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Egan – Doris, non Greg

Con la piega che sta prendendo il mercato del fantastico da noi come nel mondo anglosassone, un appassionato può contare su tre sole certezze:

  • un gusto sopraffino sviluppato in decenni di frequentazione del genere
  • un circolo di buoni amici sempre pronti a segnalare nuovi titoli da scoprire o da evitare come la peste
  • una conoscenza degli editori e delle loro linee editoriali, in modo da sapere sempre più o meno cosa aspettarsi.

È così che, quando il telegrafo senza fili dei vecchi complici trasmette un nome di un autore e un titolo, incrociando il dato con il backlog dell’editore, si può decidere, lasciando che il nostro gusto ci dica se saltare o astenersi.
Ad esempio…
Mi dicono meraviglie di Doris Egan.
Che non è imparentata con Greg Egan – autore spesso ostico.
La Egan, della quale in Italia è uscito solo un racconto (Timerider, nel 1987), è principalmemente una produttrice e sceneggiatrice – fra i suoi lavori popolari anche da noi ci sono Dr House, Numb3rs, Profiler, The Agency, Tru Calling
A cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, la Egan pubblicò anche un ciclo di tre romanzi per i tipi della DAW Books – The Gate of Ivory, Two Bit Heroes e Guilt-Edged Ivory.
Di questi, appunto, mi dicono meraviglie.

DAW Books.DAW Books Logo in use from 1972 to 1984
Io mi fido della DAW.
Fondata da Donald A. Wollheim (da cui il nome), e la prima casa editrice esclusivamente pubblicata alla fantascienza ed al fantasy, dal 1972 DAW si contraddistingue per una linea editoriale che affianca a grossi nomi (Andre Norton, Fritz Leiber, Marion Zimmer Bradley, Roger Zelazny, Tanith Lee, Michael Moorcock, John Brunner, C.J. Cherryh) anche autori meno famosi ma sempre di livello piuttosto elevato.
Io professo ancora una vera e proria idolatria per Ansen Dibell e per Jo Clayton.
Pescare a caso un volume della DAW significa ritrovarsi fra le mani della competente fantascienza avventurosa e space opera, o un solido sword & sorcery senza troppe velleità intellettuali.
Libri scorrevoli, ben scritti.

Quindi, diamo un’occhiata a The Complete Ivory, volume di circa 900 pagine che raccoglie i tre romanzi della Egan, e che un thrift shop dell’Esercito della Salvezza in Galles mi lascia per un centesimo di euro più le spese di spedizione.
Malandatissimo, costola incurvata e spaccata, copertina che pare sia stata presa a martellate, con in più la stampigliatura “No Returns” sul bordo inferiore delle pagine ingiallite che da sola potrebbe ispirare un episodio di Ai Confini della Realtà.
Un libro in disarmo, che cigola fra le nostre dita, e sembra gemere, e ci domandiamo se arriverà intero alla fine.
Ed è un peccato, perché il ciclo della Egan è veramente ottimo, costruito su un classico impianto “alla Vance”: un pianeta popolato da una cultura eccentrica e dominato dall’anacronismo, una società decadente e letale, una narratrice estranea e sballottata dagli eventi, una sana dose di umorismo cinico, un ritmo che pare inarrestabile: l’azione scorre con una velocità impressionante, per cui apriamo pigramente il volume per curiosare, la sera dopo cena, e in mezz’ora siamo a pagina 58.
Personaggi convincenti, dialogo vivace.
La giusta dose di esotismo.
E non una riga di info-dump.
Niente spiegoni chilometrici, pagine e pagine di background, tabelle genealogiche, mappe, dizionari del dialetto locale.
Solo una pulita, leggera narrazione diretta, che costruisce un mondo credibile e sorprendente un paragrafo alla volta, senza rallentare l’azione – uno dei marchi di fabbrica della DAW.
Sono novecento pagine ma finiscono in un attimo.
E se ne vorrebbe ancora.

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