strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il post del giorno dei morti

muertosBrutta cosa la fretta.
Ieri ho postato il post che avrei dovuto fare oggi, dicendo che era il giorno dei morti, e sarebbe stata una buona occasione per parlare di editoria, ma non ne avevo voglia.
Però sbagliavo, ed è oggi il giorno dei morti!
E quindi, parliamo di editoria, che oggi ne ho voglia.
Tanto, essendo il giorno dei morti, sono tutti a Lucca Comics, e quindi non lo legge nessuno, e nessuno si offende.

Alcuni anni addietro (doveva essere il 2000 0 il 2001) un mio amico incassò una piccola eredità da una zia ricca*, e fondò una casa editrice.
Essendo lui canadese ed essendo il posto in cui viveva il Canada, gli ci vollero un paio di settimane, e poi si mise in affari – tutt’ora pubblica saggistica molto molto di nicchia, libri a tiratura bassissima e prezzi piuttosto salati, con un discreto successo.
È una struttura flessibile con una manciata di collaboratori alla pari.
Non è il suo lavoro principale (è psichiatra), ma aveva sempre desiderare farlo, e quindi l’ha fatto.
Bello liscio.

Ora, io zie ricche non ne ho, ma mi dicevo l’altra sera, parlando con alcuni amici, che se proprio mi trovassi nell’occasione, io non credo che lo farei.
NOn lo farei per il cartaceo, e men che meno lo farei per il formato digitale.
Con questo non voglio dire che sia sbagliato – io sul mio post pubblico le mie idee, non le verità assolute**.
Però io non lo farei.

Trapeze_artists_1890Una casa editrice tradizionale comporta una struttura definita – dei lettori che selezionano i manoscritti, degli editor che lavorano con gli autori, dei direttori di collana, un direttore artistico, un settore marketing.
Il processo è definito – c’è un ingresso (i cacciatori di teste), c’è un processo produttivo che opera in parallelo (lavoro sul testo, lavoro sul prodotto e sul suo lancio), comporta dei tempi, dei piani programmatici, comporta uno stile e una linea editoriale.
Sono elementi che si costruiscono col tempo, e che – per quanto spesso inconsapevolmente – hanno un significato per il lettore.
È un po’ come fare i trapezisti – bisogna essere un gruppo affiatato, con ruoli definiti, perfettamente sincronizzato, che spende gran parte del proprio tempo allenandosi.

È una struttura che presuppone unmercato – da una parte un mercato degli autori (che hanno aspettative, si adattano a guidelines, accettano un gatekeeping) e dall’altra di un mercato librario fatto di critici, librai, distribuzione.
Quando il mercato cambia – come sta cambiando, cominciano i problemi.
E tale struttura non si può rivoluzionare senza rischiare di perdere qualcosa – è costoso, rischioso e lento.

Allo stesso modo, tentare di emulare in piccolo o “al risparmio” una struttura tradizionale, per cercare di ovviare inquesto modo alla pesantezza organizzativa, rischia di costare un sacco di fatica per i pochi individui coinvolti nell’esperimento.
Lavorare sotto stress non è mai una buona idea.

Insomma, io non lo farei.

BadgeMeglio, a questo punto, crearsi un imprint, un marchio personale – che sarebbe poi una patacca che posso spiaccicare su qualunque cosa in cui io metta becco, che sia una storia che scrivo, un testo che traduco, una pagina che edito.
Certo, questo potrebbe significare dover mettere tre o quattro patacchine su ciascun libro – quella dell’autore, quella del traduttore, quella dell’editor, quella del copertinista…
Ma perché no?
L’ho visto fare, funziona.
Si manterrebbe una struttura flessibile – che è poi ciò che manca ad una casa editrice tradizionale, che ha ruoli definiti per personaggi definiti, e che rischia di non sapersi adattare ad un mercato che cambia con una rapidità terribile.

E la rapidità, io temo, rischia di colpire molto in fretta le piccole case editrici più che le grandi – le major, dopotutto, hanno una loro inerzia, un loro campo gravitazionale, possono fare il mercato invece di seguirlo.
O per lo meno possono provarci.
La cosa peggiore che un piccolo editore possa fare, credo, è tentare di emulare la struttura di una major – eppure succede, come se quel modello fosse l’unico possibile.
Io non credo che lo sia.

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È per questo che io mi muoverei con un imprint, un marchio personale (ce l’ho, in effetti – se guardate sui miei ebook lo trovate facilmente) e con una struttura mobile e poco definita, adattabile e pronta a tutto.
Ma naturalmente, non è una guerra.
Non è neanche una vera competizione.
Ci sarebbe spazio per tutti, con un minimo di delicatezza.
Ma questo, naturalmente, è un altro discorso.

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* visto che aveva un senso, farlo il giorno dei morti?
** ci sono altri blog che trattano verità assolute, potete rivolgervi a loro, se vi serve


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La professione del traduttore

Questa è una storia vera – solo i nomi sono stati cambiati (o eliminati del tutto) per proteggere gli innocenti.

In questo post parleremo di lavoro, di numeri, e di soldi.
Non necessariamente in quest’ordine.
Questo è un pork chop express.

San Girolamo, patrono dei traduttori

San Girolamo, patrono dei traduttori

Mi contatta un piccolo editore per una proposta di traduzione.
Se sono interessato a tradurre un romanzo per loro, potrei dare la mia disponibilità e poi fare un piccolo saggio di traduzione, una dozzina di pagine, per vedere se sono in gamba davvero.

Ora, già la questione del saggio mi lascia un po’ così, ma è vero – viviamo nel paese del millantato credito, quindi può anche starci.
E poi, non son più i tempi in cui un editore, con venti provini di dodici pagine ciascuno, si faceva tradurre gratis un romanzo da venti traduttori diversi.
Non succede più, certamente.

Resta il problema – sono disponibile alla traduzione?
Coi tempi che corrono, che diamine, è un lavoro, certo che sono disponibile.
Però, beh, vorrei sapere che romanzo è, quanto è lungo, e se ci sia una scadenza per la consegna del lavoro…
Ok, io mi impegno, ma poi, cosa dovrò tradurre?
Un romanzello avventuroso che si traduce da sé in due settimane, o un bel romanzone sperimentale che mi inchioda alla tastiera per otto settimane?
50.000 parole, o 500.000?
Non tutti i lavori di traduzione sono uguali. Continua a leggere


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Cassetta degli arnesi per editori indipendenti

Dimentichiamoci per un attimo della diatriba – che comunque è roba dell’anno passato, giusto? – sugli autori autoprodotti e sull’editoria indipendente quale nuova piaga biblica che affosserà il poco che rimane della nostra cultura o, in alternativa, l’unico faro splendente di originalità e qualità in un panorama popolato di editori/spacciatori di ciarpame.

cover24668-mediumDimentichiamoci di tutto questo e consideriamo che esitono delle associazioni professionali anche per quelli che non pubblicano con le majors.
Anche per gli editori indipendenti.
La Independent Book Publishers Association è una di queste, fondata trent’anni or sono per aiutare gli editori indipendenti d’America ad affrontare le complessità del mercato.
E la IBPA pubblica ora il primo volume di una cosa intitolata The Book Publisher’s Toolkit.
Sottotitolato 10 Practical Pointers for Independent and Self Publishers, si trattaa di un agile manualetto, che contiene alcuni articoli estremamente importanti.
Nell’ordine, ci vengono proposti…
. come usare a proprio vantaggio concorsi e premi
. come usare twitter per la promozione
. la differenza fra un successo istantaneo e un prodotto di nicchia con una lunga vita sullo scaffale
. una lunga disamina sui diritti d’autore, e le diverse tipologie di contratto
. le osservazioni di una bibliotecaria su come biblioteche, autori ed editori possono reciprocamente aiutarsi
. come fare un brand audit per determinare se il nostro marchio sia solido
. come pianificare l’uscita del primo libro
. autori e social network
. come creare un network di contatti costruttivi
. come convertire il manoscritto in ebook senza fare sciocchezze

È incredibile la quantità di buone idee che si possono concentrare in un libbricino che si legge in due ore, e che poi si tiene a portata di mano per futuro riferimento.

Il volume è uscito a novembre, e si vende per circa 2 euro.
È una lettura interessante, soprattutto per chi abbia mosso qualche passo impacciato nell’autoproduzione, e sia stanco di sentirsi tacciare di bassa qualità e insensataggini varie.
È chiaro, diretto, e molto sintetico.
Ed è zeppo di ottime idee.
Credo che a un paio dei lettori abituali di questo blog non potrà che interessare.

Ed attendo con una certa curiosità il secondo volume della serie.


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La Storia del Lupo

Si discuteva di editoria e pubblicazioni, ieri, con alcuni amici.
Autoproduzione, case editrici.
C’è stato un certo baccano, nelle settimane passate, per alcune affermazioni discutibili apparse qua e là.
Se non pubblichi con una major sei uno sfigato, cose del genere.
Credo dovremo abituarci.

Contemporaneamente, si parlava anche di persone che credono di scrivere storie umoristiche, e invece non ci riescono.
Come diceva quel tale, morire è facile, è la comicità, che è difficile.

Comunque, fra una cosa e l’altra, a me è venuta voglia di riprendere in mano una vecchia storia, pubblicata a suo tempo su LN, darle una ripulita, e poi offrirla ai surfisti.
Così, tanto per movimentare un po’ le acque.
una storia scritta per ridere, che spero faccia lo stesso effetto a chi la legge che ha fatto a me che l’ho scritta.

Si tratta di un racconto breve, di una ventina di pagine.

Lo potete scaricare in formato pdf direttamente da qui.
Oppure potete scaricare il formato epub da UbuntuOne.

Il feedback, come sempre, è gradito.
Il racconto è gratuito, ma non saremo certo noi ad offenderci se qualcuno deciderà di usare il tasto per le donazioni, o la wishlist.
Ma è assolutamente facoltativo, badate!

E buona lettura!


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Tra autore e lettore

Questo post me lo sugegrisce il recente commento di ldr, che dice

amazon […] sta tagliando fuori case editrici e librai dalla catena, riassumendo tutto il ciclo di vita del libro nelle due sole figure di autore e lettore

Ohibò!
Vado a cercarmi l’articolo incriminato su La Stampa.
Ed in effetti c’è di che pensare.

 Amazon ha insegnato ai lettori che non hanno bisogno delle librerie. Ora sta incoraggiando gli scrittori a lasciar perdere gli editori.

Cosa diavolo sta succedendo? Continua a leggere


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Verso l’ebookfest

Settembre è sempre un mese di fuoco.

Mentre si approssima la Notte dell’Iguana (quando, dove? guardate la pagina appositamente approntata qui sopra), si torna sulla strada.
A fine mese, Urbino – con i suoi nebbioni assassini ed il suo vento maledetto – per spingere avanti la tesi, e magari discutere di futuri lavori e pubblicazioni.
ebookfestE questo weekend, Fosdinovo, comune della Lunigiana dove si terrà l’ebookfest, fiera nazionale del libro elettronico.
Tre giorni di seminari, barcamp, tavole rotonde.
Alle 9.30 di sabato, dovrò intrattenere i campeggiatori appena svegli sul tema delle di narrative non lineari legate alle strategie di apprendimento.

Ed ora qualche anima candida potrebbe domandarsi cosa vada a fare io al festival del libro elettronico quando ho la fama di essere un vecchio rimbambito ancora legato al cartaceo, un’idiota che si compra su carta libri che si potrebbe scaricare gratis illegalmente in formato elettronico, uno che vuole che gli autori vengano pagati (follia!) e più in generale uno che gufa a morte sul libro elettronico.
Beh, molto semplicemente, si tratta di una fama fondata su una interpretazione molto superficiale delle mie posizioni.
Io non ho nulla contro l’ebook – ho casomai parecchio contro il modo in cui le major sembrano intenzionate ad utilizzarlo, avvantaggiandosi del fatto che i maggiori sostenitori “pop” dell’ebook si stanno concentrando sui problemi sbagliati.
E sono seriamente preoccupato che a farsi portavoce dell’ebook ci siano sostanzialmente lettori eccitati all’idea di non pagare ed editori eccitati all’idea di guadagnare a carrettate, ma maledettamente pochi autori.
E poi io vado a parlare di ebook didattici.

Ammesso che funzioni, naturalmente.
Mancano tre giorni, e non ho ancora una presentazione pronta.

Ce l’avevo, eh. Davvero.
Una bella presentazione fatta in Impress, con tutte le sue cosimne al posto giusto.
Garr Reynolds sarebbe stato fiero.
L’ho cestinata ieri pomeriggio.
Completamente – inutile portarsi dietro strascichi.

Il fatto è che è molto difficile, da un punto di vista ideologico, oltre che dal punto di vista grafico, parlare di narrative non lineari utilizzando uno strumento che è graniticamente lineare come la presentazione con le slide.
Vero, avrei potuto usare VUE, e costruire una presentazione-mappa mentale.
Ma poi sarebbe stato difficile condividerla.
L’alternativa, che mi tenta fin da quando questa faccenda delle narrative non lineari è venuta fori, è naturalmente fare una presentazione senza slide, usando solo un paio di prop.
Parlare di editoria elettronica senza strumenti elettronici.

Eppure è importante che il messaggio arrivi.
L’ebook non può limitarsi ad essere un libro cartaceo scandito e trasformato in pdf.
L’ebook, specie nella didattica, deve avvalersi di tutte le potenzialità che il formato elettronico mette a disposizione.
E deve adattarsi il più possibile al modo in cui il nostro cervello raccoglie, incasella e organizza le informazioni.
Il principale problema del libro elettronico è che è ancora troppo maledettamente legato al tentativo di emulare il cartaceo – una partita persa fin dall’inizio, visto che nulla riesce ad essere un libro meglio di un libro.

Riuscirò a penetrare le foschie mattutine e a contribuire qualcosa di costruttivo?
O finirò cacciato da Fosdinovo, braccato da una marmaglia di docenti, editori e specialisti in didattica armati di fiaccole e forconi?

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Statico compagno dei sedentari

Premessa doverosa – pagherò alla prima occasione una birra di alta qualità (o altro torcibudella di sua scelta) ad Elvezio Sciallis, per avermi fornito idee e materiale per questo post.

Per chi se lo fosse perso, è in corso un interessante dibattito sul solito Malpertuis, riguardo al futuro dell’editoria.
Mica roba da poco.

Elvezio ha detto la sua – che condivido solo in parte – e molti hano commentato e stanno commentando.
Leggetelo, che vi fa bene.

Letto?
Bene, qualche idea sfusa, allora…

Questo è il primo anno – ma potrei sbagliare, sono notoriamente distratto – che gli e-reader vengono presentati al pubblico italiano attraverso la grande distribuzione; un grande magazzino specializzato in elettronica mi ha chiesto 275 euro, due settimane or sono, per un Kindle.
L’e-book non viene ancora spinto aggressivamente, ma da più parti si levano voci che lo vedono come the next big thing, il prossimo oggetto del quale non potremo fare a meno, e che rivoluzionerà il nostro rapporto con una attività che l’uomo svolge dal 3500 avanti Cristo – leggere.
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I sostenitori dell’e-book di solito portano i seguenti argomenti a supporto della loro militanza:
. riduzione drastica dei costi
. possibilità di stoccare e portare con sé un numero elevatissimo di titoli

A questo io ci aggiungerei il fatto che tirar fuori il Kindle per leggersi Dan Brown fa maledettamente figo, un po’ come faceva figo tirar fuori l’i-pod per ascoltarsi Eminem quando l’i-pod ce l’avevano in pochi.

I sostenitori del cartaceo rispondono di solito con questi argomenti
. al prezzo di un Kindle si possono acquistare un centinaio di volumi
. un e-reader rimane vincolato alla rete elettrica

Trovo personalmente interessante, molto interessante, che a questo punto il dibattito non si sposti su quello che dovrebbe essere uno dei fattori più importanti del passaggio ad un supporto elettronico per i testi scritti – vale a dire l’interattività.
Sarà perché se penso all’e-book io penso principalmente alle sue possibilità didattiche, ma mi pare curioso che in fondo la sostanziale differenza fra un e-book e un boo-e-basta sia non un cambiamento del rapporto del lettore col testo, ma semplicemente un diverso modo di stoccare e distribuire il prodotto librario.

Ho già discusso in passato come sia mia convinzione che un e-testo debba fornire al lettore tutte le possibilità di intervento e partecipazione possibili.
Non solo la scelta del font e di righe per pagina.

Questa svista – il pensare all’e-book come ad un libro cartaceo proiettato su schermo e basta – è tanto più interessante quando si considera con quanta insistenza ed aggressività i fautori dell’e-book si concentrino sul modo in cui dovrebbe cambiare il rapporto dell’autore con la propria opera – e di come si tratti di un cambiamento ancora una volta limitato esclusivamente alla distribuzione e commercializzazione del testo.

Perché mi pare molto triste citare Valery

Né la materia né lo spazio, né il tempo non sono più, da vent’anni in qua, ciò che erano da sempre. C’è da aspettarsi che novità di una simile portata trasformino tutta la tecnica artistica, e che così agiscano sulla stessa invenzione, fino magari a modificare meravigliosamente la nozione stessa di Arte

solo per sottolineare che gli scrittori dovrebbero regalare i propri romanzi e trovarsi un lavoro vero per guadagnarsi da vivere.

Non posso fare a meno di rilevare un solido spirito neofeudale nella pretesa che l’artista crei gratuitamente, e poi si trovi un lavoro per mangiare.
È una visione che ci riporta da una parte a figure di artisti dilettanti, ricchi sfaccendati con l’hobby della creatività, o di artisti legati a mecenati che ne commissionano e finanziano l’opera per fini non strettamente umanitari.
È una visione per lo meno fortemente retorica (l’Arte non ha prezzo), sostanzialmente romantica (l’Artista vive per creare, non crea per vivere), ed alla fine piuttosto sospetta (perché pagare il conto al ristorante? Di Arte Culinaria si tratta, dopotutto).

Ma non intendo impegolarmi qui sulla questione del copyright e dell’open-content.
Non qui, non ora.
Stimo e rispetto Cory Doctorow e apprezzo il fatto che regali i libri che al contempo vende per quattrini sonanti.
Però vorrei che i suoi fan avessero la sua stessa pragmaticità – e non mi tacciassero di stupidità perché io pago ciò che loro ottengono gratis.

Mi piacerebbe invece restare su quei punti dei quali, apparentemente – con buonapace di Paul Valery – nessuno ha voglia di parlare.
Se come sosteneva Charles Stross le obiezioni all’avanzare dell’e-book e dell’open content sono come le lamentele dei fabbricanti di frustini da calesse per la nuova moda del motore a scoppio, vedere nell’e-book solo il mezzo per sfuggire all’incombenza di pagare il prezzo di ammissione è come intendere il motore a scoppio come un buon modo per risparmiare i cavalli quando il calesse va in salita.

In altre parole – quello della distribuzione del contenuto, che pare l’argomento centrale di tutte queste discussioni, è di fondo solo un accessorio.
Certo, si tratta dell’accessorio che più interessa l’editoria, ed è ironico, io credo, che tanto gli autori quanto i lettori, che per motivi diversi (spesso ottimi e giustificatissimi) sono spesso critici verso la figura dell’editore, si trovino intrappolati a discutere di un argomento che in fondo interessa di più l’editore che non loro.

Tanto il lettore quanto l’autore dovrebbero essere principalmente interessati a ciò che il passaggio ad una struttura elettronica permetterebbe loro di fare in più, e meglio, rispetto alla struttura cartacea.
Ma anche qui, attenzione – non lasciamo che la neofilia ci sommerga.
Ho già sostenuto in passato che il libro cartaceo ha una potenzialità molto maggiore di quella che gli entusiasti dell’elettronico gli attribuiscono.

Ecco, la mia impressione è che anche nella rivoluzione dell’e-book, la presa dell’editoria sul modo di percepire il libro sia ancora a tal punto forte che gli stessi individui che molto vocalmente affermano di volersi distanziare dall’editoria non riescono a liberarsene.
O se preferite, per essere brevi e brutali, si continua a pensare solo in termini di quattrini.

Altro dato curioso è come il cuore della discussione sembri restare sempre e comunque la narrativa.
Perché è nella saggistica che lepotenzialità n-dimensionali dell’e-book possono dare di più con maggior facilità; penso ad esempio al progetto Knowledge Web di James Burke, sulla creazione di una “nube di contenuti” sulla storia della scienza che possa essere esplorata seguendo percorsi stabiliti di volta in volta dal fruitore sulla base di connessioni spesso meno che ovvie.

Ecco un buon esempio del perché l’e-book è importante.
Avere sul mio reader tutti i romanzi di Dorothy Sayers?
Perché no.
Ma K-Web è più importante, più interessante, più utile.
È meglio.
E non è neanche necessario che io lo abbia caricato sul mio e-reader, che io lo possegga, legalmente o illegalmente.
Mi basta un client.
Ed è solo la punta dell’iceberg.

Insomma, credo che per prosperare, l’e-book dovrà dimostrarsi in grado di fare qualcosa che il book-e-basta non sia mai stato in grado di fare.
E dovrà farlo in maniera economica.
Spesso si trascura di considerare il fatto che il libro come noi lo conosciamo è il frutto di oltre 5000 anni di evoluzione attraverso una spietata selezione. È stato plasmato da rivoluzioni tecnologiche e da rivoluzioni politiche e sociali.
Ha prodotto modifiche nella società dalla quale è stato modificato.
Il mercato librario nasce nell’Inghilterra elisabettiana, frutto della Riforma che la disponibilità di testi a basso costo, grazie alla stampa a caratteri mobili, ha alimentato.
Il libro non semplicemente è una merce – è un organismo molto ben integrato nell’ecosistema umano, che ha influenzato e dal quale è influenzato.
Kindle è solo l’ultimo discendente delle tavolette di creta di Harappa.
Sarebbe bello se ci permettesse di fare qualcosa di radicalmente nuovo ed eccitante, e non si limitasse ad essere un gadget per neofili.

Il libro, mezzo assolutamente passatista di conservare e comunicare il pensiero, era da molto tempo destinato a scomparire come le cattedrali, le torri, le mura merlate, i musei e l’ideale pacifista. Il libro, statico compagno dei sedentari, degli invalidi, dei nostalgici e dei neutralisti, non può divertire ne esaltare le nuove generazioni futuriste ebbre di dinamismo rivoluzionario e bellicoso.

Certo, il futuro è inevitabile.
E non esiste un tasto rewind sul Betamax della vita.
Però l’annuncio della morte del cartaceo qui sopra è datato 11 settembre 1916.

ADDENDUM

A complemento di quanto scritto sopra e di quanto postato su Malpertuis, segnalo l’interessante “pezzo” comparso ieri sul sempre indispensabile CORDEF

Si parla di un famoso autore di bestseller che ha firmato un contratto per la vendita dei suoi libri in formato e-book scavalcando il suo editore originario. Chi ci guadagna?

Interessante anche notare che non si tratta di un autore di narrativa…

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Gratificazioni personali 6

Il sito della Society of Writers, Editors and Translators ha pubblicato ieri una lunga intervista a Edward Lipsett, fondatore e presidente della Kurodahan Press, una piccola casa editrice basata in Kyushu, specializzata nella pubblicazione in lingua inglese di narrativa e saggistica giapponesi.
E non solo.
Il catalogo Kurodahan è anche aperto ad antichi classici coreani, a ristampe di testi storici di autori anglosassoni, e altre bizzarrie.
Straordinario livello qualitativo, grande varietà, spazio alla narrativa di genere, ed uso intensivo del Print On Demand caratterizzano questa piccola casa editrice.
Della produzione Kurodahan abbiamo già parlato inpassato, per le edizioni della narrativa lovecraftiana di Ken Asamatsu.

L’intervista interesserà certamente chi abbia un occhio verso il mondo editoriale.
Interessante ad esempio la nota sul successo in giappone della stapa POD, stimolato dalla produzione di testi da parte di piccoli gruppi di interesse.

E poi la considerazione sulla letteratura di genere…

Science fiction, horror, crime, and the like are specialty markets, and only appeal to a subgroup of all readers. They are still outcasts in bookstores, to some extent, and generally have their own little sections back behind the bestsellers. Unless it’s Harry Potter, of course…People who wander through a bookstore or airport kiosk looking for something to read on the way generally grab a thick, heavily-advertised, eminently forgettable Clancy or Forsyth, for example. Extensive advertising is only useful if you can expect to sell the tens of thousands of copies needed to pay for it, and that is exceedingly unlikely with SF.

Ed Lipsett si dimostra come sempre equilibrato e informato.
E quando parla di traduzioni, è un piacere leggerlo

We normally request partial deliveries of works in progress, both to make sure that translators stay on schedule (which is usually ample), and to provide feedback on potential problems before they become fatal. This approach has worked very well for us. We have also provided feedback on particular problems people have, working with them to improve their output (at least, that’s what we think…they may well have a different opinion). This has also worked very well, with several people showing a marked improvement from literal translation to literary translation.

E se l’intervista mi ricorda che il volume dell’Edogawa Ranpo Reader è ancora sulla mia lista della spesa (inammissibile – tocca metter mano al salvadanaio!), è in realtà la chiusura dell’articolo che mi gratifica personalmente.

we’re already thinking about our next science fiction anthology, and books in the editing stage include a new and very important collection of works by Rampo, several novels, a late-Meiji travelogue and a look into records of ancient Japan (including the storied Queen Himiko) in Chinese histories, which will be a major work in English in its field of study.

Un lavoro fondamentale in lingia inglese nel suo ambito accademico, il lavoro sulla Regina Himiko.
E io sono quello che l’ha tradotto.

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