strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Parlando di poesia con l’esattore delle tasse

Nonostante abbia partecipato a 24 nel ruolo di se stesso, non ho particolare simpatia per il senatore John McCain.
E d’altra parte, come non apprezzare una dichiarazione d’intenti come la seguente:

“I think also we have to think about incentivizing math, science and engineering students, because that’s the need for the future economy of this country and we have a real shortage of ‘em. I’d like to make education affordable and available to every single American. I’m not saying that they’d have to receive that education; but at least it would be available and affordable, and we’re a ways from that. But it would start with telling math, science and engineering students that we’re gonna do everything we can to make sure they receive an education in those specialties, and then broaden it out into every other.”

Bella soprattutto la puntualizzazione: “non dico che debbano ricevere una tale educazione, ma per lo meno sarebbe loro disponibile ed accessibile…”

Ieri sera, dieci minuti di esilarazione e delirio a discutere con alcuni amici umanisti per formazione ed educazione.
Ora, io su questo blog parlo (spesso) di scrittura, quindi non vedo perché loro non debbano parlare di scienza.
Se solo però ci capissero qualcosa!
Viene in mente il vecchio disco di Billy Bragg – Talking with the Taxman about Poetry.
Ci sono argomenti per i quali alcune categorie proprio non sono preparate alla discussione.
E qui parte il pork chop express…

La tesi dei miei amici umanisti – il popolino viene cullato in un falso senso di sicurezza grazie ad una campagna (nefasta) che promuove una (malaccorta) fiducia “quasi fideistica” nella scienza.

Il che è palesemente una sciocchezza.
In primo luogo, perché di promozione della scienza in circolazione ce n’è ben poca.
Vengono tagliati i fondi alla ricerca, le riviste scientifiche chiudono o perdono lettori a manetta (o diventano ocome il nuovo Airone… urgh!), cala la produzione (e la vendita) di saggistica scientifica di qualità, in Tv ci sono solo più documentari sui Templari o sui leoni del serengeti, l’attacco ideologico su temi quali la genetica o anche semplicemente la teoria dell’evoluzione è continuo edapprovato a livello politico da una vasta componente trasversale….
E l’ignoranza in ambito scientifico della popolazione è nota e tragica, pur venendo solitamente giustificata con “la vocazione umanistica della cultura italiana” (come se ce l’avesse ordinato il medico, di non conoscere la matematica).

Difficile affermare che la scienza viene promossa in funzione di controllo sociale, quando di fatto non viene promossa in alcun modo
Ed è piuttosto dubbio che la popolazione trovi rassicurante un argomento per il quale palesemente non ha interesse.

Eppure è così, mi viene garantito.
Il popolino guarda CSI ed è rassicurato dalla scienza.
Il mio cambio cerebrale gratta mentre cerco di adeguare i miei pensieri al nuovo argomento.
CSI è un telefilm.
È fantascienza.
Fantascienza certamente positivista, ma….
Davvero vogliamo sostenere che l’uomo della strada, dopo aver guardato un po’ di episodi di CSI, si convince che la scienza sia la strada che porta alla salvezza?

Davvero l’uomo della strada guarda un paio di episodi di CSI e poi tira un sospiro di sollievo pensando a tutti quei fisici che stanno indagando la materia oscura?
Davvero si sente rassicurato dalla teoria delle stringhe, dall’ipotesi del gene egoista, dalla memetica…?

Certo.
Anche perché, mi spiegano, quello che io chiamo scienza (la paleontologia, la fisica delle particelle, la chimica dei polimeri), è una pignoleria da specialisti che giustamente non interessa a nessuno.
“Scienza” è un tipo dall’aria affidabile, con un titolo accademico prima del nome, che compare in TV ed usa un paio di paroloni per rassicurare la popolazione.
E poi magari ci fa vedere un documentario sui leoni del Serengeti.
Ecco… i documentari sui leoni del Serengeti sono scienza, e sono rassicuranti.
La plebe non desidera altro.
Q.E.D.

“Alla gente”, mi spiegano, basta sapere che c’è qualcuno in camice bianco, che si sta occupando del problema, per sentirsi rassicurati.
Perché è stata promossa una fede cieca e acritica nella scienza.
Q.E.D. 2

È una di quelle discussioni dalle quali non si esce.
Inutile tentare di spiegare che la persona in camice bianco che si sta occupando del problema è rassicurante perché scarica il pubblico dalla responsabilità di darsi da fare in prima persona – ed è per questo che il poveraccio non ha fondi, e la fede o la fiducia nella scienza non c’entrano nulla.
Inutile tentare di spiegare che ciò che maggiormente desiderano gli esseri umani è che i loro problemi diventino problemi altrui (come già sosteneva Douglas Adams).
È come parlare di poesia con l’esattore delle tasse.

E mentre la ricerca scientifica e la cultura scientifica nel nostro paese sono in bancarotta, una categoria piuttosto nutrita (gente che ha studiato filologia, un paio di lingue morte, magari estetica – gente in gamba, badate bene!) sembra abbastanza infastidita dal fatto che i leoni del Serengeti vengano usati come strumento di controllo sociale, creando una “mistica della scienza”.

La cosa terrificante è che non hanno capito assolutamente nulla di scienza.
Ma forse hanno ragione comunque.

[immagine gentilmente fornita da Morguefile]


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Il Mondo Senza di Noi

Una buona lettura per questo silenziosissimo giorno di Pasqua.
Alan Weisman si pone una domanda semplice – cosa succederebbe se domattina l’umanità scomparisse?
Un virus, naturale o ingegnerato, una nannotecnologia sfuggita al controllo…
Immaginiamo di scomparire.
Cosa succederebbe, dopo?

https://i0.wp.com/futuroprossimo.blogosfere.it/images/mondosenzanoi.jpg(lo schema tradotto è preso da http://futuroprossimo.blogosfere.it)

Il quadro – costruito col supporto di un gran numero di specialisti e ampiamente documentato – non è dei migliori: gran parte di ciò che creiamo persiste grazie alla nostra costante manutenzione, e non sopravviverebbe a lungo in nostra assenza.
Sul versante positivo, molti dei nostri effetti collaterali più negativi verrebbero riassorbiti abbastanza alla svelta dal sistema Terra.
Solo 50 anni per ripulire l’acqua dai nitrati (forse un po’ ottimistico).
Solo 500 anni per vedere il riformarsi delle barriere coralline (per lo meno in embrione).
Ma nessuno a goderne la bellezza.
Intanto, mentre enumera scomparse e ricomparse, Weisman traccia una storia dell’impatto umano sul pianeta – da quando siamo diventati una Forza della Natura capace di fare ciò che solo i vulcani in passato facevano.
L’autore non esprime giudizi, ma fornisce molto cibo per il pensiero.Ben scritto, ben tradotto, poco costoso (neanche quindici euro), tascabile, Il Mondo Senza di Noi è un eccellente esempio di divulgazione scientifica, una lettura veloce ma non “leggera”.
Lo pubblica Einaudi Stile Libero, con una misteriosa etichetta Extra.


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Narrative scientifiche

No, non intendo parlare di fantascienza.
Non oggi, per lo meno.

Quando ho cominciato a tenere i miei corsi, poiché nulla nella mia carriera universitaria mi aveva preparato ad insegnare (salvo forse parte del corso di Regional Geology del Birkbeck College), spulciai un po’ di letteratura a riguardo – e poiché i miei migliori insegnanti erano stati anglosassoni (oltre che per ilfatto che sono un anglofilo), mi buttai sui manuali degli inglesi.
Phil Race rimane un mio idolo.
In uno di quei manuali – non ricordo quale, ma escludo che si trattasse di Race – trovai il suggerimento di avere sempre pronta una “underdog story” relativa alle mie esperienze nell’applicare ciò che stavo insegnando.
Un aneddoto in cui le mie capacità, la mia cultura e tutto il mio hardwaree software non fossero serviti a nulla.
La storia di una figuraccia.
La cronaca di un disastro.
Perché inquel modo, più che presentandosi come i supereroi della materia, riusciamo a conquistarci la simpatia dei partecipanti al corso.
Fortunatamente, di storiacce in cui tutte le mie migliori intenzioni servirono solo a sortire effetti catastrofici, ne ho un lungo elenco.

Il problema è che la “underdog story”, nel campo della letteratura scientifica, è diventata a quanto pare uno strumento ideologico.
O così sostiene, in maniera abbastanza convincente, Michael White, nel recensire uno degli articoli pubblicati nel recente 2007, Best American Science and Nature Writing (eccellente collana di divulgazione che copre tutto lo spettro delle scienze, una manna per chi fa scienza… e fantascienza).
Ciò che White sostiene è che è ormai stata sviluppata una narrativa standard, una vera e propria struttura retorica, che ha questo aspetto

1. The famous, brilliant scientist So-and-so hypothesized that X was true.

2. X, forever after, became dogma among scientists, simply by virtue of the brilliance and fame of Dr. So-and-so.

3. This dogmatic assent continues unchallenged until an intrepid, underdog scientist comes forward with a dramatic new theory, completely overturning X, in spite of sustained, hostile opposition by the dogmatic scientific establishment.

La classica storia dell’uomo solo contro l’establishment per il trionfo della verità.
Molto hollywoodiano.
E piuttosto discordante dalla realtà.

Ma il punto, come sottolinea White nel suo pezzo, non è se davvero la scienza sia rallentata dall’accettazione di dogmi e rivoluzionata da sfigati coraggiosi, quanto piuttosto il fatto che l’adozione di questa struttura narrativa – che suscita immediatamente la simpatia del lettore verso una partepiuttosto che l’altra,

Primo – lascia supporre che esista una contrapposizione, una lotta, un Noi contro Loro nella ricerca scientifica.
Il che è falso poiché la scienza è collaborativa, e il progresso avviene normalmente attraverso lo smantellamento di ipotesi precedenti e lo sviluppo di nuove teorie, e se sul momento può far male, vedere una propria tesi confutata, dall’altra la confutazione di una tesi spalanca nuove opportunità di ricerca.
Le nuove teorie vengono affrontate con scetticismo dalla comunità, ma questo scetticismo è lo strumento di veriofica delle teorie, non una dimostrazione di ostilità al nuovo.
Ed alla fine, nessuno vince o perde.

Secondo, e più importante – permette a molti autori di cavarsela senza fornire prove scientifiche delle proprie affermazioni.
Si tratat di pura retorica – mi basta convincere il letore che le teorie normalmente accettate sono dogmi dettati da vecchi parrucconi, ed ecco che qualunque storia io tiri fuori verrà ammantata della luce dell’eroica ribellione all’establishment.
Si tratta di una captatio benevolentiae che poco ha a che vedere con il dibattito scientifico.

What gets lost is the scientific method, the idea that novel proposals need to be thoroughly vetted and tested, no matter how intuitively attractive they are. That vetting process is done by a dynamic community of smart, educated, competitive people, who care passionately about science. It’s a community where everyone wants to come up with the next big theory that overturns long-held beliefs. But that’s hard to do, especially in fields where all the low-hanging fruit has been picked over by really talented people for decades or centuries. If a new theory is being presented in the media as the centerpiece of an underdog narrative, you can bet the farm that this theory is not yet sufficiently substantiated by the evidence. That doesn’t mean it’s wrong necessarily, but it does mean that the hypothesis has not yet met the rigorous standards of evidence that have served science well for centuries.

È un po’ diverso dal conquistarsi la simpatia della classe con un aneddoto buffo.


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Narrativa ed evoluzione.

È cominciato con una breve citazione dal bel libro di Wood.
I modelli che usaimo per descrivere il mondo naturale e le nostre azioni in esso sono inefficaci perché non prendono in considerazione una gran parte della storia.
Esiste un eroe solitario, un unico malvagio colpevole di tutto.
Il resto – la strada percorsa per arrivare fin qui, il resto dell’umanità – è solo colore locale.

L’idea – sosteniamo – si applica perfettamente anche alla narrativa.
Troppa narrativa è sciapa perché al di fuori dell’eroe e del cattivo, del qui e ora, non considera nulla.
Segue dibattito.

E in coda al dibattito, Maria Grazia mi scrive…

Forse un po’ off topic rispetto alla “narrativa dell’immaginazione”, ma leggendo il tuo post mi sono venute in mente le parole di Alberto Salza in “Darwin fa parte della storia?”:

Misha Landau, nel 1991 ha fatto notare come le interpretazioni dell’evoluzione umana assumano la forma della favola, con un eroe in via di trasformazione (da rospo a principe, da scimmia ad angelo), una fatina buona (la teoria di Darwin di adattamento e selezione), un talismano (la stazione eretta o l’encefalizzazione, tra mille) e un lieto fine (Homo sapiens, noi), con tutti che vivono felici e contenti.

A guardarsi attorno, osservando come vivano oggi gli ultimi sapiens (l’evoluzione continua e pure a noi toccherà, prima o poi, l’estinzione, statene pur certi come lo siete della morte), la fine della Storia non pare poi così simile a un happy ending

.

E così torniamo dalla narrativa ai modelli.
Il cerchio si chiude.
La questione diventa complicata.

Proviamo a fare un giro largo.

Quindici anni or sono (mi sento vecchio) su un divano sperduto nelle Highlands scozzesi, in compagnia della più bella donna del mondo, discutemmo a lungo nella notte di come, di fatto, si può insegnare lo zen, si può praticare lo zen, ma non si può spiegare cosa sia lo zen.
Se spiego cos’è lo zen, non sto spiegando cosa sia lo zen – e per di più inganno chi si sciroppa la spiegazione, che crede di aver capito.
Nella bibliografia relativa alla filosofia zen che compilammo quella notte, quindi, avremo tre tipi di testo

  1. i libri dello zen (il Sutra del Loto, per dire)
  2. i libri zen (La Voce del Turbine, di Waletr Jon Williams, ad esempio)
  3. i libri sullo zen (Lo Zen di Alan J. Watts)

I libri dello zen mi permettono di comprendere quali precetti entrino nella filosofia zen, ma dovrò poi applicare questi precetti per vivere lo zen.
I libri zen mi permettono di sperimentare – più o meno approfonditamente – una esistenza zen attraverso la mediazione di una narrativa.
I libri sullo zen mi permettono di scomporre lo zen in elementi maneggevoli, ma mi relegano ad una posizione di turisrta – che visita, guarda, si stupisce, si costruisce una falsa immagine mentale ma in fondo non capisce in profondità. Sono diversi dai libri zen solo perché pretendono di essere perfettamente oggettivi, e quindi affermando di non ingannare, risultano più ingannevoli.

Io a venticinque anni le mie notti le passavo così.
Fatemi causa.

Il fatto è che, a ben guardare, tutto l’insegnamento, tutta la divulgazione sono narrativa e, in ultima analisi, inganno.
Spesso, molto spesso, il trucco dell’insegnante non è far capire allo studente, ma dargli l’impressione di aver capito.
Le parole ingannano.
Solo l’esperienza diretta insegna.
Molto steineriano, si dirà – ma va bene finché devo insegnare quale sia il ciclo di vita di un pero (per dire) molto meno quando devo trattare concetti come la genesi baryonica dell’universo, o anche più semplicemente (per me, che sono unpaleontologo) l’evoluzione della vita attraverso la selezione naturale.
La matematica dovrebbe essere il linguaggio neutro e non ingannevole che permette di descrivere -e quindi insegnare – la realtà per ciò che è, senza abbellimenti, licenze poetiche o divagazioni soggettive.
Ma anche la matematica ha i suoi limiti (Goedel) e, quando si rapporta al mondo reale, la complessità la porta a fare una brusca frenata.
Il mondo naturale è talmente complesso che per descriverlo matematicamente devo

  • considerarne solo una porzione minima (ma mi perdo tutto il resto – il discorso di Wood)
  • eseguire delle semplificazioni matematiche (idem)
  • passare alla statistica, e quindi non esprimere fatti, ma la mia personale misura della credibilità (la probabilità) del quadro che sto dipingendo.

O sacrifico la verità, o sacrifico la certezza.

Mi concedo qui un momento romantico.
Ciò che è realmente entusiasmante della scienza è proprio questo – che per quanto si appoggi a colossali semplificazioni, a modelli incompleti e a calcoli probabilistici, riesce comunque a darci un quadro dell’universo in cui viviamo che è solido, coerente e funziona.

Però…
1993.
Sono solo davanti a sessanta ragazzini di dieci-undici anni.
Devo parlar loro di evoluzione.
La suora (siamo in un istituto religioso) mi ha detto che parlare di evoluzione è ok, ma per cortesia evitiamo di menzionare l’evoluzione umana, che è troppo risqué.
Cosa faccio?

Racconto una storia.
La storia migliore che ho – l’unica che valga la pena di raccontare.
Se non posso raccontare la mia storia migliore, allora non scrivo, non spiego, non mi esibisco…
Per onestà intellettuale, cerco di ingannare questi ragazzi il meno possibile.
Per onestà e amore della materia cerco di fare in modo che in loro si risvegli abbastanza curiosità da andarsi a prendere i libri e scoprire da sé le parti che io ho glissato, ho modificato.
In modo da potersi costruire una propria storia, una propria narrativa, integrando le parti mancanti.
Perché – e qui arriviamo a Salza e Landau – anche io “posseggo” le teorie che conosco in forma di narrativa.

È per questo che dico che Salza e Landau hanno perfettamente ragione, ma sbagliano completamente.
Perché dal loro discorso – specie se stralciato così al volo su un blog – si potrebbe quasi evincere che ci sia qualcosa di meglio della narrativa.
Non c’è.
Ci sono solo storie migliori – quelle che tengono maggiormente conto dei processi, delle dinamiche, del quadro generale.
Quelle che hanno una prova.

È qui in fondo che noi esseri intelligenti divergiamo dai postmodernisti – i quali sostengono che tutto è narrativa, e tutte le narrative sono equivalenti.
Con buonapace dei cicli mitici degli indios Hovitos, che considerano il mal di denti l’effetto di un fulmine scagliato dal dio delle tempeste nella bocca del guerriero, io continuo a preferire un analgesico e un disinfettante a settantadue ore di digiuno, docce fredde e poi un bel tatuaggio rituale.

Però, scordiamoci i postmodernisti – siamo tutti narrativa.

Volete una prova?
Non posso darvi la mia notte su un divano sperduto nelle Highlands scozzesi, in compagnia della più bella donna del mondo.
Non ho campioni di divano, di notte primaverile o di bella donna.
Non ho una registrazione.
Non ho una documentazione fotografica.
Ho una storia.
Tutto il mio passato – che si aggiorna con ogni nuova lettera che compare sul mio schermo mentre scrivo questo – sopravvive solo come ricordo.
Come narrativa.
Noi siamo narrativa.

Volete un’altra prova?
Salza sbaglia.
Sbaglia perché segnala la biologia fra le scienze hard – probabilmente pensando alla biologia molecolare, che ha una forte espressione matematica (è come un linguaggio di programmazione) e tuttavia è essenzialmente statistica, e quindi altrettanto soft quanto la paleontologia.
Ma collocando la biologia fra le scienze hard, Salza dimostra qualcosa di fondamentale – dimostra di aver creduto alla narrativa dominante dei biologi molecolari.
Il che chiude, credo, in maniera elegante la questione.