strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Hai detto crisi?

Alessandro Girola, che sta qui nella cella accanto nel Blocco C della blogsfera, ha fatto un post parlando della crisi del fantastico in Italia – e concentrandosi sostanzialmente sul mercato dei libri. Perché è quello che facciamo noi qui ai lavori forzati nel Blocco C: scriviamo libri.

La tesi di Alex si concentra sul fattore delle vendite e individua quattro cause principali

  • la contrazione della lettura come attività ingenerale – leggere non è (più?) un passatempo diffuso e popolare
  • il crescente disinteresse degli appassionati del fantastico per la narrativa scritta, preferendo altri media
  • la mancanza di una critica seria e accessibile che contribuisca a formare il gusto del pubblico
  • la povertà qualitativa dell’offerta

E io non posso che concordare punto su punto.
Non posso però evitare, anche, di segnalare un altro fattore che non so se sia causa o sintomo della situazione generale, ma è certamente un dato reale, e significativo – ed è la narrazione diffusa.
Ed è questo il tema di questo post o, come dicevano i Supertramp…

Crisi? Che Crisi?

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Idioti privi di immaginazione

Perché, fortunatamente, una storia d’amore è una cosa che capita più di frequente che combattere in un’arena, arco e frecce, per la sopravvivenza.

Ok, mettiamola così – non hanno capito nulla.

No, va bene, poi mi dite che sono cattivo – andiamo con ordine.
Mi hanno segnalato un post sul blog della rivista Wired, edizione italiana.
Pare – se dobbiamo credere a loro, che credono al Guardian1 – la nuova frontiera della letteratura Young Adult è il realismo.
Basta con le distopie, il fantasy, le storie inventate, i nani, gli elfi, i paesi sconosciuti (se sono sconosciuti un buon motivo ci sarà), l’avventura e il mistero.
I ragazzi vogliono il realismo.

E stando all’articolo…

Per realismo intendiamo problemi di comunicazione con mamma e papà, tensioni tra coetanei lungo i corridoi del liceo, i palpiti dei primi incontri amorosi consumati nella stanzetta o sulla panchina di un parco pubblico.

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Ucronia a vapore

Alessandro il Grande si appresta a conquistare l’intero bacino mediterraneo.
Spinto da una ambizione divorante e perseguitato dalla convinzione – instillatagli dalla madre – di essere il figlio di Zeus, il principe macedone, una volta sbaragliati i persiani, rivolge il proprio sguardo verso occidente, conquista l’Egitto, ed ora minaccia il vasto impero che Atene ha creato sulle sponde del Mediterraneo.
Avversato dal padre, circondato da generali fedelissimi e da traditori insospettati, sospinto da misteriose profezie, Alessandro può contare sulle armi create grazie alla super-scienza sviluppata da Aristotele – armi tanto orribili che il filosofo, intuendone le potenzialità, si è dato alla macchia (probabilmente in Sicilia).
E intanto, mentre gli imperi collassano e la posta in gioco si fa elevatissima, quattro profughi improbabili, a bordo di una nave a vapore persiana superstite, stanno per mettere un colossale bastone fra gli ingranaggi della macchina macedone.
Ad Alessandro il grande non piacerà per niente…


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Quattro nuovi e sconosciuti

Sì, questa è ANCHE una pubblicità subliminale del Lemuria Social Club

È agli atti la mia passione per il vecchio fantastico.
Romanzi cinesi ed arabi.
Cose scritte da strampalati gentiluomini nel 1800 che a detta di quelli fighi non sono steampunk.
Vetuste riviste pulp e loro frequentatori più o meno assidui.
Quelle cose seriali che pare si facessero solo fra gli anni ’50 e ’70.
La space opera.
L’orrore sovrannaturale e lovecraftiano.
Il fantasy pre-tolkieniano.
La sword & sorcery.

Non sono tuttavia convinto – come sostengono alcuni personaggi nazionali – che la fantascienza sia morta quando morì Dick, o che il fantasy sia entrato in stagnazione col suicidio di Bob Howard.

A titolo di ginnastica, in questo senso, da quando ho deciso di ridurre drasticamente la spesa per i libri (c’è la crisi, sapete), una delle mie pratiche è la seguente…
Avendo fissato un budget per le letture mensili, un mese ogni sei lo dedico a dare la caccia a cose nuove (o relativamente tali) e di autori mai letti prima.

Marzo – mese della follia, ricordate, la lepre e tutte quelle cose – ho deciso di investire i miei sudati risparmi in quattro volumi, che leggerò nelle prossime settimane (uno in effetti è già in funzione).

Per ciascuno farò un post, ma tanto per dare un’idea della vitalità e della varietà dell’offerta fantastica in lingua originale, elenco qui – senza i titoli – i quattro volumi acquisiti.

. una space opera, ma hard science fiction (*), del 2011
. un planetary romance, ma femminista, del 2012
. un fantasy, ma di ambientazione giapponese, del 2003
. un orrore sovrannaturale, ma cospirativo e ucronico, del 2006

In totale, circa 1600 pagine.
Insomma, una buona selezione.
E tre su quattro sono opere prime.

E mi pare opportuno chiudere questo semplice cat blog con una esortazione ad adattarsi a leggere in lingua.
Più varietà, più qualità e prezzi infinitamente più abbordabili.

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*(occhio, Iguana – Stross dice che è meglio di Hamilton – e dalle prime cento pagine gli darei ampiamente ragione)


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Una mappa per il meraviglioso

La simpatica abitudine di Amazon.uk di aprire l’anno svendendo al 50% i migliori titoli di saggistica dell’anno precedente mi causa sempre un mezzo tracollo, ma mi procura quasi sempre testi straordinari.
È il caso di Stranger Magic, ultima uscita della studiosa di letteratura e folklore Marina Warner.
Sulla carta, il volumone di oltre 500 pagine si presenta come una analisi de Le Mille e Una Notte.
Ma è molto, molto di più.

La Warner – una di quelle personalità dll’accademia brutannica che ti fan venire voglia di urlare per il mix di erudizione, intelligenza, eleganza di scrittura e facilità di comunicazione – analizza le novelle arabe delle Mille e Una Notte sotto ogni possibile punto di vista, ma concentrandosi sulla centralità dell’opera nella costruzione dell’immaginario contemporaneo e nel rapporto fra Occidente ed Oriente.
Roba tosta.
Ma il testo scorre piacevole.
Per sostenere le proprie tesi, l’autrice include nel testo sedici episodi del classico arabo (o forse del rimaneggiamento di autori successivi, a cominciare dal francese Galland).
I brevi racconti punteggiano la discussione, che si divide per temi, concentrandosi di volta in volta sulla figura di Salomone, sulla magia e sui jinn, sui tappeti magici, sulle storie sentimentali e così via.
Nella costruzione della immagine integrata delle Mille e Una Notte nella cultura contemporanea vengono cooptati personaggi insospettabili – da Shakespeare a Borges, da John Dee a Carl Jung, da Goethe a Beckford, da Salomone a Nurayev e poi una infinità di artisti, editori, narratori, registi e produttori.
Nessun angolo viene lasciato in ombra, nessuna nicchia resta inesplorata.
E così discutiamo sulla natura dello stregone come straniero (o viceversa) sul legame fra magia narrativa e sciamanesimo.
Sulla natura della narrazione orale e della narrazione scritta.
Si osservano e sis tudiano tappeti, talismani, dipinti e stampe provenienti da ogni epoca e cultura.

Il volume è un sontuosissimo rilegato rigido pubblicato da Chatto & Windus, ed è ricolmo di riproduzoni di disegni, stampe, dipinti ed affreschi.
Con due ampie sezioni di riproduzioni a colori di opere d’arte e circa cento pagine di bibliografia, note e indici, Stranger Magic è quello che si definisce un autentico tour de force.

È ben nota la mia passione per Le Mille e Una Notte, uno dei capisaldi del fantastico e non solo, libro dei libri e monumento al potere della narrazione.
Il libro di Marina Warner non è solo una guida alla lettura del classico arabo, ma anche uno sguardo lucido e eccentrico sul soggetto del fantastico e della scrittura.
Fornisce nuove prospettive sul significato di ciò che leggiamo e, anche, di ciò che scriviamo.
Ed è una lettura piacevolissima.


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Moriarty! (e Moran!)

Uno dei migliori autori attualmente sulla piazza.

Kim Newman detiene un primato assoluto, nella mia esperienza di lettore – il suo Anno Dracula, letto sul tram tornando a casa dall’università, riuscì a farmi saltare la fermata.
Ad un certo punto alzai gli occhi dalla pagna e mi resi conto che il tram era fermo al capolinea, ed io non me ne ero assolutamente accorto.
Questo è per me un criterio un po’ empirico ma infallibile per identificare un buon libro ed un buon autore.
Anche se mi è capitato una volta sola.
E Anno Dracula è un eccellente libro, scritto da un autore eccellente.

Inutile dire che dopo Anno Dracula mi procurai un sacco di cose scritte da Newman, non solo in ambito narrativo, ma anche in ambito saggistico – il BFI Companion to Horror, che Newman curò negli anni ’90, resta un tomo meraviglioso e indispensabile –  trovando ripetute conferme al fatto che, sì, avevo beccato un vincente.

Ed ecco che ora mi capita questo strano romanzo, che fin dal titolo mi promette le meraviglie che mi aspetto dall’autore londinese.

Professor Moriarty, The Hound of the Durbervilles è un romanzo ad episodi, in effetti il prodotto di un fix-up di alcune storie comparse su riviste e antologie, con circa un 50% di materiale nuovo, a formare una narrativa coerente.
Il testo è inquadrato con un classico framing device – in seguito alla crisi economica, il fallimento di una banca-canaglia porta alla luce un manoscritto che si direbbe stilato da Sebastian “Basher” Moran in persona. Una curatrice un po’ snob viene ingaggiate e praticamente obbligata col ricatto a curarne l’edizione, che è poi ciò che abbiamo fra le mani.

Il manoscritto di Moran narra le sue imprese al servizio del terribile Professor Moriarty, il Napoleone del Crimine, negli anni che precedono il confronto fra Moriarty e Holmes alle cascate di Reichenbach.

Non siamo tuttavia nel territorio del semplice pastiche holmesiano.
Le storie di Moriarty & Moran sono avventure fantastiche, con una abbondante dose di commedia, una spolverata di steampunk (*), ed una profonda propensione per l’eclettica cultura letteraria.
Ogni storia, narrata da Moran – che non manca di divagare – si affianca ad una storia del canone Holmesiano, presenta in altra luce un personaggio dell’opera di Conan Doyle, ma fa soprattutto riferimento ad almeno un romanzo o racconto derivato dal canone della letteratura vittoriana.
(e la curatrice non manca di segnalarci questi riferimenti nelle dotte annotazioni)
Newman si diverte, evidentemente , senza dimenticare di inserire, quando possibile, personaggi presi dalla narrativa d’appendice – primo fra tutti il cinese Signore delle Strane Morti (alias Fu Manchu), fornitore preferenziale degli animali esotici che Moriarty usa per alcuni dei suoi piani più ingegnosi.

Moran, narratore inaffidabile, assomiglia moltissimo, per tono e atteggiamenti, al mio vecchio amico Sir Harry Flashman – ma come fa notare lo stesso Newman nella postilla, Moran per lo meno le medaglie se le è guadagnate seriamente, e se Flashman resta un vigliacco fortunato, Moran è piuttosto un maniaco dell’adrenalina piuttosto sfortunato.
Irto di opinioni irripetibili su bambini, cani, stranieri, donne, omosessuali, poliziotti, cittadini britannici, militari, cocchieri di piazza, contadini, intellettuali, politici e praticamente ogni creatura che respiri sulla superficie del pianeta (a cominciare dal suo datore di lavoro Moriarty), il colonnello Moran, il cacciatore di tigri che ha sparato a qualsiasi cosa gli sia capitato a tiro, sempre disperatamente alla ricerca di un guadagno, di una scorciatoia o di una sottana è un personaggio che è bello odiare, e che ci strappa dei sorrisi amarissimi.

Poiché dove mi trovo ora non ci sono tram, non posso sottoporre questo volume al test della fermata di casa.
Posso tuttavia portare un altro fenomeno a sostegno della qualità del romanzo – ad un certo punto, a circa un terzo del tomo, una battuta su Nietsche mi ha fatto ridere tanto a lungo e tanto forte, che i vicini si sono preoccupati (il fatto che sia accaduto alle due di notte spiega forse parte della loro preoccupazione).

Grande, solidissimo, intelligente intrattenimento.
Ce ne saranno altri.
Non possiamo che augurarci di sì.

(*) I padroni nazionali del vapore probabilmente lo odieranno, un po’ perché piace a me, un po’ perché è troppo intelligente, un po’ perché non potranno sfuggire all’impressione che Kim Newman sberleffi il genere con estrema allegria.


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Oltre le Notti Arabe

Che poi ti dicono sì, ok, ma ora con ‘sti cinesi basta… cosa ci verrai a infliggere, adesso, le storie del giudice Dee?
(anche se, in effetti…)

E allora cambiamo marcia, ma proseguiamo nella indispensabile disintossicazione da cliché e manierismi del fantasy “popolare”.
Vogliamo l’esotismo, l’avventura, e soprattutto qualcosa di completamente diverso.

È agli atti la mia passione per Le Mille e Una Notte.
Delle quali le edizioni diverse e memorabili abbondano.
Per darvi un’idea… doveva essere il, bah, 1989…
Dovevo incontrare un’amica che non vedevo da tempo, e per comodita avevamo un appuntamento in centro, davanti ad una nota e benemerita libreria torinese.
Lei, abusando del privilegio che si concede alle signore, arrivò con qualcosa come quaranta minuti di ritardo.
tempo sufficiente per entrare in libreria (con la scusa di scaldarsi – doveva essere ottobre), scovare una pila alta quanto un uomo di copie anastatiche della leggendaria edizione illustrata Nerbini de Le Mille e una Notte, edizione 1934, copertina di Galep, un tomo di 500 pagine in formato A4, ed accaparrarmene una copia, mi pare, per circa diecimila lire.

Da allora ne ho allineate un po’ di edizioni sul mio scaffale, ed visto che ho una certa simpatia per il fantastico orientale (qualcuno aveva qualche sospetto, immagino), le novelle arabe sono alte nella mia lista di gradimento.

Ma non è delle Mille e Una Notte che vi voglio parlare oggi. Continua a leggere


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Tutti gli uomini sono fratelli

Ed avendo cominciato con lo Xi Yu Ji, perché non continuare a ripulirsi i sistemi da tutto il ciarpame pseudoceltico e finto-medioevale del fantasy di dozzina che ci assedia, e buttarci su un altro bel classicone cinese?

Shuihu Zhuan è stato variamente tradotto come Il Margine dell’Acqua, ma anche come I Briganti, Le Paludi del Monte Liang e anche, appunto, Tutti gli uomini sono fratelli.

Il bello di questo colossale romanzone del quindicesimo secolo è che è talmente popolare, e talmente diffuso, e talmente presente nella cultura cinese, che negli ultimi cinquecento anni ne sono state sfornate una quantità inenarrabili di versioni, che tendono ad allinearsi al clima sociale e politico dell’epoca.
Nemmeno l’autore è accertato, poiché esistono quattro diverse mani – per lo meno – nella stesura del definitivo, che viaggia sui 100-120 capitoli a seconda delle versioni.

Ma procediamo con ordine.
Tutto comincia con un tizio che sa giocare bene a palla.
No, davvero! Continua a leggere