidere di esserlo, e cominciare a comportarsi di conseguenza (scrivendo, ad esempio, e facendo tutto il possibile per essere letti).
Ed Bando Masako, scrittrice giapponese in visita a Torino, mi disse – un paio di anni or sono – che il modo migliore per essere letti è quello di creare un nostro genere, una nostra scuola, un nostro set di regole. Più facile e più appagante che conformarsi a generi e categorie preesistenti.

E nonostante io, come Neil Hannon dei Divine Comedy creda nell’inevitabilità del caso, mi ritrovo sempre piuttosto sorpreso quando così tanti piccoli pezzi cadono uno vicino all’altro, e sembrano formare uno schema.
Il genere di cosa che in un racconto verrebbe bocciato a priori, come poco plausibile.
Come il fatto che il filmato di Certainty of Chance sia stato caricato in rete solo ieri…

http://it.youtube.com/watch?v=JvX3M4bmtj8

Grande.