strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Nella grande pagoda del divertimennto, la festa è finita…

… o forse sarebbe il caso che lo fosse.

OK, questa sarà una faccenda abbastanza convoluta.
Dovremo passare in un paio di posti strani, prima di arrivare a destinazione – ammesso che ci si riesca.

in-las-vegas-live-at-the-desert-inn-official-bootleg-recordingUn paio di notti or sono stavo ascoltando Caterina Valente Live in Las Vegas, il bootleg ufficiale del concerto tenuto dalla Valente al Desert Inn nel 1964.
Un ottimo disco, tra l’altro – selezione eccellente di canzoni, nessuna caduta dovuta a titoli meno che spettacolari, l’interprete in piena forma (come dicono quelli in gamba) e che sfoggia tutta l’estensione e la versatilità della sua voce.
È vero, è un bootleg, nel senso che bisogna trafficare un po’ con l’equalizzazione per ottenere un suono ottimale, ma in compenso si sente chiaramente l’attrice sorridere mentre canta. O a volte proprio ridere di gusto – ed è noto che ho sempre avuto un debole per le donne che ridono. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia…

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Non sono più lo stesso (ma certe cose non cambiano)

Io e Donald Fagen abbiamo uno strano rapporto.
Il suo primo album, The Nightfly, è stato la colonna sonora del mio esame di maturità.
Il suo secondo album, Kamakiriad, mi ha accompagnato dall’annientamento della mia tesi di laurea alla discussione della mia tesi di laurea.
Il terzo album solista di Donald Fagen, Morph the Cat, era sul piatto mentre preparavo il mio primo corso all’Università di Urbino.

E non solo – persino una canzone incisa da altri, Confide in Me, fatta dai ManTran, era lì per farmi da stampella al momento giusto.

Ed ora, un paio di mesi prima del fatidico PhD, esce il quarto album solista di Donald Fagen – Sunken Condos.
E c’è il primo singolo, che io continuo ad ascoltare in loop, e che ancora una volta pare scritta per come mi sento.
Donald Fagen è il mio personale portafortuna.

Sembra che sia venuto il momento di ricominciare, insomma.
Magari dalle profondità oceaniche.

Donald Fagen – I’m Not the Same Without You

Since you’ve been gone, an awesome change has come about
My life is different now,
I’m not the same without you
I’m evolving at a really astounding rate of speed
Into something way cooler, than what I was before
I feel much stronger than I have in years
My mind is sharp, and my spirit’s high
Now people tell me the shape of my face is changing
I’ve grown an inch tall since July
What in the world is going on? Please tell me

Without you, I now have eyes to see some other destiny
A future escape of brighter things of which I belong to
her role…

I can hold my breath for a really long time now
I can hold my own
I’m not the same without you

Without you, I now have eyes to see some other destiny
A future escape of brighter things of which I belong to
her role…

Since you’ve been gone, it’s like somebody switched the stars back on
I can see into everybody’s heart, and everybody’s dreams girl
I don’t need sleeṗ anymore,
If I close my eyes, I sleep the sleep of the gods
And no, no, no
I’m not the same without you
I’m not the same without you
I’m not the same without you
I’m not the same without you


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Musica notturna

Ho già parlato brevemente di questo disco altrove.

In questo casdo, tuttavia, il riascolto e la discussione mi vengono ispirati da una pelosa conversazione intrattenuta sul blog di Max Citi:

quando parlavo di un’«Età delle promesse» mi riferivo agli Anni ’60 quando, tanto per dire, c’erano libri dove si scriveva che entro il 1976 ci sarebbe stata la prima missione umana su Marte e che entro il 2000 sarebbe stata varata la prima astronave a propulsione fotonica (?) – qualsiasi cosa questo potesse significare. Dalla propulsione fotonica alle veline e al Billionaire… effettivamente qualcosa si è rotto. Poi, certo, la retorica del futuro era una retorica del futuro americano, non del futuro di noi tutti, ma era comunque più eccitante sperare di passare a miglior vita sotto il cristallo di una città-cupola marziana piuttosto che vicino a una discarica. L’alternativa al sogno americano era il comunismo e l’uomo nuovo. In realtà c’era in entrambe le ideologie un sogno tecnologico scientista e razionalista. Infatti la propaganda rivolta ai giovani aveva «stelle e pianeti negli occhi».

Noi sognavamo lo spazio.
Le profondità dell’oceano.
La Nuova Frontiera – non quella di Kennedy, non quella di Star Trek.
La nostra.
TNF
Mi viene naturale allora mettere sul piatto The Nightfly, di Donald Fagen, uno dei dischi che hanno contribuito a fare di me un outsider ai tempi del liceo, uno dei dischi che non ho mai smesso di ascoltare, per venticinque anni.

Standing tough under stars and stripes
We can tell
This dream’s in sight
You’ve got to admit it
At this point in time that it’s clear
The future looks bright

Ci hanno venduto dei sogni che erano solo propaganda, dice Max.
Niente stazioni orbitali, cupole ambientali, habitat sottomarini.
Niente TV 3D, auto elettriche, robot per fare i lavori sporchi.
Niente energia solare, niente economia sostenibile.

Non stiamo imparando a parlare coi delfini – li stiamo facendo alla griglia.
“Per motivi scientifici”.

La libertà per tutti di scegliere il proprio destino e soddisfarre le proprie aspirazioni?
Vorrete scherzare.

(More leisure time for artists everywhere)
A just machine to make big decisions
Programmed by fellows with compassion and vision

Donald Fagen cantava i suoi sogni anni ’50 – non troppo diversi dai miei sogni anni ’60/’70 – nel 1982, quando era ormai evidente che tutto stava andando all’inferno in un secchio.
E secondo i critici è proprio questo suo riferimento continuo agli ideali del passato che ha fatto di The Nightfly uno dei long-sellers assoluti nella storia della musica.
Perché ci riconosciamo tutti in quei sogni.

La corsa allo spazio ed il futuro radioso di I.G.Y.
Il pericolo e l’esotismo di Green Flower Street.
Le ragazze (e la musica di Leiber & Stroller) di Ruby,Baby e le speranze di Maxine.
La Nuova Frontiera.
La radio e il jazz di The Nightfly.
Le repubbliche delle banane di The Goodbye Look.
E la nostalgia per la nostalgia di Walk Between the Raindrops – in cui forse i sogni vengono riconosciuti per ciò che sono, ma hanno ugualmente valore.

Ed è questo che mi dico.
Forse è vero che biechi affaristi seduti attorno ad un tavolo in una stanza buia da qualche parte hanno tramutato i miei sogni in propaganda.
Ma io ho creduto ai sogni, non alla propaganda.
Ed i sogni hanno valore, indipendentemente da chi li canta.

Riascolto The Nightfly e come Max Citi mi domando dove sia andata storta, e soprattutto come la si possa raddrizzare.
Max dice che non si può.
Io credo che in piccolo, localmente, si possano fare un sacco di cose.
Dare vita ai vecchi sogni?
Chissà.