strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un topo con la lingua blu

Si era detto un topo con la lingua blu.
Che poi non sarebbe proprio un topo, trattandosi di un “vole”, in inglese, ovvero una arvicola.
Ma sulla copertina del libro, vedete, c’era un topo con la lingua blu, e una magnum puntata alla testa.
E io, lo ammetto, sono uno che a volte i libri li compra per la copertina.
Resta a mio parere un buon modo per scoprire autori nuovi e interessanti, fatemi causa.

Native Tongue è stato il primo romanzo di Carl Hiaasen che io abbia letto.
Acquisto d’impulso, per via della copertina, da Murder One, a Londra.
In quella stessa occasione, ne sono assolutamente certo, acquistai anche The Monkey’s Raincoat e Stalking the Angel, di Robert Crais.
E se Crais mi impressionò molto di più, con la sua miscela di umorismo, hard boiled chandleriano e filosofia zen, per cui negli anni successivi continuai a leggerlo con regolarità, Hiaasen riuscì a farmi ridere in modo sgangherato (cosa estremamente imbarazzante, in metropolitana), dimostrando che era possibile scrivere una storia apparentemente assurda alla Douglas Adams, e che tuttavia non era assurda affatto, riuscendo a mantenere un buon intrigo poliziesco e al contempo a fare della critica sociale e della satira tagliente.
Non una lettura regolare, ma un autore che occasionalmente, specie d’estate, mi piace tornare a frequentare. Continua a leggere


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Niente margherite nella terra promessa

Ho appena consegnato all’editor un articolo di 8500 parole sulle tematiche ecologiche nel cinema di fantascienza catastrofico.
Il pezzo si intitola Niente margherite nella terra promessa, dal ritornello di King of the World degli Steely Dan – una canzone ispirata a Panic in the Year 2000, uno dei primi film catastrofici dal forte elemento ecologico.

Il mio articolo si concentra soprattutto sul periodo a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, per poi estendersi fino al 2015.
È una colossale lista di film e di libri, inframezzata a considerazioni sfuse.

E naturalmente, il soylent green è gente.
Lo fanno con la gente.


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Ecosistemi

La notte scorsa ho iniziato a seguire un corso online – un MOOC1 – sugli studi ecologici.
Ho lavorato per anni allo studio di sistemi ecologici, di solito raccogliendo dati (osservando campioni di popolazioni fossili, ad esempio) e poi analizzando i dati statisticamente.
È il mio lavoro, e mi piace. Credo di averne amche già parlato.
Il corso della Open University ospitato da FutureLearn che ho iniziato a seguire è qualcosa di diverso – è un corso di studio dell’ecosistema, di definizione del soggetto di studio, in altre parole. Non si lavora su fossili ma su sistemi attuali, si parte dalle basi, si fanno mappe e si definisce il network di interazioni fra organismi e ambiente.

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È molto diverso da ciò che ho sempre fatto – più in spirto che nella sostanza – l’altra faccia della medaglia, se volete, e si focalizza sugli ecosistemi terrestri, mentre io ho sempre lavorato su ecosistemi marini. Va anche ad intersecare il mio vecchio progetto di lettura del paesaggio – che da anni propongo alle scuole e alle amministrazioni locali, ricavandone degli sguardi persi e delle scrollate del capo. Continua a leggere


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Benvenuti al capolinea: The Last Hours of Humanity

Thom_Hartmann_by_Ian_SbalcioHo parlato in passato di Thom Hartmann, giornalista, scrittore e divulgatore, a suo termpo psicoterapeuta, imprenditore e una dozzina di altre cose1.
Sulla base della mia esperienza, dopo anni che lo seguo, Hartmann è sempre una sicurezza – che commenti la situazione politica americana, che parli di Thomas Jefferson o di crisi ambientale, di comunicazione politica o della neurologia della depressione, le sue analisi sono lucide e convincenti, ben documentate, di una chiarezza esemplare.

Il suo ultimo libro, che esce in parallelo con un documentario, si intitola The Last Hours of Humanity ed è un ebook di una sessantina di pagine, che si legge in un pomeriggio e che parla di estinzione.
Della nostra estinzione. Continua a leggere


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Il paesaggio vivente

D’estate, complici la calura ed il generale torpore che mi si schianta addosso, ho da qualche anno preso l’abitudine di cambiare marcia – e leggermi un paio di buoni libri di geologia.

Col passare degli anni, riavvicinarmi da un’altra angolazione a quello che è, fino a prova contraria, il mio ambito accademico, è diventato sempre di più un piacere e sempre meno un’incombenza.
Oh, mantenersi aggiornati è indispensabile – ma credo sia impossibile continuare dopo vent’anni a muoversi nello stesso ambito se non si trova un vero piacere nel frequentarlo.

The_Living_LandscapeE così, in questi giorni, sto leggendo con non poco divertimento il bel libro di Patrick Whitefield, The Living Landscape.
Mi ero procurato il volume un annetto fa, con l’idea di usarlo per consolidare il progetto di un corso di lettura del paesaggio – da offrire agli studenti delle superiori, per dire, agli studenti delle scuole per geometri.
Ma anche semplicemente ai curiosi.
Il sottotitolo del libro di Whitefield è infatti “How to Read It and Understand It”, ed il volume si propone di fornire ad un profano gli strumenti minimi per leggere, nel paesaggio, il succedersi degli eventi geologici, e mettere poi a frutto queste informazioni.
Ora, il corso che avevo in mente è sfumato – non interessa, casomai potrebbe interessare, chi è interessato sarebbe interessato soprattutto a vedere il piano del corso e la bibliografia, per poi mettere in piedi la cosa autonomamente. Continua a leggere


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5 Post sull’Ambiente – Resilienza

Cinque parole per l’ambiente, si diceva, un progetto di corso, di conferenze, magari un articolo, in attesa delle Giornate del Paesaggio Agrario e dell’esperimento con il world café.

La biodiversità, abbiamo visto, è centrale nel definire la salute di un sistema.
Un ecosistema impoverito in specie, dove pochi individui di un paio di gruppi più resistenti o fortunati si arrabattano, è fragile, e a rischio di desertificazione, vulnerabile alla colonizzazione da parte di specie esotiche.

La biodiversità è un elemento centrale nel definire la serilienza del sistema.
Ora, chi segue questo blog ricorderà probabilmente che se la biodiversità è stata parte integrante del mio lavoro in questi anni, la resilienza resta un mio interesse extracurricolare che mi piacerebbe molto trascinare nel mio curriculum.
Ci ho anche fatto un post.

La resilienza è la capacità di un sistema di tornare a garantire gli standard minimi, in seguito ad una perturbazione.
La capacità di rimettersi in piedi dopo una caduta.

È quindi ovvio che lavorare per conservare o ripristinare la biodiversità locale è una buona strategia per scongiurare futuri problemi, ed anzi tamponarli preventivamente.
Per questo certi aspetti poco romantici dell’ecologia – come preoccuparsi dell’estinzione dei rospi o di certe piante che non danno fiori colorati – sono comunque importanti, spesso più importanti, nell’immediato, di iniziative popolari ma più dimostrative che incisive.

Ma si può andare oltre.
Non solo, insomma, lavorare sulla biodiversità per accrescere la resilienza, ma usare la resilienza per costruire modelli che ci permettano di affrontare consapevolmente e con successo le crisi future.

Secondo Buzz Holling, teorico dei modelli di panarchia e della resilienza, si può impostare un intero approccio alla gestione del paesaggio, sul concetto di resilienza.

L’idea è che i sistemi naturali (che si tratti di una pozzanghera o dell’Atlantico non ha importanza, non è una questione di scala) attraversino nel corso della loro esistenza dei cicli adattativi, che si possono scomporre in quattro fasi

1 . crescita o sfruttamento (fase r)
2 . conservazione (fase K)
3 . collasso o “rilascio” (fase omega)
4 . riorganizzazione (fase alpha)

Si possono anche identificare un loop frontale (da r a K) e un loop di ritorno (da omega ad alpha).

I cicli, come già descritto in quel vecchio post, sono slegati dalla scala, e si applicano – con la stessa matematica – a tutti i fattori connessi con il sistema in analisi.

Immaginiamo allora un amministratore pubblico, che si trovi a dover gestire un’area del nostro territorio.
Applicando uno studio della biodiversità, ed un modello di resilienza, egli avrà gli strumenti adatti per prevedere le conseguenze di ogni cambiamento (entro un certo spettro di probabilità) del territorio, incluse le ricadute economiche e sociali, con un discreto grado di affidabilità.

Questo significa usare la biodiversità e la ricchezza ecologica per decidere come prevenire un dissesto idrogeologico, per gestire le conseguenze di un evento catastrofico come un terremoto o lo sversamento di un inquinante, come gestire una campagna di disinfestazione a basso impatto su parassiti, come cercare di usare le risorse del territorio per tamponare una crisi economica.
Senza perturbare lo stato dinamico generale.

Belle teorie?
È possibile.
Ma è probabilmente meglio una buona teoria che l’assenza di ogni teoria e l’improvvisazione – magari guidata da interessi individuali.

E poi, esistono deglie sempi piuttosto interessanti di successo, a scala piuttosto piccola e gestibile di questo approccio.
Mai sentito parlare di permaculture?
Beh, noi ne parliamo la settimana prossima.


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5 post sull’ambiente – Biodiversità

La premessa – si sta preparando il Festival del Paesaggio Agrario, Quarta Edizione, che coinvolgerà la popolazione delle colline qui dove vivo in una tre giorni di conferenze, eventi e riflessioni.
Ve ne parlerò più estesamente nelle prossime settimane.
Perché come parte della spinta per il Festival, mi sono impegnato a fare cinque post a tema ambientale.

I cinque post ruotano attorno a cinque parole, che saranno anche le cinque parole chiave di un corso – aperto a tutti ma diretto soprattutto agli amministratori pubblici dei piccoli centri agricoli – che vorrei tanto mettere in cantiere per l’autunno prossimo.
Anche di questo, vi parlerò più estesamente più avanti.
Le cinque parole-chiave sono

  • Biodiversità
  • Resilienza
  • Permaculture
  • Rewilding
  • Foresight

Oggi cominciamo con un post sulla Biodiversità. Continua a leggere


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CSI Hong Kong

OK, un po’ di autopromozione, che poi autopromozione non è – è solo gongolamento pubblico.

Nelle ultime settimane (e anche un po’ di più) sono stato impegnato a lavorare su un articolo di ricerca apparentemente molto distante dal mio ambito accademico.
Un lavoro sulle triadi, i sindacati criminali cinesi.
Il pericolo giallo.

Ma non è così distante.
L’idea è quella di provare ad applicare ai (peraltro pochi) dati disponibili, dei modelli di analisi tipici degli studi ecologici in paleontologia, per rilevare tendenze, caratteristiche e strategie delle organizzazioni criminali, sulla base di numero di vitime all’anno, modalità di esecuzione, numero di criminali coinvolti, elementi rituali…
Per descrivere le pratiche di queste antichissime strutture criminali, per tracciarne evoluzione, cambiamenti, dinamiche interne ed esterne.

È fantastico.
Funziona.
Emergono fatti che non compaiono nelle ricerche ufficiali, ma che sulla base degli algoritmi di analisi sono irrefutabili – e trovano conferma nelle osservazioni e nelle esperienze, ad esempio, degli ufficiali di polizia.
E lo so, questa intera faccenda fa molto NUMB3RS, ma dico io… meglio assomigliare a NUMB3RS che a I Cesaroni, no?

Ora il pezzo è finito e consegnato.
27 pagine.
E pare che piaccia.
Da qui in poi, il suo destino è al di là del mio controllo.
Però è stato divertente e sorprendente.

Mentre ci lavoravo, mi dicevo, mah, al limite riciclerò la ricerca per un agile volumetto.
[su strategie evolutive non si butta via niente]
Beh, pare che anche se dovesse funzionare, e magari venire pubblicato in un dotto volume, mi avanza materiale a sufficienza per farlo comunque, l’agile volumetto.

E a questo punto, non posso che chiudere con questo pezzo…