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Erik John Stark

[interrompiamo momentaneamente i post sull’ e-publishing/book/learning, per qualche minuto di onesto cartaceo. Di vecchio onesto cartaceo.]

È arrivato stamani, impacchettato in un agnolotto di cartone.
Quattrocento e rotte pagine, edizione Doubleday 1976, usato ma ben conservato, privo ahimé della sovracoperta a colori (Don Maitz?) riprodotta qui di fianco.
Proprio perché la copertina è assente, credo, il rivenditore si è accontentato del prezzo di una pizza  margherita, e non del cuore di una vergine circassa.

The Book of Skaith riunisce i tre romanzi centrali del ciclo di Erik John Stark, l’opera per la quale Leigh Brackett è ancora oggi ricordata con affetto ed ammirazione da migliaia di fan.
Sulla base di questo libro soltanto, la Brackett si è meritata il titolo di Regina della Space Opera, che detiene ormai da mezzo secolo.
Non che si tratti dell’unico lavoro memorabile della scrittrice – che sceneggiò Il Grande Sonno, Rio Bravo, Hatari!, El Dorado e L’Impero Colpisce Ancora, e pubblicò decine di racconti e romanzi di fantascienza e polizieschi

Lo maneggio con cura, The Book of Skaith, e lo metto da parte per l’inverno.
L’ho già letto, certo – uno dei primi libri che mi capitò di leggere in inglese, tre volumetti della Ballantine Del Rey.
Rileggerlo dopo più di vent’anni sarà un bel test – ma non dubito dei risultati.
Semplicemente, spero di appreazzare di più qualcosa di straordinario.

Vediamo di fare il punto.

Erik John Stark è una delle icone della fantascienza avventurosa degli anni ’40 e ’50.
Il fatto che non sia più conosciuto nel nostro paese dipende dal fatto che sono passati decenni, letteralmente, da quando le sue avventure sono state disponibili al pubblico in una edizione dignitosa.
L’edizione Libra ha praticamente la mia età. Poi si scopre un fantomatico Fanucci.
C’è un vecchio Classici Urania, c’è un’edizione Nord Oro del ’99… poi il silenzio.
Curioso, come praticamente tutti abbiano pubblicato Stark nel nostro paese, e nessuno sembri ricordarsene.

Trovatello cresciuto fra i selvaggi di mercurio dopo che i genitori terrestri sono stati uccisi in un disastro minerario, Stark è un po’ Tarzan, un po’ Mowgli, ma a differenza di questi personaggi è meno integrato, meno buon selvaggio e più alienato.
Il rapporto conflittuale con le origini umane lo porta a percorrere un cammino costellato di brutalità e di crimini.
C’è molto di Conan il Barbaro, in Stark, con più di intelligenza, più sofisticazione.

Le prime avventure di Stark, scritte a cavallo degli anni ’40 e ’50, si svolgono sul Marte post-Burroughsiano di tanto planetary romance, ed hanno titoli che da soli valgono il prezzo di ammissione – Queen of the Martians Catacombs, Enchantress of Venus e The Black Amazon of Mars.
Stark è un fuorilegge braccato, un avventuriero che casca suo malgrado in intrighi più grandi di lui, che deve affrontare segreti abbastanza oscuri e inquietanti da togliere il sono a personaggi meno blindati.
Come si può immaginare dai titoli, Stark avrà modo di incontrare donne belle e letali, e visitare luoghi pericolosi ed esotici.
A differenza di tanti eroi della fantascienza e del fantasy, Stark ha una deviata coscienza sociale.
Solitario, cinico, pessimista, rimane comunque un primitivo che sta dalla parte dei primitivi, ed i romanzi lasciano una forte sensazione di ambiguità quando descrivono l’influenza civilizzatrice della Terra sulle sue colonie interplanetarie.
Inoltre, in un dettaglio spesso trascurato dagli artisti dic opertina, Stark ha l’onore e la responsabilità di essere il primo eroe di colore della narrativa pulp e della space-opera.
Brackett è infatti chiara quando lo descrive come nero di pelle e di capelli.
Ma sulle copertine, praticamente mai.

Più tardi, con gli anni ’60, quando sonde ed esplorazioni spaziali scacciano per sempre l’idea di un sistema solare in cui possa fiorire la civiltà dei pulp, Brackett recupera Erik Stark e lo trasferisce nello spazio profondo, sul lontano pianeta Skaith.
Ancora avventura esotica, si penserà, ma questa volta c’è dell’altro.
Ennesimo pianeta morente popolato dall’ennesima civiltà sull’orlo dell’estinzione, Skaith infatti si dimostra un boccone troppo grande da ingoiare persino per Stark.
E se il nostro eroe esce solo grazie alle proprie riserve di intelligenza e di energia bestiale dallo scontro con l’ecologia, la srtoria e ciò che passa per civiltà su Skaith, l’ordalia ce lo consegna con una nuova, tagliente patina di saggezza.
Stark su Skaith non è più un turista col fulminatore, la soddisfazione di mille fantasie adolescenziali.
È maturo, è saggio.
Lo Stark di Skaith è uno dei migliori argomenti a difesa della necessità dell’uomo di proiettarsi in avanti, di sfuggire alle trappole dell’autocompiacimento e dell’indulgenza.
Stark parla per tutti coloro che vedono nel futuro l’unico luogo in cui sia possibile vivere, parla per l’umanità.

Ed è qui che l’altra arma straordinaria di Leigh Brackett, la disciplina narrativa, porta la serie al livello del capolavoro.
Non c’è unaparola sprecata, non c’è una scena che non lasci il lettore assolutamente alla deriva su un mare di sense of wonder.
Possiamo davvero dire che non li fanno più così.

Eppure per tutto il suo lirismo e per tutto il suo contenuto sovversivo, The Book of Skaith è comunque anche un grande spettacolo d’azione – fra paesaggi alieni, animali terribili e nemici tanto enigmatici quanto letali.
Ed è curioso immaginare come una donna dall’aria tanto mite quanto la Bracket potesse essere in contatto tanto diretto con gli aspetti più oscuri e selvaggi della natura e dell’animo umano.

Qui da noi, il ciclo di Skaith lo pubblicò la Libra, tanti e tanti anni or sono.
In originale, dopo due decenni di assenza, ora lo ristampa Paizo, nella benemerita collana Planet Stories in cui compare pure il suo antenato e forse unico concorrente al titolo di icona di un’epoca e di un genere, Northwest Smith, di C.L. Moore.
I più curiosi possono trovare gli altri racconti della serie nell’eccellente ed economico Sea Kings of Mars, della Gollancz; e nel raro e costoso Stark & The Star Kings. collezione pubblicata dalla Heffner, scoprire gli ultimi racconti del ciclo, scritti in collaborazione dalla Brackette dal marito Edmond Hamilton negli anni ’70, e pubblicati postumi negli anni ’80.

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