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(Non) Dieci Libri #13 – Elizabeth David

Ricapitolando, l’idea è quella di parlare di (un certo numero di) libri che hanno avuto un impatto sulla mia esistenza. Che poi è uno dei temi ricorrenti di questo blog – e ci sono libri chenon compaiono in questa serie per il semplice fatto che ne ho già parlato ampiamente, e più volte, in altri post.

Ma uno degli aspetti più divertenti, del mettere assieme questa lista, è che posso parlare di libri ed autori che per me sono indispensabili, e che in generale non fanno parte del mio curriculum professionale – non insomma saggi scientifici o romanzi di narrativa fantastica. Cose come i libri di Elizabeth David.

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Leggere e mangiare (o viceversa) – una Top Five

Ci sono cose che le nostre madri non ci hanno insegnato, ma avremmo dovuto apprendere per osmosi.
E in un certo senso lo abbiamo appreso, solo che lo abbiamo capito quando era ormai troppo tardi.
Per dire, quando un’amica chiedeva una ricetta a mia madre, lei rispondeva

te la trascrivo, e la prima volta che ci vediamo te la passo

o qualcosa di simile.
Non rispondeva

ecco, ti presto il mio libro in cui c’è la ricetta

$T2eC16F,!)0E9s37F,yLBRb8nHYC8g~~60_35Ed è per questo che mia madre ha avuto una copia di Cucina Internazionale ed Esotica, di Ginette Mathiot, per quasi quarant’anni, e poi io l’ho prestato a una persona che voleva una ricetta, e quella non me l’ha mai più restituito.
Se avrò tempo e voglia ne cercherò una copia su eBay (so che si trovano) ma naturalmente mancherà il valore affettivo – così come mancheranno le ricette ritagliate dai giornali che mia mamma aveva infilato fra le pagine.

La cosa che mi fa assolutamente infuriare, al di là del valore affettivo (era un libro della mia mamma), è che Cucina Internazionale ed Esotica è stato il primo libro di cucina che io abbia avuto modo di leggere.
Si tratta, com’è ovvo, di un ricettario – una collezione di circa 600 ricette da tutto il mondo, illustrate con fotografie a colori.

Si tratterebbe certamente di uno dei cinque libri di cucina che io inserirei in una lista ideale.
E a questo punto, lo avrete capito, vi infliggo i restanti quattro.
perché dopotutto, non è sempre caviale, giusto? Continua a leggere


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Ho sognato una frittata di cipolle

urlHo fatto un sogno.
Si lo so, voi li odiate, quelli che il giorno dopo vi attaccano un botone che non finisce più per raccontarvi cos’hanno sognato la notte prima.
Anch’io li detesto.
Però che, dire, ho fatto un sogno, ed ora ve lo racconto.

Ho sognato che ero un cuoco.
Non un cuoco particolarmente famoso o titolato, non uno di quei cuochi che vanno in TV.
Non Gordon Ramsay, insomma.
Ma un cuoco competente, di quelli che sanno fare il loro lavoro. Continua a leggere


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Una frittata e un bicchiere di vino

Ho imparato a destreggiarmi in cucina, per necessità, abbastanza presto.
Oltre alla necessità, c’erano i libri che leggevo.
Non è sempre caviale, di Joannes Mario Simmel – ormai introvabile, la mia copia perduta da secoli – e soprattutto IPCRESS di Len Deighton, e tutti gli altri romanzi di quell’autore.
Leggevo (anche) spionaggio, ai tempi del liceo.
Per staccare dalla fantascienza, ogni tanto.
Sia il protagonista voltagabbana di Simmel che l’agente segreto senza nome di Deighton (protagonista di alcuni fra i primi libri che mi capitò di leggere in inglese) sono anche dei discreti cuochi.
Più che discreti.
Non ho idea di quali siano le radici di Simmel, ma Deighton, ex uomo dei servizi segreti inglesi, fu notoriamente cuoco e cameriere in vari ristorantini francesi, da studente, e pubblicò anche un libro di cucina – Action Cooking, che verrà ristampato a maggio.
Ecco, l’idea dell’eroe che riesce a stare ai fornelli – anziché aprire la solita valigia col solito beluga e il solito Clicquot – mi piaceva.
Io l’ho sempre detestato, James Bond – io preferisco Harry Palmer.
Aggiungiamo le esperienze – sempre in quegli anni – di campeggiatore in Provenza (e la disponibilità di cibi straordinari a prezzi modici in quelle terre), e la mia identità gastronomica era ormai quasi perfettamente definita.
Fu a quel punto che trovai, su uno scaffale dell’unica libreria torinese che trattasse regolarmente libri in lingua, una copia di un libro straordinario: An Omelette and a Glass of Wine, di Elizabeth David.
Gran donna, Elizabeth David.
Anglo-Irlandese di buonissima famiglia, educata alla Sorbona, una carriera in gioventù come attrice, una crociera intorno al Mediterraneo su una nave a vela col suo amante interrotta dalla seconda Guerra mondiale.
Arrestata dalle autorità italiane e deportata in Grecia – poi a Creta a al Cairo.
Amica di Lawrence Durrell.
Lavorò per i servizi inglesi, dicono. Di sicuro per il Ministero della Propaganda.
Poi, dal 1946, cominciò a scrivere – articoli, prima (su Vogue) e poi libri di cucina.
Non necessariamente libri di ricette – anche se le ricette ci sono.
Si tratta piuttosto di una impostazione mentale.
Non importa che gli ingredienti abbiano mome, cognome e pedigree.
Non importa se arrivano dall’altro capo del pianeta o dall’orto dietro casa.
Non importa la complessità o la semplicità della ricetta – anche se la semplicità è preferibile.
È possibile banchettare anche solo con una frittata e un bicchiere di vino.
Il che, naturalmente, è molto zen.

È perciò colpa di due ex spie (Len Deighton e Elizabeth David), e dei loro libri, se io alla fine non riesco ad apprezzare i banchetti da mezzo stipendio a coperto, i cibi serviti in porzioni microscopiche su piati enormi, i ristoranti con menù etnico, le pizzerie incui servono pizze con sopra l’ananas,i posti nei quali – in poche parole – molti miei amici (e le loro mogli!) amano intrattenersi quando se lo possono permettere.

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