strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Stephen Hawking, 1942-2018

Stephen_Hawking.StarChildÈ morto Stephen Hawking.
Era nato nel 1942, e aveva 76 anni.
Giornali e siti web ci stanno ricordando come fosse uno scienziato-superstar, come fosse lo scienziato più citato dai musicisti, come avesse partecipato a I Simpson ed avesse fatto delle comparsate in Big Bang Theory.
Ammettiamolo, se è comparso in Big Bang Theory doveva essere in gamba, giusto?
Una valanga di risate, Hawking, con quella sua sedia a rotelle e il vocoder, davvero un nerd.

Hawking viene anche ricordato come l’autore di A Brief History of Time, il libro che rimase per 237 settimane nella classifica dei best seller del Sunday Times. Il libro che

Tutti hanno comperato, pochi hanno letto, e di quei pochi nessuno ci ha capito niente

… come osservò un recensore in tempi non sospetti.

E allora parliamo di Stephen Hawking.
E parliamo di noi.
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Calma, lusso e voluttà

Questa sarà una settimana anomala – nel senso che farò un po’ di post per recensire e segnalare un po’ di libri, e si tratterà sempre di libri di persone che conosco.
Di amici.
Amici-amici, non amici di Facebook.

Sono cose che non si fanno, è vero, lo sappiamo.
Ci è stato ripetuto ad nauseam.

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Ma ormai siamo al terzo titolo della settimana.
E chi ci ferma. Continua a leggere


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Geologia per non geologi – una reading list

Questa sera il piano bar del fantastico lascia il fantastico, e anche il bar, e si porta il piano su e giù per le colline.
L’idea di partenza è semplice.
Il giovane Sekhemty da Amunaptra ci scrive…

Ultimamente con la macchina sto girando in lungo ed in largo per la mia provincia, ed un sacco di formazioni rocciose particolari, come calanchi in cui la stratigrafia si individua chiaramente, con fasce (si chiamano così?) di diversi colori e consistenze, oppure altri luoghi in cui speroni di roccia sbucano dal fianco dei monti con gli strati visibili a 45 gradi (su cui sono presenti alcune forature particolari che il mio occhio inesperto le ha viste come intrusioni di materiale meno duro che vento e pioggia nel corso del tempo hanno eroso più velocemente delle parti circostanti), ed altre ancora, mi stanno facendo voglia si saperne di più.

Già.
In fondo è così che abbiamo cominciato.
Si vaga per il territorio, si vedono rocce strane, si decide di indagare.
Non è un caso che fra i grandi paleontologi delle origini*, i primi fossero spesso medici condotti, che viaggiavano fra una fattoria e l’altra col calesse, o personaggi come l’archeologo Alfred Watkins, che da ragazzo faceva il conducente del carro delle consegne della birreria di famiglia.

Quindi, ciò che cercheremo di mettere giù, qui, è una lista di lettura per avvicinarsi alla geologia, e sapere cosa stiamo guardando, e perché.
Niente di troppo specialistico.
Ma cose solide.

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Libri che mi hanno cacciato nei guai – una Top Five

Non sono a casa, questo è un post programmato in anticipo.
Se non rispondo ai vostro commenti, o se questi restano in moderazione, non abbiatevene a male.

Di cosa parliamo.
Di libri.
Di saggi, per la precisione.
Ma non di saggi qualsiasi.
Parliamo dei cinque saggi che io reputo indispensabili – quelli che vorrei avere sull’isola deserta, quelli che userei per costruire un corso universitario o due, quelli che mi farei piazzare nella cassa da morto…
MA!…
Quelli che mi hanno irrimediabilmente cacciato nei guai durante la mia carriera accademica e non*.
I miei libri pericolosi, insomma.
Con una succinta scheda ciascuno.
Così, per vedere che effetto fa.

Vediamo… Continua a leggere


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La Terza Cultura

Continua l’abbuffata di saggistica.
Col caldo, i pomeriggi scorrono all’ombra, ventilatore a manetta, un buon libro e un té ghiacciato.
E così leggo finalmente un volume ormai vecchio di quindici anni, ma che resta di una importanza fondamentale.
Si tratta di The Third Culture, di John Brockman – forse il libro con la copertina più brutta che mi sia capitato in tanti anni.
Ma la copertina è niente – ciò che conta sono i contenuti.
Che i fautori dell’ebook possono leggere qui, in versione integrale, gratis.

Sarebbe stato utile averlo a portata di mano durante il corso al Museo, quest’affare.

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5000 parole in 48 ore

Ah, la dura vita del freelance.
Se farsi pagare resta il problema più grosso (ma non è un problema per tutti oggidì?), il secondo grande problema è la gestione del tempo.
Un incidente d’auto, e non solo il budget cola a picco, ma i programmi di due settimane di lavoro vanno rivisti.
E così ci si ritrova, magari, a dover scrivere un pezzo in due giorni.

Ora, sarebbe una buona regola rinunciare ai lavori che non possiamo fare.
Se non ho la possibilità di uscirne bene, non mi ci caccio dentro da principio.
Però, però…
A parte squallide questioni finanziarie, esiste una lungalista di buoni motivi per cui è consigliabile non rispondere picche a chi ci chiede unpezzo per una pubblicazione.
In primo luogo, ne avremo un ritorno di immagine – poter citare un pezzo pubblicato dall’editore X o dalla rivista Y arricchisce il nostro portfolio.
E si tratta sempre di raggiungere lettori che finora non sapevano nulla della nostra esistenza.
Poi, se ci hanno chiesto un pezzo, fornendolo entro i tempi dati come richiesto ci faremo del karma positivo con l’editor che ci ha contattati, e che avrà più voglia di contattarci di nuovo la prossima volta.
Aggiungiamo che mettere mano ad un pezzo in un ambito nel quale abbiamo poca esperienza è un’eccellente modo per farsela, quella esperienza.
E per finire, chi l’ha detto che non si può scrivere un buon articolo, diciamo 5000 parole, in un finesettimana?

Ecco allora qualche idea per farlo.
Per me funzionano, naturalmente, anche se non ne posso garantire l’universalità.

. Cercatevi un titolo ed un sottotitolo fin da subito.
Questo aiuta, in primis, a dare un tocco di finalità al progetto, e dall’altra rende più probabile l’accettazione. Un titolo ben studiato è infinitamente meglio di “Articolo di Tizio sull’argomento X, da ricevere entro il 30/1” – il nostro editor avrà più voglia di darci il via libera.

. Determinate un target di parole minime – io di solito punto a 5000 (circa 10 pagine a interlinea 1) per un pezzo standard.
Anche questo serve per avere un punto d’arrivo definito.
Sforare non è un problema.

Nota: Comunicare al più presto, o in sede di proposta, titolo, sottotitolo e numero di parole minimo fa un effetto dannatamente professionale.

. Chiedete le linee guida per formattazione e altre sciocchezze editoriali.
Suona dannatamente professionale, oltre a dirvi cosa potete e non potete fare.
Se vi riferiscono ad uno standard, fate in modo di sapere di cosa si tratta (Google è vostro amico).

. Fatevi una bella mappa mentale – eccellente per individuare una struttura, focalizzare certi punti, stabilire cosa avete già in mano e cosa cercare.

. Documentatevi
Se vi hanno offerto il pezzo è perché, per qualsivoglia motivo, sono convinti che voi in qualche modo vi intendiate dell’argomento in questione.
Tale competenza potrebbe ridursi a
a . sapere dove cercare i dati in internet
b . essere in grado di leggere alla svelta

. Saccheggiate il vostro catalogo
Vi hanno chiamato perché questo, in un modo o nell’altro, è il vostro ramo.
Ora, c’è qualcosa che avete già scritto che contenga materiale utile? Citatevi addosso… è poco elegante, ma fa contenuto.

. Saccheggiate il vostro blog
Le probabilità sono buone che vi abbiano chiesto di parlare di un certo argomento perché tale argomento è stato già citato sul vostro Blog.
Riutilizzate quei contenuti.

. Saccheggiate i blog dei vostri amici
… e poi citateli in bibliografia. Oltre ad allungare la lista di references, sono comunque contenuti, ed è karma positivo.

Ora, tracciate un’outline sulla base della vstra mappa mentale, e piazzate nei punti nevralgici i vostri scampoli – pezzi di vecchi articoli, brani di blog vostri e altrui, qualche citazione, rileggete, e lasciate riposare per una notte.
Questa è la vostra prima stesura.

Il mattino successivo, rimpolpate le transizioni fra un pezzo e l’altro.
Fin qui potete lavorare tranquillamente su un file TXT.
Questa specie di mostro di Frankenstein necessiterà di un paio di belle rilertture, ed una ancor più drastica sessione di correzione ed editing, per rendere il tutto uniforme – passate ad un word-processor per il lavoro sui font.
In particolare, i vostri pezzi riciclati andranno riscritti, in modo che la riciclatura non sia tanto palese.
Suddividete in capitoli, numerate e titolate ciascuno.
Spostate i blocchi in modo che la lettura sia scorrevole al massimo.
Poiché non sarà un lavoro lungo – avete poco tempo, giusto? – ma sarà un lavoro intensivo, fate dieci minuti di pausa ogni cinquanta minuti di lavoro.

Ricordatevi di aggiungere:

. Sezione ringraziamenti – non scordatevi l’editor e gli amici saccheggiati.

. Bibliografia

. Agganciateci una vostra breve biografia – non più di otto righe (se serve più lunga ve la chiedono)

Spedire il tutto in formato .rtf o .doc (a meno che non ve l’abbiano chiesto in altro formato).
Bello liscio.


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Il primo libro dell’anno

Uno dei lati divertenti del vivere ora in una casa disposta su due piani, è che è possibile tenere un libro “aperto” al pian terreno (zona giorno) ed uno “aperto” al primo piano (zona notte) ed avere così due titoli da leggere nel tempo libero.
Non è proprio come tenere tre o quattro libri aperti sulla scrivania e leggerne una trentina di pagine ciascuno per volta, come faceva Nero Wolfe, ma è un inizio.
Carl Sagan's Cosmic Connection
Il primo libro dell’anno è il libro del pianterreno – Carl Sagan’s Cosmic Connection, la ristampa/agiornamento del vecchio Cosmic Connection, pubblicata da Cambridge.
La solita biblioteca americana ha deciso di liberarsene, ed il volume è arrivato sul mio scaffale, per far compagnia agli altri libri di Sagan.
Ed è curioso, e vagamente sinistro, che un libro di Carl Sagan, che tanto ferocemente si batté nei suoi ultimi anni contro l’impoverimento della cultura scientifica negli Stati Uniti, mi capiti fra le mani a prezzo stracciatissim proprio perché una biblioteca ha deciso di disfarsi di alcune scaffalate di testi scientifici…

Una nota a margine.
Quando X-Files esplose sui teleschermi di tutto il mondo, vennero stampate delle magliette nere con la scritta “I Want to Believe” – dalla dicitura del famoso poster nell’ufficio di Fox Moulder.
In capo a pochi mesi venne messa in circolazione una maglietta alternativa, bianca, con la scritta “I Don’t Want to Believe – I Want to Know!”
A differenza della maglietta ufficiale, la si può reperire ancora oggi.
Era firmata da Carl Sagan.

Sagan scrisse Cosmic Connection nel 1973.File:Pioneer plaque.svg
Prendendo le mosse dalla missione Pioneer 10 – con il suo famoso carico di artefatti culturali terrestri e il messaggio ad una eventuale civiltà spaziale – Sagan percorre in capitoli rapidi e francamente divertenti i temi della vita nell’universo e sulla Terra, dell’esplorazine spaziale e della colonizzazione del sistema solare, della comunicazione e della trasmissione delle informazioni attraverso lo spazio ed il tempo.
Lo scopo è quello di mostrare le potenzialità e stimolare la curiosità del lettore.
E il volume era destinato a quella generazione di lettori – la mia, a ben guardare – che erano cresciuti col programma spaziale, ed ai quali era stato promesso un futuro spaziale.
E non spaziale nel senso di “Wow! È spaziale!”
Spaziale nel senso di colonie orbitali nei punti lagrangiani entro il 2005, basi sulla luna, navi in viaggio verso il Pianeta Rosso…

Poi, ora lo sappiamo, qualcuno decise che sarebbe stato molto, ma molto più divertente guardare la televisione, ed il programma spaziale andò a farsi benedire.
Cosmic Connection quindi rimane un testo che emoziona, ma del quale le biblioteche tendono a disfarsi, probabilmente per far spazio ad infinite saghe di vampiri adolescenti e libri sulla fine del mondo nel 2012.
Degli oltre venti titoli “fondamentali” nella produzione divulgativa di Carl Sagan, solo quattro sono stati tradotti in Italiano.

Ciononostante, l’Università di Cambridge ne ha prodotta una edizione aggiornata, con contributi di Freeman Dyson, Ann Druyan e David Morrison.
E il libro rimane straordinariamente lontano dalle diverse operazioni nostalgia che ci si sarebbe potuti aspettare.
E mentre Sagan ci intrattiene con una visione del destino dell’uomo nello spazio che non è necessariamente perduta, ma solo rimandata, Freeman Dyson trova il tempo per illustrare quanto la NASAdisattese le aspettative di Sagan e dei suoi contemporanei, anteponendo la politica alla scienza, e Ann Druyan si concede un momento di rabbia assoluta rivolta a quella comunità scientifica che emarginò Sagan perché “si dedicava eccessivamente alla divulgazione”.

Un libro eccellente, insomma, personale ed universale al tempo stesso.
Uno spettacolare promemoria su quali siano le priorità, specie per chi ha deciso di fare della scienza la propria professione.

Il primo libro dell’anno.
Un buon modo per cominciare un nuovo decennio.

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