strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Credo rileggerò Dune

Credo rileggerò Dune, il primo romanzo della serie. Sarebbe la terza volta, credo. La prima fu ai tempi del liceo, l’edizione della Nord, CosmoOro (che credo sia la stessa traduzione che ora è in catalogo Fanucci). La seconda fu ai tempi dell’università, in inglese, un paperback di seconda mano che aveva fatto le Guerre Puniche, e che è ancora qui da qualche parte in uno scatolone. Ora toccherebbe alla bella edizione rilegata della Fantasy Masterworks di Gollancz, una specie di piccolo vocabolario di carta riciclata fra due copertine antiproiettile, e la rilegatura che scricchiola quando lo si sfoglia.

Non sono un dunologo. Ne ho conosciuti, e li chiamo amici, gente che sa scriverti la formula di struttura della molecola di spezia e che è intima di Shai Hulud. Dune mi piace, ma non è il mio libro fondamentale. Resta un ottimo esempio di come si possa creare un intero universo in un solo libro. Detesto Paul Hatreides, ma credo sia normale.
E tuttavia, ci sono una serie di motivi, per tornare a leggere il romanzo di Frank Herbert.

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L’obbligatorio post su IT°

830502Sono nato nel 1967, e questo è un pork chop express.
Era un po’ che non ne facevo.

Sono nato nel 1967, e quando IT uscì in Italia avevo vent’anni.
È probabilmente per questo che il mio coinvolgimento emotivo per IT è prossimo allo zero.
Non ha segnato la mia adolescenza.
Non parlava di me e dei miei amici.
Non ha informato il mio immaginario.
Non è la cosa più spevantosa che io abbia mai letto.
È un libro dell’orrore molto spesso, scritto da uno che non è il mio autore preferito.

Il che, vi prego, non significa che sto criticando negativamente Stephen King – semplicemente ci sono autori che mi piacciono di più.
Fatevene una ragione.

Lo stesso vale per la miniserie del 1990, e per Tim Curry.
Mi piace molto Tim Curry, soprattutto ne I Pirati di Penzance

Anche se per me il più grande Re dei Pirati di sempre resta Kevin Cline.
Capisco naturalmente che per altri possa essere differente. Continua a leggere


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Il ritorno degli Hoorka

Untitled-3Nei primissimi anni ’80, l’americano Stephen Leigh esordì con una trilogia di romanzi pubblicati da Bantam Books e in generale noti come Trilogia di Neweden.
Fantascienza classica, space opera alla maniera di Dune (ci torneremo) – era dal 1990, mese più mese meno che li cercavo, sulla scorta di ottime recensioni e di un entusiastico passaparola.
Una caccia che per quasi venticinque anni non ha dato alcun frutto (se non richieste stravaganti per libri usatissimi).
Ora, il maggio scorso, la DAW Books ha ristampato la trilogia di Neweden – che era fuori stampa da trent’anni – in un bel volume unico di seicento e rotte pagine, che si può avere per poco più di sei euro in paperback, o quattro euro in formato digitale.
Si intitola Assassin’s Dawn.
È Natale con un mese d’anticipo.

Di cosa parla la trilogia di Neweden… Continua a leggere


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Lo strano caso dello scrittore resuscitato

E così lo hanno fatto.
La Hyperion Books ha annunciato la imminente uscita di …And Another Thing, sesto romanzo nella trilogia della Guida Galattica per Autostoppisti.
Come forse anche i più distratti ricorderanno, Douglas Adams, autore della serie originale di programi radiofonici e poi dei romanzi di Guida Galattica, è scomparso nel 2001, all’età di 49 anni.
Avendo scoperto – probabilmente – da una parte l’alta probabilità di fare una carrettata di danari pubblicando un nuovo volume della serie, e dall’altra la scarsissima probabilità che Adams si decidesse a scriverlo, i vamp… ehm, i dirigenti editoriali della Hyperion hanno affidato la stesura del nuovo titolo a Eoin Colfer, autore della fortunata serie (si dice così?) di Artemis Fowl.
Che non è proprio il massimo, come pedigree.
Riuscirà lo scrittore irlandese a catturare la miscela di arguzia, profonda comprensione della scienza, malinconia e compassione che caratterizzava gli scritti di Adams?

D’altra parte, la resurrezione di autori morti in “sequel ufficiali” e altre sciocchezze è piuttosto lunga e piuttosto nutrita – e sempre di natura abbastanza dubbia.
A partire dal 1977, quando fece uscire il Silmarillion affidando al canadese Guy Gavriel Kay la riorganizzazione di materiale sfuso dagli archivi del padre, Christopher Tolkien ha dato alle stampe praticamente ogni pezzo di carta trovato nello studio di J.R.R. Tolkien – dai raccont perduti e ritrovati (e meglio sarebbe stato se fossero rimasti perduti, a detta di molti), ai dodici volumi della Storia della Terra di Mezzo, al recente I Figli di Hurin.
Nel frattempo, Guy Gavriel Key è cresciuto ed è diventato un solido autore di fantasy – ma non è Tolkien.
Nè ci interesserebbe se fosse una semplice copia carbone del defunto Inkling.
A noi interessano opere originali, giusto?

Dall’altra parte dell’atlantico, il figlio di Frank Herbert, complice Kevin J. Anderson (autore meglio noto come il maggior collezionista al mondo di memorabilia di Guerre Stellari) ha dato finora alle stampe otto volumi di “prequel” e “sequel” ai sei volumi originali del ciclo di Dune – con altri quattro in lavorazione. Tutti, ipoteticamente, basati su appunti di pugno di Herbert padre (che evidentemente anziché scrivere romanzi accumulava appunti per i tempi di magra e per garantire lunga vita e prosperità al figliolo).

Però…
Nel 1998, Robin Wayne Bailey  pubblicò Swords against the Shadowland, volume sulle avventure di Fafhrd e del Gray Mouser basato sui lavori di Fritz Leiber (che rimane citato incopertina come “designer”), e che venne giudicato uno dei sette migliori romanzi fantasy pubblicati nel 1998 – il volume, da tempo introvabile, verrà ristampato prossimamente, in concomitanza con l’uscita di Swords in the Storm, ulteriore aggiunta alla serie.

E che dire degli apocrifi di Conan e di tutto l’opus Howardiano, i sequel di romanzi di Verne e Conan Doyle, di Tarzan, di Marlowe (a qualcuno è piaciuto Poodle Springs?)…
Dove tracciare la linea di demarcazione, quindi, fra bieca operazione commerciale e valido contributo al genere?

È da anni oggetto di ironie e sberleffi il fatto che L. Ron Hubbard abbia pubblicato di più da morto che da vivo – ma d’altra parte, Hubbard, fondatore della Scientologia, aveva sempre sostenuto di possedere poteri semidivini.

Di sicuro, è già difficile competere con la concorrenza dei vivi.
Se anche i morti continuano ad occupare le rispettive nicchie, tempi duri si prospettano per i giovani autori.


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Creare un universo in un solo volume

https://i0.wp.com/img.tesco.com/pi/Books/L/66/0575068566.jpgInteressante discussione che da una settimana circa mi si è incastrata in fondo al cervelletto.
Abbastanza perplessi per il fatto che alcuni fan italioti (no, non ho il link, mi dispiace) abbiano deciso inopinatamente che Dune, di Frank Herbert sia più fantasy che fantascienza, ma anche un po’ romanzo storico, io ed il mio amico dunologo Roberto abbiamo passato un’oretta a discutere dell’opera di Frank Herbert.

Punto primo – Dune è fantascienza.
Si svolge nel futuro, ha una base scientifica plausibile per tutto ciò di cui tratta, ha un nesso scientifico centrale (l’ecologia del pianeta Arrakis), non ci sono ma anche che tengano.
Ed ha il merito, sostiene il mio amico, di essere l’unico romanzo di fantascienza che riesca a costruire un intero universo coerente in un unico volume.

Vero.
L’universo delineato da Herbert emerge completamente in Dune, senza che i sequel (e le appendici postume) aggiungano nulla di significativo.
Ma, l’unico?

Non amando certe affermazioni categoriche, mi metto in cerca di opere simili.

http://entropypump.files.wordpress.com/2007/04/neverness.jpgLa prima che mi venga in mente è Neverness, di David Zindell.
Altro monoblocco colossale, altra storia di un eroe riluttante e un po’ antipatico che pare destinato a diventare un dio, Neverness è in fondo una trasposizione di Dune, che rimpiazza un pianeta desertico con un pianeta ghiacciato, le tute fremen con pattini da ghiaccio e parka, l’Islam con lo Zen, l’ecologia con la matematica.
Ma vederne solo un clone di Dune è limitativo.
All’origine della successiva trilogia A Requiem For Homo sapiens, Neverness esiste per creare l’universo in cui la trilogia si svolgerà.
Non c’è dubbio che anche Neverness sia fantascienza.

https://i0.wp.com/g-ecx.images-amazon.com/images/G/01/ciu/68/d4/b674124128a0ef9261e96010._AA240_.L.jpgBarando, si potrebbe dire che il Ciclo del Nuovo Sole di Gene Wolfe (in effetti un romanzo in quattro parti con un solo sequel) arrivi agli stessi risultati.
Il mondo di Urth è descritto nei suoi dettagli più fini ed è per molti versi il protagonista della narrazione – la curiosità dis coprire di più sul mondo è ciò che ci spinge spesso ad andare avanti.
Resta il dubbio che il Ciclo del Nuovo Sole non sia esattamente fantascienza.
Potrebbe anche essere fantasy.
O più semplicemente è un planetary romance che si svolge sulla Terra…

//www.fantasticfiction.co.uk/images/c0/c106.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.E chissà cosa ne è stato di Edward Bryant, che in Cynnabar creava un intero universo in una manciata di racconti interconnessi.
In parte ispirato a Vermilion Sands di Ballard, Cynnabar era scientificamente complesso, linguisticamente impegnativo e concettualmente molto sovversivo.
Non credo che ne rimangano troppe copie in circolazione, ed è un peccato, perché si tratta di una delle letture più stimolanti che mi siano capitate.
Rispetto ai volumi citati precedentemente la creazione è decritta in maniera più impressionistica, solo apparentemente più superficiale.

Altri libri?
Forse Il Castello di Lord Valentine, di Robert Silverberg, sul quale tuttavia la giuria è ancora in seduta per decidere se sia fantascienza o fantasy.

E Dying Earth di Jack Vance, che come Bryant e prima di lui, in pochi racconti costruì un intero universo (i sequel sono tracsurabili).

Ma ce ne sono certamente altri.
Siamo aperti ai suggerimenti.


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Felicità è un verme colossale

Due buoni colpi nella stessa giornata.
Ah, i miei soldi…. e poi, avrò mai il tempo di legere tutti i libri che si stanno accumulando sui miei scaffali e oltre, su mobili, sedie, pavimento…?

Però…

David Gerrold è forse l’autore dal quale ho imparato di più, in termini di tecnica cruda – il suo Worlds of Wonder rimane a mio parere uno dei migliori testi di scrittura creativa specifici per il genere fantascientifico.
Certo, Damon Knight è più tecnico, la gente della Horror Guild coprono tutte le possibilità – dal raconto brevealla narrativa orrifica per ragazzi – e naturalmente nessuno batte la pratica e la lettura di “quelli in gamba” – Leiber, Cordwainer Smith, Fredric Brown…

Ma David Gerrold è stato il primo che io abbia letto.

c1-150E’ quindi con un gorgoglio giocondo che ho arraffato una copia del colossale La Guerra contro gli Chtorr, di David Gerrold, Oscar Mondadori dell’ottobre scorso – 18 euro ben spesi.

Il volumone riunisce i quattro romanzi scritti da gerrold a cavallo fra anni ’80 e ’90 nei quali un’umanità sfiancata dalla crisi ecologica si ritrova improvvisamente a doverfronteggiare un’invasione aliena con tutti i crismi. Gli invasori sono gli Chtorr, colossali bruchi venuti dallo spazio, ed hanno studiato i classici – esattamente come i Marziani di H.G. Wells prima di loro, infatti, gli Cthorr si portano dietro il proprio ambiente, la propria ecologia – e la loro conquista del nostro mondo significa letteralmente la trasformazione del nostro pianetain una copia del loro mondo.
L’ecologia come arma.
Fantascienza avventurosa ma al contempo “hard” (molto ben studiata la biologia aliena), militare ma non militarista e priva di retorica, quella di Gerrold è forse la miglior serie su un’invasione aliena pubblicata in tanti anni.

Il volume da 1500 e rotte pagine non è proprio user-friendly.
Come tutti gli Oscar ha una copertina mediocre (copiata da quella altrettanto mediocre del primo volume americano), di cartoncino leggero, ed è stampato su carta da pizza – ma questa volta va bene così: viaggerà nella mia borsa e acquisirà col tempo una personalità, malandato e storto, sfregiato e storpio, un sopravvissuto comei personaggi che ne percorronole pagine.

Ma oggi dev’essere la giornata dei vermi giganti.
51AQR71BZlLContemporaneamente al mio incontro fortuito con gli Chtorr, parte da un paese lontano (ma non troppo) alla volta della mia biblioteca una copia a buonissimo mercato di Dune, di Frank Herbert.
Versione originale, anastatica della prima edizione, copertina rigida.
Dune rischia di essere uno dei dieci… dei tre migliori romanzi di fantascienza mai scritti.
Dico “rischia” perché i sequel non sono all’altezza del primo volume, e gli apocrifi cucinati dall’orrida coppia Anderson & Herbert Jr. sono inammissibili, se non altro per la loro palese natura commerciale.
Da dimenticare il film di Lynch – o per lo meno troppo lontano dall’originale.
Ma il primo romanzo del ciclo di Dune è definitivo.
Nonostante il romanzo sia in fondo la storia dell’ascesa al grado di divinità di un personaggio francamente antipatico, Frank Herbert è un killer, tanto che scriva di vasti deserti senza vita o che scriva dialoghi a più livelli, intricati e letali come duelli.
Ecco… un buon autore da studiare per imparare a scrivere un buon dialogo, Herbert.

La fluidità della prosa e l’ingannevole semplicità della trama ci fanno scordare i difetti caratteriali del protagonista principale, e Herbert descrive un mondo ed un universo così sontuosamente detagliati, che molti ne sono stati catturati, e non ne sono più usciti -facendo la fortuna di sequel e apocrifi.
Sarà bello leggerlo finalmente nell’originale, ed averne una copia che possa durare nei secoli.