strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Pelgrano, questo sconosciuto

Un post breve e poco impegnativo che tuttavia credo funzioni bene a corollario della lunga discussione scatenatasi in coda ai miei post sull’opus tolkienianum.

In uno di quei post ho citato il pelgrano, con la pelle del quale – come si conviene, nella sua varietà più selvatica – gli artigiani della valle del fiume Scaum rilegarono a suo tempo il mio malandato paperback de Il Signore degli Anelli.

Vaste ricchezze, fama imperitura e infinite altre meraviglie erano state promese a colui o colei che fosse riuscito a divinare non solo la natura del pelgrano selvatico, ma anche la sua provenienza e discendenza letteraria.
Ma nulla, nessuno dei miei colti lettori è riuscito nell’impresa – ed ho perciò devoluto le ricchezze ai bisognosi, e consegnato la fama alle fragili dita della brezza marina, rassegnandomi al lento ma inesorabile progredire dell’oscuro mare dell’ignoranza.
Unico caso, io credo, in cui il progredire sia causa di arretramento.

Mi s’appalesa tuttavia proprio ora che la causa non risiede forse nell’infingardaggine dei miei lettori, quanto piuttosto nel loro malaccorto affidarsi a consiglieri men che rigorosi, o animati da intenti che non riesco a divinare – poiché a molti il pelgrano è stato presentato sotto mentite spoglie, per motivi, non mi vergogno ad ammetterlo, che sfuggono ai miei pur logori poteri di raziocinio.

E dunqe, è l’ora della rivelazione!

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Canti dalla Terra Morente

È in Dagon, di H.P. Lovecraft, credo, che mi sono imbattuto per la prima volta in un espediente narrativo – non saprei come altrimenti definirlo – che HPL probabilmente (mi dico col senno di poi) mutuò da Lord Dunsany, e che nella sua semplicità riesce a suggerire un livello di complessità elevatissimo.
In Dagon, assistiamo alla scena in cui un dio (Dagon, appunto) si genuflette e salmodia in innominabile adorazione dinnanzi alla statua di una sua divinità.
L’universo è più strano di quanto immaginiamo, e anche le nostre divinità hanno i propri dei (idea non molto sfruttata nel fantastico contemporaneo).

martin07_b.jpgProva inconfutabile che questa pratica è una realtà è la pubblicazione di volumi come Songs of the Dying Earth, che un postino affranto ed accaldato ha appena lasciato cadere dalle sue mani snervate sulla mia porta di casa.
Un colosso da seicento pagine, con una bella copertina e splendide illustrazioni interne, pubblicato da Nightshade Press, il volume ora nelle mie mani sudaticce (una delle 1474 copie esistenti), curato da George R.R. Martin e dal leggendario Gardner Dozois, racchiude una serie di racconti ambientati nell’universo immaginato per la prima volta, una sessantina di anni or sono, da Jack Vance, una delle più importanti e durature creazioni del fantastico occidentale.
Fra eoni incommensurabili, la Terra gravita torpida attorno ad un sole rossastro e indolente; la popolazione, sospesa tra un medioevo picaresco e una superscienza opportunamente indistinguibile dalla magia, lungi dal trascinare i propri ultimi giorni nell’apatia o nella disperazione, si abbandona alla ricerca dell’eccentrico, dell’istantaneamente gratificante, del bello e del piacevole – gli ultimi giorni della Terra sono un lungo ballo in maschera popolato da cialtroni.
Senza contare naturalmente pelgrani e deodandi cannibali, e l’occasionale sandestino di passaggio.

Dean R. Koontz apre le danze con una lunga eulogia – saremmo quasi tentati di chiamarla coccodrillo, vista l’eta avanzatissima di Vance, ma è comunque troppo sentita e personale per meritarsi un simile appellativo.
E Jack Vance di suo ci mette una breve ma succosa introduzione.
E poi passa la palla al cast di contributors: Dan Simmons, Robert Silverberg, Kage Baker, Terry Dowling, Phyllis Eisenstein, Glen Cook, Neil Gaiman, Elizabeth Hand, Matt Hughes, Tanith Lee, George R. R. Martin, Elizabeth Moon, Mike Resnick, Lucius Shepard, Jeff Vandermeer, Paula Volsky, Howard Waldrop, Liz Williams, Walter Jon Williams, Tad Williams, John C. Wright.
Ed ecco che il paradosso di Dagon si dispiega davanti ai nostri occhi – i nostri idoli che si genuflettono dinanzi ad altri idoli, che sono anche nostri.
Alcuni degli autori in lista sono fra coloro che più apprezzo.
E se non mi sorprende trovare Kage Baker, Tanith Lee o Liz Williams in una antologia di celebrazione vanciana, la presenza di insospettabili come Walter Jon Williams, Lucius Shepard, Glen Cook o Elizabeth Moon segnala la vastità e la profondità del culto di Jack Vance.
Bello ritrovare Paula Volsky e Phillis Eisenstein, autrici lette vent’anni or sono e ancora attive e interessanti.
Meno sorprendente imbattersi nei prezzemoli letterari Silverberg e Gaiman.
Ma la vera grande sorpresa è Dan Simmons.

Operazione colossale condotta con grazia da un piccolo editore, la dice lunga su cosa sia possibile offrire al pubblico, complice un mercato amplissimo ed una circolazione globale attraverso il web, avendo un minimo di coraggio ed una buona strategia editoriale.

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Creare un universo in un solo volume

https://i0.wp.com/img.tesco.com/pi/Books/L/66/0575068566.jpgInteressante discussione che da una settimana circa mi si è incastrata in fondo al cervelletto.
Abbastanza perplessi per il fatto che alcuni fan italioti (no, non ho il link, mi dispiace) abbiano deciso inopinatamente che Dune, di Frank Herbert sia più fantasy che fantascienza, ma anche un po’ romanzo storico, io ed il mio amico dunologo Roberto abbiamo passato un’oretta a discutere dell’opera di Frank Herbert.

Punto primo – Dune è fantascienza.
Si svolge nel futuro, ha una base scientifica plausibile per tutto ciò di cui tratta, ha un nesso scientifico centrale (l’ecologia del pianeta Arrakis), non ci sono ma anche che tengano.
Ed ha il merito, sostiene il mio amico, di essere l’unico romanzo di fantascienza che riesca a costruire un intero universo coerente in un unico volume.

Vero.
L’universo delineato da Herbert emerge completamente in Dune, senza che i sequel (e le appendici postume) aggiungano nulla di significativo.
Ma, l’unico?

Non amando certe affermazioni categoriche, mi metto in cerca di opere simili.

http://entropypump.files.wordpress.com/2007/04/neverness.jpgLa prima che mi venga in mente è Neverness, di David Zindell.
Altro monoblocco colossale, altra storia di un eroe riluttante e un po’ antipatico che pare destinato a diventare un dio, Neverness è in fondo una trasposizione di Dune, che rimpiazza un pianeta desertico con un pianeta ghiacciato, le tute fremen con pattini da ghiaccio e parka, l’Islam con lo Zen, l’ecologia con la matematica.
Ma vederne solo un clone di Dune è limitativo.
All’origine della successiva trilogia A Requiem For Homo sapiens, Neverness esiste per creare l’universo in cui la trilogia si svolgerà.
Non c’è dubbio che anche Neverness sia fantascienza.

https://i0.wp.com/g-ecx.images-amazon.com/images/G/01/ciu/68/d4/b674124128a0ef9261e96010._AA240_.L.jpgBarando, si potrebbe dire che il Ciclo del Nuovo Sole di Gene Wolfe (in effetti un romanzo in quattro parti con un solo sequel) arrivi agli stessi risultati.
Il mondo di Urth è descritto nei suoi dettagli più fini ed è per molti versi il protagonista della narrazione – la curiosità dis coprire di più sul mondo è ciò che ci spinge spesso ad andare avanti.
Resta il dubbio che il Ciclo del Nuovo Sole non sia esattamente fantascienza.
Potrebbe anche essere fantasy.
O più semplicemente è un planetary romance che si svolge sulla Terra…

//www.fantasticfiction.co.uk/images/c0/c106.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.E chissà cosa ne è stato di Edward Bryant, che in Cynnabar creava un intero universo in una manciata di racconti interconnessi.
In parte ispirato a Vermilion Sands di Ballard, Cynnabar era scientificamente complesso, linguisticamente impegnativo e concettualmente molto sovversivo.
Non credo che ne rimangano troppe copie in circolazione, ed è un peccato, perché si tratta di una delle letture più stimolanti che mi siano capitate.
Rispetto ai volumi citati precedentemente la creazione è decritta in maniera più impressionistica, solo apparentemente più superficiale.

Altri libri?
Forse Il Castello di Lord Valentine, di Robert Silverberg, sul quale tuttavia la giuria è ancora in seduta per decidere se sia fantascienza o fantasy.

E Dying Earth di Jack Vance, che come Bryant e prima di lui, in pochi racconti costruì un intero universo (i sequel sono tracsurabili).

Ma ce ne sono certamente altri.
Siamo aperti ai suggerimenti.