strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Sistema Binario

Quando un malfunzionamento causa la distruzione della New Amsterdam, un vascello di terraformazione, all’ingresso del wormhole che la dovrebbe portare al sistema Cygnus, solo uno degli scienziati di bordo, la canadese Cordelia Kemp, sopravvive quasi per caso in una capsula di salvataggio. Sparata oltre i confini dello spazio esplorato, Delia atterra su un pianeta in orbita attorno a una stella doppia, sul quale nove anni terrestri di inverno glaciale si alternano a un solo anno di estate cocente. Per Delia il nome del gioco ora è sopravvivere, ammesso che abbia un senso…

L’inglese Eric Brown, classe 1960, è un eccellente mediano della fantascienza, che ha per antenati letterari autori come Poul Anderson o Harry Harrison. Scrive space opera con un occhio alle idee classiche del genere – pianeti alieni, strane civiltà, avventure e meraviglie – e un occhio a tematiche più moderne – l’ambiente, l’evoluzione, l’esplorazione scientifica. Il fatto che riesca a confezionare romanzi che si leggono in un amen senza tradire le due anime del genere è di per sé un fatto degno di nota. Il fatto che lo faccia mantenendo una scrittura elegante e riuscendo a tratteggiare dei personaggi credibili e dei mondi nei quali il lettore si trova immerso fin da pagina uno è ciò che lo rende qualcosa di più dell’escapismo che spesso viene associato al suo genere di elezione.

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Grossi oggetti stupidi

I Big Dumb Objects sono un classico della fantascienza, fin dai tempi de La Sfinge dei Ghiacci di Verne.
Artefatti miosteriosi, costellano la narrativa d’immaginazione per svolgervi sostanzialmentedue funzione:

meravigliarci suggerendo tecnologie, psicologie, e storie al di là della nostra immaginazione

fornire un opportuno fuoco dell’azione per i protagonisti del romanzo

I Big Dumb Objects sono un caposaldo della fantascienza degli anni doro – costellano i paesaggi marziani e le rovine di Skaith, si annidano nelle giungle si pianeti in orbita attorno a stelle morenti, rimpiazzano mondi interi.
Pochi autori hanno resistito al fascino del Big Dumb Object.
Arthur C. Clarke ci ha proposto Rama.
Kim Stanley Robinson il suo Icehenge.
Il mondo degli Orthe di Mary Gentle è un campionario di BDO.
The Stonehenmge Gate, penultimo lavoro del compianto Jack Williamson è una collezione di BDO.
Persino l’insospettabile Fritz Leiber piazza un colossale BDO in orbita attorno alla terra – il vagabondo che dà il titolo a The Wanderer.
Larry Niven ha alzato la posta con Ringworld.

Helix, di Eric Brown, è una variante sul tema di Ringworld.
La trama, in brevissimo – una nave in fuga da una terra compromessa a livello terminale dall’inquinamento e dal collasso sociale, esplode e si schianta nel sistema Ofiuco.
I sei membri dell’equipaggio di emergenza risvegliati dal sonno criogenico si ritrovano non su un pianeta alieno, ma su una concatenazione di ambienti-mondo, come un lungo rosario di mondi avvolto a spirale, come una molla, attorno alla stella del sistema.
Con alcune migliaia di profughi da sistemare e poche risorse, i nostri eroi si mettono in movimento per esplorare l’artefatto, e trovare o un ambiente abitabile, o qualcuno che dia loro una mano, muovendosi in un paesaggio nel quale spuntano .

Parallelamente, in un mondo glaciale sotto ad una perenne coltre di nubi, il progettista di dirigibili Herin si trova in una brutta, pessima situazione – il suo vascello migliore potrebbe portare alla scoperta di fatti che contraddicono l’ortodossia religiosa dominante, e procurargli una lenta agonia sotto tortura. Ma il dubbio che il suo non sia l’unico mondo, e la sua specie l’unica specie, è forte…

Brown palleggia abilmente le due linee narrative – la storia di sopravvivenza dei terrestri e la silenziosa ribellione all’oscurantismo di Herin si fanno sempre più intimamente intrecciate, fino all’incontro/scontro fra i due gruppi.
La caratterizzazione è buona, senza avere peraltro vette sublimi, e Brown schiera una mezza dozzina di specie non umane cavandosela egregiamente nel tratteggiarne fisiologia e cultura in pochi paragrafi.

Per tutto il suo contenuto ideologico e filosofico, Helix rimane prima di tutto un bel romanzone avventuroso, con un sacco di salvataggi in extremis ed un cattivo da antologia.
Non c’è della grande scienza, ed anzi, technobabble e infodump sono ridotti al minimo.
Questo significa che – dovendosi confrontare con alcuni autori contemporanei nel settore space opera – Brown risulta forse un po’ light.
Non è Schroeder, non è Vinge, insomma.
Ma ha scritto un buon romanzo, che si legge con piacere e tutto d’un fiato, e che se lascia alla fine il suo più colossale BDO sullo sfondo, ci lascia per lo meno con l’ipotesi di un seguito, o comunque una seconda visita.

Non un romanzo che possa cambiare il volto della fantascienza, ma certo uno che mi ricorda il divertimento di quando ho iniziato a leggerla, tanti anni or sono.

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In attesa della supernova

Lo ammetto: non conoscevo Eric Brown, ed ho deciso di leggere The Fall of Tartarus sulla base della copertina.
Io ho un debole per i pianeti a strisce color pastello.
Quello, ed il fatto che il volume pubblicato da Gollancz nel 2004 non sia un romanzo, ma una raccolta di novelle, tutte ambientate su Tartarus, un pianeta in orbita ad una stella sul punto di entrare nella fase espansiva della supernova.

L’idea della raccolta di novelle mi solleticava per due buoni motivi.
Anzi, tre.
Primo, se con un romanzo o la va o la spacca, con una raccolta di racconti qualcosa di buono, anche nel caso in cui l’autore dovesse rivelarsi un cagnaccio, lo si troverà.
Secondo, perché la raccolta di novelle e racconti permette all’autore di esplorare più sfaccettature dello stesso tema, mostrando tutte le proprie qualità (o difetti).

Terzo – le raccolte di racconti hanno, sul mio scaffale, un posto privilegiato.
L’ho già detto e lo ribadisco – la forma breve è il kung fu della narrativa, il punto d’incontro di istinto e tecnica.
Non c’è spazio per gli errori, per gli indugi.
È facile scrivere una trilogia di 1800 pagine – e se per 300 pagine la narrazione gira a vuoto, beh, capita.
Venti pagine non lasciano scampo.

E poi c’era l’idea del pianeta sul punto di venire incenerito, vaporizzato dall’esplosione della sua stella.
La civiltà morente.
I profughi.
La nostalgia.
L’inseguimento delle occasioni perdute.

E che diavolo, Eric Brown si dimostra un asso.
Otto buone storie su otto, tutte le aspettative soddisfatte – incluso un meraviglioso incontro con una entità aliena in A Prayer for the Dead, forse il racconto migliore dell’antologia.
E tutto lo spettro narrativo vienbe toccato – dall’avventura all’introspezione, con una notevole capacità… cromatica.
È ben scritto, The Fall of Tartarus.
È hard science fiction, quella che piace a me, ma è anche space opera vecchia maniera – come un Jack Vance malinconico, Brown esplora un mondo popolato di eccentrici, strane religioni, misteri e bestie feroci.
Come il Silverberg di Nightwings, Brown gioca con la mitologia del quotidiano, ma con più compassione.

Osseva l’autore in un bell’articolo sulla storia delle sue storie…

There would be common themes: loss and love, as ever with my work, sacrifice and redemption. The stories would feature artists, explorers, religious fanatics, journalists, administrators, lovers, all of them on a quest for something–more often than not the enigma of themselves. Each story would be about characters in conflict, rather than about the science behind the story–which is what always interests me in any fiction, SF or otherwise. The other character, of course, would be the planet, Tartarus. Most of the tales would be set on different continents or areas of the planet, each with a distinctive feel. (How often have we read SF which characterises planets as geographically, meteorologically, etc, homogenous?)

Non sorprende che Brown (classe 1960) sia stato votato Miglior Nuovo Autore di SF in Europa nei primi anni ’90.
Un eccellente incontro, una ennesima conferma che la hard sf britannica sta bene e vi saluta tutti.

Attendo ora che il postino consegni Helix – una variazione sul tema di Ringworld suonata da Brown con toni dannatamente promettenti.
E di nuovo con una grande copertina.

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