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Quindici album

Meraviglie del marketing.
Pochi giorni or sono, dovendo incassare uno di quei buoni acquisto, della serie

sorry, quello che hai ordinato è estinto. Ci complimentiamo per il buongusto dimostrato nella scelta, ci dispiace per l’inconveniente, ma i quattrini non te li restituiamo, beccati ‘sto buono e aggiustati.

ho ordinato quindici album di musica jazz.
Negli ultimi tempi, infatti, la mania dei remasters ha preso una strana piega, per cui esistono case discografiche che riversano, dopo aver dato loro una ripulita, tre o quattro album storici su un paio di CD, e li buttano sul mercato ad un prezzo ridicolo.

Tipo, per dire 5 euro.

Ora, il vecchio jazz, se piace, ha una cosa, di buono – è difficilissimo beccarsi fregature.
Basso prezzo + alta qualità = perché no?

E così, ho spulciato il loro catalogo e…

1 . … Ho raccattato un po’ di musica per i tramonti estivi
Ci fu un tempo in cui ascoltare Martin Denny e Les Baxter era considerato di cattivo gusto.
Kitsch.
O, per dire, un po’ strano…
Addirittura sessualmente ambiguo.
Ma ora grazie al cielo non ascoltiamo più la musica con gli occhi, e Real Game Jazz ha rimasterizzato e re-impacchettato tre album del primo, e quattrodel secondo, e li ha buttati sul mercato al solito prezzo delle patate.
Di Denny posso quindi ora vantare il fondamentale Quiet Village, colonna sonora della lounge generation, disco essenziale dello scapolo suburbano vintage, più Afro Desia (capito il doppiosenso?) e l’orientaleggiante Hypnotique. Tutti e tre usciti nel ’59, a dimostrazione che il buon Denny, al suo apice, lavorava a cottimo.
Di Baxter, il quartetto di dischi non include, ahimé, la colonna sonora de L’Orrore di Dunwich, ma ci sono South Pacific e African Jazz, Jungle Jazz e The Wild Guitars.
Ora si prende un bibitone guarnito con uno strano ombrellino, si abbassano le luci e si guarda il tramonto…

2 . … Ho quasi completato la mia collezione di dischi di Anita O’day.
Conosco molti appassionati di jazz, e molti ascoltatori occasionali, che giurano e spergiurano nel nome di Billie Holliday.
Che era bravissima.
E che, scherziamo?
Io però ho sempre preferito Anita O’Day, una donna che ha percorso praticamente tutta la storia del jazz – dal big band allo swing al bebop, e oltre. Una donna dura, con una vita travagliata (pare sia indispensabile per essere stelle di prima grandezza) ed una voce fantastica.
Non è a vanvera la definizione di “Frank Sinatra al femminile”.
Ho una pila alta così di sue incisioni, ma beccare Anita Sings the Most, The Lady is a Tramp, An Evening with…, e Anita, vale a dire quattro titoli che mi mancavano, riuniti per cinque euro in due CD, pare un piccolo miracolo.
Rimasterizzazione e riversamento dell’inglese Avid Jazz, eccellenti.
Ma voi non sapete di cosa sto parlando, giusto?
Ascoltate…

3 . Ho fatto conoscenza con Eartha Kitt
OK, confessione di un appassionato di Jazz – io di Eartha Kitt avevo solo un paio di brani in collezioni sfuse, e un pezzo su un disco di Pete Townshend, in cui Eartha faceva la parte di un drago venuto dallo spazio.
Non sto scherzando.
E poi naturalmente ricordavo la Kitt nella parte di Catwoman nel Batman con Adam West.
E i film, i telefilm… il fatto che avesse fatto scoppiare a piangere Ladybird, la moglie di Lyndon Johnson, facendosi cacciare dalla Casa Bianca e giocandosi la carriera…
Ma non l’avevo mai sentita come si deve.
Al meglio.
Proprio all’inizio dei ’60.
Che voce! Che tecnica – come una Edith Piaf incarognita e maledettamente sicura delle proprie doti – non solo canore.
Quindi, quattro remaster della Avid servono a colmare una lacuna sostanziale.
E poi c’è una canzone che mi ricorda una mia ex…

E come trovata di marketing funziona – ho già messo gli occhi su un 4 x 2 di Julie London…

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