strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La mia croce sull’altra collina

Prendo l’avvio dal più recente post di Elvezio Sciallis su Malpertuis – come ho fatto spesso in passato, e come spero di poter tornare a fare in un prossimo futuro – e da un paio di frasi in particolare (l’editing è mio per motivi di spazio – voi leggetevi il post per intero).

Dovendo gestire in modo diverso il mio tempo in Rete e fuori dalla Rete ho semplicemente tagliato qualsiasi lettura in italiano.
[…]  non leggo più nessun sito italiano e da fine giugno non tocco libri di genere pubblicati nello Stivale.

Ed è purificante e rilassante.

Altrove, come già detto, critica, pubblico e autori, sia in campo cinematografico che letterario, hanno un rapporto totalmente diverso e (ovviamente a mio avviso) ben più sano della schizopatologia nostrana […]
Per l’ultima volta: all’estero escono antologie e romanzi horror STUPENDI che costano la metà e anche meno rispetto a quelli italiani, datevi una mossa con il dannato inglese.

Non posso che sottoscrivere.
Si pubblicano in lingua inglese anche eccellente fantascienza, ottimo fantasy, polizieschi originalissimi, grande aventura, fantastici libri di cucina, impareggiabili saggi storici e la divulgazione scientifica ha certamente una marcia in più.
Si pubblica anche ciarpame?
Certo, a carrettate.
Ma non è di questo che intendo parlare.
Il fatto è che le parole di Elvezio rieccheggiano quelle sentite da più parti negli ultimi mesi, da parte di amici e conoscenti che lentamente e silenziosamente se ne stanno andando dal genere così come il genere viene vissuto in Italia.
E non solo rifornendo le proprie biblioteche e videoteche all’estero, ma trasferendo verso altri lidi – reali o virtuali – le proprie attività.
Alcuni hanno trovato da pubblicare in Francia, o nei paesi anglosassoni.
Altri semplicemente hanno deciso di non etichettare più il proprio lavoro come “fantastico”, considerando ormai l’etichetta compromessa irrimediabilmente nel nostro paese.
Altri ancora si ostinano a pubblicare libri – saggistica, divulgazione, critica – pur sapendo che non verranno letti, o che se veranno letti non usciranno da un circolo molto ristretto… “invece di scriverlo potrei telefonartelo”.

Non si tratta di GAFIA – queste persone non stanno abbandonando il genere.
Stanno abbandonando il milieu nazionale.
I lettori passano all’inglese.
Gli autori passano a Interzone, a Weird Tales, a Sybil’s Garage.
I critici recensiscono le nuove uscite della Tor.
I piccoli editori valutano seriamente l’idea di chiudere.
Stanchi di essere sempre e solo “gli altri”, nelle parole di un’amica disgustata, stanno uscendo dalla palude.
O se preferite un’altra metafora, ciascuno a modo suo, essendo questa ormai troppo affollata ed esclusiva, stiamo portando la nostra croce su un’altra collina.

Il danno al genere, nel nostro paese, che deriverà da questa lenta trasmigrazione, non può essere minimizzato in alcun modo.
Indubbiamente, è bene tributare il dovuto rispetto a chi, nelle pur malandate condizioni del mercato nazionale, continua a tener duro ed a fare il proprio lavoro, a portare avanti la propria passione.
Ma senza dimenticarsi degli altri e della loro lenta marcia oltre confine.
Ad andarsene non sono – come vorrebbero alcuni – i falliti, quelli che non ce l’hanno fatta, i soggetti passivi, pieni di invidia e livore, di una ipotetica selezione naturale nella quale i più adatti hanno trionfato.
Si tratta di una lenta, inesorabile perdita di voci critiche e di voci atipiche all’interno del panorama.
Si tratta di un lento, inesorabile cedere il campo ad una critica fatta di post su blog tutti uguali (a volte addirittura in modo sospetto) e tutti ugualmente entusiasti a prescindere, ad una narrativa obbligata ad omologarsi per poter “uscire”.
Si tratta di una definitiva legittimazione – per astensione – di un ambito nel quale la reazione offesa o stizzita è la risposta standard a qualsiasi giudizio negativo, nel quale la serrata unilaterale e l’indifferenza ostentata sono la risposta standard a qualsiasi nuova iniziativa che non provenga dall’interno del nostro circolo, nel quale solo quelli che la pensano sempre e comunque come noi hanno talento e meritano spazio.

E come tutti gli impoverimenti ecologici, anche la lenta migrazione degli altri, rappresenta l’anticamera dell’estinzione.
Perché dove si andranno a cercare le voci originali quando la moda narrativa cambierà e le ragazzine che ora trainano il mercato non vorranno più una ennesima fantasia di stupro col vampiro, ma pretenderanno una storia diversa?
Riuscirà il mercato a crescere nella sua offerta col crescere dell’età media dei lettori?
O ci si rassegnerà a perderli dopo i diciotto anni, affidandoli alla TV, e contando sul bacino costituito dalle nuove generazioni?
E se le nuove generazioni dovessero volere qualcosa di nuovo?
Basterà nascondersi dietro ad un nuovo pseudonimo e fagocitare una nuova formula?
Basterà poter contare sull’amico editor presso la famosa casa editrice, per pagare l’affitto?
O non sarebbe meglio avere a disposizione una pluralità di voci, di stili, di idee, di contenitori?
E chi penserà a mantenere vivo l’interesse del pubblico adolescenziale quando gli adolescenti – come spesso capita – cresceranno, e chiederanno narrative più complesse, critica che non sia solo esegesi testuale ossessiva, un rapporto lettore-autore o lettore-editore che non sia solo genuflessione ed adorazione incondizionata?

Ma forse qui abbiamo toccato un tasto dolente.
Forse non si desidera alcuna crescita del pubblico oltre il livello adolescenziale.
Non si desidera alcuna seria critica al di là di ciò che si può tranquillamente delegittimare.
Non si desidera alcuna evoluzione, alcuna crescita, alcun mutamento.

Forse, chi dovrebbe davvero aver paura del fatto che così tanti se ne stiano andando, ha molta più paura che costoro possano tornare.

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Antologie – le cinque serie migliori

La lista precedente è stata criticata perché regolata da parametri troppo stretti.
Ma d’altra parte, come sarebbe possibile presentare una lista bilanciata di antologie se nell’elenco si dovesse includere, ad esempio, la colossale ed inarrivabile Dangerous Visions, di Harlan Ellison?
Sarebbe necessario adottare una scala logaritmica…

Per farmi perdonare, elenco qui cinque serie di antologie che sono assolutamente fondamentali (a mio parere, naturalmente) e che per regole di campo erano state escluse dalla lista precedente.
Si tratta della mia lista, come al solito, basata su gusti personali e pienamente non condivisibile dai miei opinionatissimi visitatori.
Che spero vorranno dire la loro nei commenti.

Io tenderei comunque a diffidare di un sedicente appassionato che non avesse per lo meno una manciata di questi titoli sullo scaffale – si tratta infatti non solo di eccellenti raccolte di narrativa, ma anche  e soprattutto di uno strumento agile ed efficace per avere sott’occhio una panoramica del genere e della sua evoluzione.
Vediamo (sarà difficile arrivare a 5, ma ci proviamo)…

Mammoth Book of [fate voi]book cover of   The Mammoth Book of Pulp Action   (The Mammoth Book of ...)  by  Maxim Jakubowski
Pubblicati a partire dalla seconda metà degli anni ’80, ma ispirati ad una pubblicazione degli anni ’30, The Mammoth Book of Thrillers, Ghosts and Mysteries, la serie non ha una caratterizzazione generica, nel senso che pubblica dai problemi di scacchi alla narrativa vampirica passando per il giornalismo ed il poliziesco storico. I volumi hanno normalmente un prezzo irrisorio.
Quelli che interessano su questo blog hanno curatori come Isaac Asimov, Mike Ashley, Richard Dalby, Stephen Jones, Bill Pronzini…
Non mancano i titoli idiosincratici che uno desidera avere sul proprio scaffale solo per disorientare gli amici (The Mammoth Book of Sex, Drugs and Rock’n’roll).
All’interno della serie, si segnalano i volumi annuali Best New Science Fiction (curati da Gardner Dozois) e Best New Horror (curati da Ramsey Campbell e Stephen Jones).

The Year’s Best Fantasy & Horror
https://i0.wp.com/www.fantasticfiction.co.uk/images/t0/t562.jpg
Dovremmo ormai essere a 22 antologie annuali curate da Ellen Datlow, con la collaborazione di Kelly Link, Terri Windling e altri.
Anche qui l’idea non appare particolarmente sofisticata – non meno di 500 pagine di narrativa breve a sfondo fantastico e orrifico.
Ciò che rende queste antologie superiori alla media è – come prevedibile – la mano della curatrice (Ellen Datlow è una leggenda nel panorama degli antologisti) e la selezione di autori.
Ancora oggi, le storie vengono selezionate battendo tutte le riviste e le antologie pubblicate durante l’anno nel mondo anglosassone.
Pubblicati da St Martin’s Press, sono volumi piuttosto costosi anche in paperback.
La buona notizia è che i vecchi titoli – ormai dei classici – si possono trovare a prezzo molto ragionevole tramite Amazon, anche in formato hardback.

Le Grandi Storie della Fantascienzahttps://i0.wp.com/img2.libreriauniversitaria.it/BIT/155/9788845251559g.jpg
Monumentale serie di 25 volumi che presentano il meglio (secondo Ike Asimov) della fantascienza dal 1939 al 1963, la cosiddetta Età dell’Oro della Fantascienza (personalmente trovo la definizione ridicola, ma su certe cose è male scherzare, ché il Reato di Leso Asimov è ancora punito con la morte nel nostro paese).
Se la selezione è parziale (le antipatie di Asimov erano ben note – anche se qui vengono stemperate dal suo aiutante Martin H. Greenberg), è d’altra parte innegabile che la serie possa da sola costituire un eccellente scheletro sul quale costruire una collezione di fantascienza.
In italiano dovrebbero essere tutti disponibili in formato tascabile, ma consigliamo una previa visita di rito alle bancarelle dell’usato, alla ricerca degli originali hardcover pubblicati dalla SIAD nei primi anni ’80.

Le antologie che dovrebbero chiamarsi Magic Tales ma ormai non si chiamano più così, https://i0.wp.com/3.bp.blogspot.com/_5Pe-huM-ci8/SlAhPzZduXI/AAAAAAAAALA/5qqRXvNJ4zI/s320/magicats.jpg
Pubblicate (prevalentemente) da Ace, sono 35 (o forse 38) volumi curati da Gardner Dozois e Jack Dann.
L’idea di partenza era quella di scegliere un tema “forte” ed esaurire l’argomento, presentando ilmeglio della narrativa breve a riguardo – indipendentemente dalla data di prima uscita dei lavori antologizzati.
Ciascun volume si presenterebbe quindi come una panoramica storica su un determinato soggetto, delineandone l’evoluzione nel corso degli anni.
Oltre a fornire un buon accesso a storie che altrimenti sarebbero andate perdute.
Originariamente dedicate solo al fantasy (con titoli come Dragons!, Unicorns! o… ehm, Magicats!), dalla metà degli anni ’90 vengono presentate anche tematiche fantascientifiche (Hackers, Future War etc…)
Alcuni titoli a caso (incluso Magicats!) sono stati tradotti in italiano.

Thieves’ World
Originariamente una serie di dodici antologie curate da Robert Asprin per Ace, alle quali si affiancano una quindicina di altri titoli, tra antologie apocrife e romanzi.
Trattandosi di uno shared world, forse la serie non andrebbe inserita fra le antologie, ma oggi siamo di bocca buona.
L’idea di partenza è quella di creare da zero una ambientazione generica, e successivamente affidarne l’esplorazione e la caratterizzazione ad una comunità di autori (notevoli, fra gli altri, i contributi di Poul Anderson, Gordon R. Dickson, Marion Zimmer Bradley, David Drake, C.J. Cherryh).
Ciò che solleva il mondo dei ladri al di sopra della media è, oltre all’eccellenza degli autori, l’indubbia capacità dell’editor di mantenere la disciplina.
In Italia qualcosa pubblicò Fanucci – come sempre senza resistere alla tentazione di aggiungerci un paio di apocrifi di autori italiani.

E per chiudere?https://i0.wp.com/www.pjfarmer.com/bimages/dv-pb72.jpg
Lo si riesce a trovare, un Outsider?
Ovviamente Dangerous Visions, di Harlan Ellison, ormai al suo terzo (e si presume ultimo) volume.
Antologia di racconti ad hoc – Hellison chiese agli autori di fornire storie impubblicabili per gli standard dell’epoca, questa è probabilmente la singola più importante antologia (o serie di antologie) mai pubblicate.
È un piacere, naturalmente, constatare che dopo dangerous Visions, molte di quelle idee e di quegli approcci alla scrittura continuarono a rimanere impubblicabili, a conferma dell’ottuso e risoluto conservatorismo dei fan.

Se ne trovano edizioni di tutti i tipi, a tutti i prezzi.
Non averne una copia è da sciocchi.

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Antologie – le cinque migliori

The making of a great compilation tape, like breaking up, is hard to do and takes ages longer than it might seem. You gotta kick off with a killer, to grab attention. Then you got to take it up a notch, but you don’t wanna blow your wad, so then you got to cool it off a notch. There are a lot of rules.

Questo post è causato dalla tagliente recensione all’antologia  Bad Prisma (Mondadori) postata da IguanaJo.
Andatevela a leggere, poi tornate qui che riprendiamo il discorso…

Fatto?
Bene.

Invecchiando, i racconti stanno soppiantando i romanzi nelle mie preferenze di lettore di genere.
Soprattutto per l’horror, un bel volumone, una ricca antologia di racconti di autori diversi (se fossero dello stesso autore dovrei parlare di raccolta) mi attira probabilmente di più di un romanzone.
Con le debite eccezioni, certo.
Dev’essere perché, invecchiando, l’attention span si accorcia (un po’ si diventa rincoppati, capite…), ed anche il tempo per leggere diminuisce.
E poi, le antologie sono uno strumento eccellente per scoprire nuovi autori, da esplorare poi con più calma.

A mio parere, le parole chiave per una buona antologia sono solo tre:
rispetto – per il genere, per gli autori coinvolti, per il pubblico
coraggio – di staccarsi dalla massa e tentare qualcosa di nuovo e diverso anziché scimiottare chi è venuto prima
coerenza – una volta intrapresa una certa strada, la si segue fino alle sue logiche conseguenze.

Sembra facile.

Quindi, veniamo alle cinque migliori antologie che mi sia mai capitato di leggere.
Regole di campo – niente in cui io abbia scritto o che io abbia curato, tradotto o prefatto/postfatto (uno straccio di senso della vergogna ce l’ho ancora).
Niente Mammoth Book of [inserite il genere o il soggetto che preferite], anche se la maggior parte sono assolutamente eccellenti. Niente Isaac Asimov presents the Best Science Fiction of [metteteci l’anno che volete] perché sarebeb troppo facile.
Niente di curato da Richard Dalby, o dovrei solo citare libri suoi.
E naturalmente Dangerous Visions di Harlan Ellison è fuori concorso.

Aggiungo poi che questi sono i titoli che io preferisco – e se non includo i vostri preferiti non è perché io vi odi o vi disprezzi, ma perché voi ed io abbiamo magari solo gusti diversi.
Segnalatemi le vostre preferenze nei commenti, e facciamoci quattro chiacchiere.

E poi, via, cinque titoli, non in un ordine particolare….

The Disciples of Cthulhu (DAW, 1976/Chaosium 1996)
Una delle prime e probabilmente la migliore antologia di narrativa lovecraftiana. La prima edizione ha la copertina di Karel Thole come bonus, ed è curata da P. Berglund; la versione Chaosium, curata da Bob Price,  differisce per un paio di titoli ma rimane di altissimo livello.
Grande qualità della scrittura, ampio spettro di voci (e non solo repliche e pastiche della prosa del Gentiluomo di Providence) mano editoriale ferma ma pressocché invisibile.
La sola presenza di “The Tugging” di Ramsey Campbell, “The Horror from the Depths” di Leiber e “Darkness, My Name is” di Eddy Bertin rende il volume indispensabile.
Per il resto, la qualità è ottima.
L’antologia non è “originale” – nel senso che non include solo raconti scritti ad hoc.
book cover of   Gaslight and Ghosts   by  Jo Fletcher and   Stephen Jones
Gaslight & Ghosts (Robinson, 1988)
Uno dei pezzi della mia collezione al quale sono più affezionato – il volume venne prodotto in occasione della World Fantasy Convention di Londra, nel 1988, e curato da Stephen Jones e Jo Fletcher.
È una antologia originale che include racconti e articoli scritti ad hoc di James Herbert, Neil Gaiman, Terry Pratchett, Brian Aldiss, Clive Barker, Ramsey Campbell, Karl Edward Wagner, Lisa Tuttle, Robert Holdstock, Brian Lumley, Ian Watson, R Chetwynd Hayes, Peter Tremayne, Kim Newman.
I partecipanti alla convention avrebbero avuto l’occasione di farsi autografare il volume da tutti gli artisti coinvolti (e i volumi di quesdto genere hanno un valore spaventoso).
Variamente illustrato e solidamente rilegato, il volume appare assolutamente indistruttibile (ed è bene che sia così).
Il solo racconto di Karl Edward Wagner vale il prezzo di ammissione. L’antologia che mi ha fatto scoprire James Herbert e Kim Newman. Era oltretutto la prima volta che mi capitava fra le mani una antologia che riunisse narrativa e saggistica…

The New Nature of the Catastrophe (Millenium, 1993/Orion, 1997)tnnotc_orion97.jpg
Antologia fortemente anomala, come anomalo è ilprotagonista delle storie – primo personaggio di dominio pubblico nel panorama del fantasticocontemporaneo.
Il volume ristampa tutti i racconti di Michael Moorcock che hanno per protagonista Jerry Cornelius, più racconti di Jerry Cornelius scritti da una varietà di autori – M. John Harrison, Norman Spinrad, Simon Ings, Langdon Jones, Hilary Bailey, Brian Aldiss e molti altri.
John Clute contribuisce con un articolo – ma ci sono anche fumetti (purtroppo tagliati dalla versione paperback, ma sostituiti con un inedito), ed uno stralcio di canzone.
I racconti di Jerry Cornelius sono in generale più accessibili dei romanzi, ed i contributi al ciclo da parte di altri autori rendono il mondo fratale dell’assassino inglese ancora più perturbante e difficile da definire.

Futurs antérieurs – 15 récits de littérature steampunk
(Fleuve Noir, 1999)https://i0.wp.com/holmesandco.free.fr/images/couvertures/9782265065345.jpg
Esattamente dieci anni prima che gli americani martellassero il mercato con non una ma due antologie dedicate allo steampunk e che il genere diventasse mainstream, i francesi  uscivano con questa massiccia antologia originale che allinea quindici autori popolarissimi in Francia e pressocché sconosciuti in qualsiasi altro luogo del pianeta.
Suggestioni verniane, elementi mutuati da Burroughs, e un sacco – ma proprio un sacco – di idee nuove e mai più sentite, per quindici storie (tutte illustrate) molto letterarie e sperimentali, appartenenti ad un genere ancora in fasce, che non era ancora codificato ed era appannaggio di pochi.
Se questa antologia avesse avuto la meritata diffusione internazionale, quello che oggi chiamiamo steampunk sarebbe probabilmente molto diverso, e probabilmente più eccitante.
Il primo libro che io abbia letto in francese, acquistato alla Fnac di Nizza durante una vacanza. Ormai introvabile anche su eBay, o così mi dicono – peccato.
Una lettura necessaria per poter dire “sono stato steampunk prima di te” a tutti i ragazzini arroganti che pensano di saperla lunga.
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Raymond Chandler’s Philip Marlowe, A Centennial Celebration
(1988, Knopf/1999, ibooks)
Antologia di storie scritte ad hoc per celebrare il centenario della nascita di Raymond Chandler, la prima di questo genere in un panorama letterario ancora piuttosto ingessato.
22 giallisti scrivono altrettanti racconti con Marlowe come protagonista, riuscendo a portare il proprio stile ed i propri temi tipici nelle atmosfere e nel linguaggio chandleriano.
L’antologia è rispettosissima dell’opera di Chandler, e si suddivide per periodi storici, mostrandoci Marlowe in momenti diversi della sua carriera.
Fra gli autori notevoli, Max Allan Collins, John Lutz, Stuart Kaminsky, Robert Crais, Eric van Lustbader, James Grady, Sarah Peretsky, Paco Ignacio Taibo II.
Robert B. Parker funge da editor.
Assolutamente eccellente, non sfigura affatto a fianco dei volumi del Maestro.

E un outsider (e che outsider!)…

I quattro volumoni pubblicati da Fanucci a metà anni ’90 a titolo Weird Tales, parte della collana Enciclopedia della Fantascienza.https://i0.wp.com/www.fantascienza.com/catalogo/Cov/04/04117.jpg
Operazione insolita e non perfettamente riuscita ma comunque memorabile.
I primi due volumi – Weird TalesAncora Weird Tales – remixano i due omologhi curati da Peter Haining per Sphere Books, allineando una selezione peraltro valida di racconti tratti dalla storica rivista Pulp. I due volumi conclusivi – Sempre Weird Tales e Di Nuovo Weird Tales – sono invece farina del sacco dello staff editoriale di Fanucci capitanato da Gianni Pilo, assemblati alla svelta ma con competenza per dare ancora e di più ai lettori affamati di Weird Tales (Fanucci avrebbe finito per pubblicare anche 24 volumetti di racconti presi da WT).
Il risultato è notevole e – se si sorvola sull’idea barbina di affiancare autori italiani contemporanei ai vecchi leoni di Weird Tales, e la qualità della stampa a volte incerta – i quattro tomi rappresentano una solida campionatura del genere di cose normalmente pubblicate dalla rivista che fece da casa a Howard, Lovecraft, Smith e molti altri.
I quattro volumi sono illustrati (riproduzioni di copertine e di immagini interne) e con ampie annotazioni.
La dimostrazione che si può mungere spudoratamente il pubblico pur dandogli in pasto materiale di ottima qualità.

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Il Detective di Baker Street

È successo a marzo, ma ne parlo soltanto ora.
Sarà che l’approssimarsi della stagione fredda, e la prospettiva di affrontare i mesi più bui accoccolato davanti al caminetto nel silenzio della campagna mi scatenano ormoni polizieschi altrimenti sopiti.

Ma torniamo a bomba…
Per gran parte del ventesimo secolo il panorama del poliziesco anglosassone è stato dominato da un personaggio colossale e inarrivabile, sorta di modello per infiniti altri personaggi.
Alto, magro, dal naso aquilino, il famoso detective di Baker Street ha per anni dominato le letture di tre generazioni.
Ed ora – quasi venticinque anni dopo l’ultima uscita di una sua collezione – la Worsworth Classics mette sul mercato, nella collana Tales of Mystery & the Supernatural e ad un prezzo irrisorio (meno di cinque euro) un volumone di oltre 500 pagine con sette romanzi curati amorevolmente da David Stuart Davies.
Il volume si intitola The Casebook of Sexton Blake, e promette meraviglie per gli appassionati di letteratura popolare, di pulp, di avventura.

Eh?!
Chi diavolo è Sexton Blake?
Blake venne creato sulla scia di un più noto investigatore letterario a cavallo fra 19° e 20° secolo.
Esordì in Halfpenny Marvel, nel 1893.
Approfittando di una lunga assenza del suo principale rivale letterario (dovuta ad una complicata faccenda di cascate austriache e trasferte tibetane), Blake solidificò la propria presa sul pubblico, e  prese decisamente il sopravvento a ridosso della prima guerra mondiale.
Negli anni ’20 approdò su Union Jack.
Al collega più titolato soffiò l’aspetto fisico, lo stile d’abbigliamento, una certa passione per la sperimentazione con reagenti e sostanze esplosive, e financo l’indirizzo – andando a piazzare le proprie stanze ed il proprio laboratorio dirimpetto al 221b di Balker Street.

Ma se al 221b di Baker Street risiedeva il figlio (più famoso al mondo ma più molesto al genitore) di un aspirante scrittore di romanzi storici con una passione per lo spiritismo, il detective sistemato al 252 Upper Baker Street era il frutto di una astuta (e prevedibilissima) operazione commerciale, e venne perciò affidato ad un’accozzaglia di scrittori a cottimo, molti provenienti dai mercati contigui dell’orrore, del fantastico, dell’avventura esotica.
E gli effetti non furono poi così negativi – se Blake sopravvisse al suo rivale ed ispiratore, comparendo in circa 4000 storie scritte fra il 1893 ed il 1978 da non meno di 200 autori (uno di loro, pare, Michael Moorcock), affrontando nemici improbabili, trasferte intercontinentali, scontri all’ultimo sangue con pigmei cannibali zombie e piante carnivore giganti, ed una quantità di altre simili meraviglie.
E se alcuni critici furono rapidi a liquidare Blake come un mero clone di serie B, pure vi fu chi ne colse la grandezza…

This is the Holmes tradition adapted for the reading of the Board School boy and crossed with the Buffalo Bill adventure type. Books are written by a syndicate of authors each one of whom uses a set of characters of his own invention, grouped about a central and traditional group consisting of Sexton Blake and his boy assistant Tinker, their comic landlady Mrs Bardell, and their bulldog Pedro. As might be expected, the quality of the writing and the detective methods employed vary considerably from one author to another. The best specimens display extreme ingenuity and an immense vigour and fertility in plot and incident; nevertheless, the central types are pretty consistently preserved throughout the series. Blake and Tinker are less intuitive than Holmes; they are more careless and reckless in their methods; more given to displays of personal heroism and pugilism; more simple and human in their emotions. The really interesting point about them is that they represent the nearest modern approach to a national folklore, conceived as the center for a cycle of loosely connected romances in the Arthurian manner. Their significance in popular literature and education would richly repay scientific investigation.’

Sono parole di Dorothy L. Sayers – che scrisse polizieschi, ma fu anche traduttrice di Dante Alighieri.
La nuova collezione della Wordsworth è una operazione benemerita, che non mancherà di deliziare gli appassionati della letteratura popolare d’antan – molto appropriatamente, con sette romanzi per meno di tre sterline.

Nota: per chi invece ama l’avventura vera e propria, è possibile battere le bancarelle, e cercare i volumi pubblicati nella notte dei tempi dal Giallo Mondadori

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Revcast

La rivista on-line Revolutions Sf porta avanti da anni un discorso rigoroso ed ironico, altamente geek-friendly, sullo stato del fantastico.
Da qualche tempo, alle pagine testuali si è aggiunta l’offerta di contenuti audio, sotto forma di podcast o, se preferite (loro lo preferiscono) Revcast.
Sempre una fonte di intrattenimento ed informazione.h-p-lovecraft.jpg

L’ultimo di questi Revcast è dedicato ad una discussione intercontinentale in occasione del centodiciannovesimo compleanno di H. P. Lovecraft.
Dal Giappone al Texas, le chiacchiere si alternano a chicche quali – in chiusura – una canzone d’amore lovecraftiana.
Come bons assolutamente personale, il mio vecchio amico David SuperDave Farnell figura prominentemente nella trasmissione.

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Ombre elettriche a Shanghai

La notte passata, complici il caldo, l’umidità e l’insonnia, nel deserto mediatico che l’avvento del Demenziale Terrestre ha lasciato dietro di sè, mi sono arrotolato attorno ad un ventilatore ed ho guardato The Shanghai Gesture, noir atipico e fondamentale del grande, grandissimo Josef von Sternberg.
Le cronache dell’epoca vogliono che Sternberg, la salute compromessa, avesse accettato di girare un adattamento del dramma dal quale la pellicola è tratta al fine di raggranellare il danaro sufficiente per pagare l’espatrio dalla Germania nazista di una quindicina di parenti e congiunti. Soggetto a collassi nervosi e spesso febbricitante, Sternberg diresse il film stando disteso su una barella.
La natura onirica e allucinatoria della pellicola, accoppiata all’esperienza di prima mano che Sternberg aveva avuto della peccaminosa capitale del vizio cinese ed ai contenuti irriferibili del soggetto, portano sullo schermo uno degli esempi più chiari dello stretto legame fra noir e fantastico.
Nell’originale, la storia descriveva le macchinazioni della sordida tenutaria di bordello Mother Goddamn, la quale per vendicarsi delle interferenze nelle proprie attività commerciali dell’autorità britannica, provvede a corrompere la figlia di un diplomatico inglese, tramutandola da giovane annoiata in eroinomane disposta a tutto pur di ottenere la prossima dose.
Leggerino, eh?
Inutile dire che la Commissione Hais calò come una maledizione egizia sul set di Sternberg, obbligando il malandato regista e gli sceneggiatori a trenta tagli e riscritture del copione (uno ogni tre minuti di girato).

È qui che il genio di Sternberg e dei suoi collaboratori permette a un sordido filmetto di diventare una pietra miliare di due generi (il noir ed il fantastico).
Trasferendo l’azione da una casa di malaffare a una casa da gioco, il regista non solo dribbla la censura, ma trasforma la storia della dannazione della povera Poppy Smith (nome piuttosto allusivo) in un complesso ma perfettamente leggibile gioco di metafore – e se la pellicola ci mostra Jane Tierney (forse la più algida delle attrici del noir) sprofondare nel debito e nel vizio del gioco, è anche palese che la roulette è solo il più presentabile dei vizi ai quali la ragazza si concede, ed una metafora per le somministrazioni chimiche e biologiche del pusher/seduttore Dottor Omar (un Victor Mature da antologia), l’unico personaggio nella storia del cinema, probabilmente, ad ammettere di venire da Gomorra; costumista e make-up artist provvedono a rendere esplicita visivamente la discesa della protagonista nel proprio inferno personale.
In un sol colpo, Sternberg ha aggiunto due vizi capitali (avarizia e lussuria) all’originaria dipendenza da sostanze, in barba ai censori.
Contemporaneamente, il pietistico cartello iniziale – che l’Ufficio Hais impone affinché la pellicola non demoralizzi le truppe nel Pacifico – nel quale si afferma che la Shanghai del film non ha relazioni con quella reale, sposta immediatamente l’intera azione nell’ambito del fantastico, chiudendo con una frase straordinaria:

Our story has nothing to do with the present.

Al cartello segue una scena di strada nella nebbia – e siamo improvvisamente trasportati in Blade Runner, quarant’anni prima.https://i0.wp.com/j.bdbphotos.com/pictures/F/8/F8U3J1.jpg
Screenshot-2Con la trasformazione della in fondo squallida Mother Goddamn nella surreale dragon lady Mother Gin Sling, lo shift tematico è completa – interpretata dalla scandinava Ona Munson (attrice versatilissima e scandalosa, morta suicida a quarant’anni e che al giorno d’oggi sarebbe il sogno realizzato di Tim Burton, per la sua capacità di usare il make-up e cambiare volto), Mother Gin Sling è molto più aliena e minacciosa di Ming il Crudele (un suo contemporaneo, in fondo), molto più aggressivamente fantasy di recenti Galadriel viste in technicolor.

Storia di depravazione e di morte, piena di droga e sesso che tuttavia non si vedono mai, interamente girata in un casinò disegnato per gironi, come l’inferno di Dante, ma anche come il Great World che Sternberg aveva visitato, anni addietro, in cerca di location per il suo Shanghai Express, oggi The Shanghai Gesture è un film che imbarazza molti – col suo messaggio politicamente scorretto (tutti gli orientali sono corrotti, tutti gli occidentali ben felici di farsi corrompere), con il suo dialogo troppo maledettamente carico di doppi sensi ormai quasi incomprensibili, con la sua negazione di qualsivoglia possibilità di redenzione, con il suo bianco e nero sontuosissimo e refrattario ai tentativi di colorizzazione.
Ma c’è così tanto da imparare, nel modo in cui il soggetto viene trattato, presentato, filmato, che sorge seriamente il dubbio che, se i film di Sternberg fossero più popolari, forse avremmo a portata di mano pellicole e romanzi più soddisfacenti.

Per vederlo?
Al di fuori di canali illegali – sui quali tuttavia pare sia piuttosto difficile da reperire – iscrivetevi a un cineforum di quelli tosti, o ordinatene una copia a pochi dollari da Amazon.

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Chipmunks and Children

Premetto di non avere nulla contro Robert Jordan.
Ma proprio niente.
Ho letto alcuni suoi libri – inclusi un paiod i pastiches howardiani – e non è il mio scrittore preferito.
Gli faccio credito di una buona tecnica, ma non condivido le sue tematiche.
Coi tempi che corrono, è meglio metterlo subito in chiaro.

La cosa è partita, mi dicono, sulla rivista Word molti anni or sono.

Your favorite band releases a new album, but it’s not as good as the stuff they did 3 or 5 years ago. Nonetheless, you go along to see them play live out of a sense of loyalty or somesuch. Inevitably, they insist on leading off with a series of songs from the new album. You feel grumpier and grumpier because their attitude seems to be about disdain for their history – the history that got you interested in them in the first place. And the heckle rises in your throat: “Play some old!”

Una delle trappole più maledette in cui cascano i fan – i fan in genere, non i fan del fantastico in particolare, ed infatti la notizia di partenza è presa da un articolo sulla musica – è questo restare inevitabilmente, disperatamente legati al passato.

Ne ha parlato anche Seth Godin a suo tempo, stimolando un mio vecchio post – i fan sono cretini. Non vogliono novità dai loro idoli, ma il solito repertorio.

La cosa rimbalza sui forum della Tor, per via di Twitter…

If SF isn’t dead then why is 50% of Tor.com made up of posts about really old books? Someone called Leigh Butler is reading Robert Jordan.


Già – sul forum di una casa editrice che pubblica novità, e le pubblica con estremo successo, i fan discutonodi Star Trek e Robert Jordan.
Se la fantascienza sta bene e vi saluta tutti – come ho sostenuto nel mio post precedente – com’è che i fan sono tutti a discutere di vecchiume?
Eccellente vecchiume, bellissimo vecchiume, divertente vecchiume ma vecchiume ciononostante.
I romanzi di Jordan hanno vent’anni.
E non parliamo di nuovi appassionati del genere che riscoprono i classici, che va bene, benissimo, ma di vecchi fan che sono rimasti abbarbicati ai titoli che hanno letto da ragazzi.
Che continuano a chiedere alla band di suonare ancora uno deisuoi grandi successi del pasato.

Commenta quindi su Locus l’ottimo Graham Sleight:

The problem with “Play some old!” as a slogan is the assumption […] that the new album isn’t as good as the older stuff. That’s not an assumption I share.

Sottoscritto e controfirmato: il passato non si deve dimenticare, ci sono libri che resteranno nella storia del genere (o dischi che resteranno nella storia del genere) ma bisogna andare avanti e non avere preconcetti cretini.
Perché si sta producendo qualcosa di nuovo in questo momento.
Ed è buono, e valido.
È interessante.
E questo non significa necessariamente abbracciare la nuova ondata di fantasy per adolescenti alienati scritta da adolescenti alienati su adolescenti alienati.

Entra infatti nella discussione con la sua classica brevità M. John Harrison

But to the performer, “Play some old!” is serious entrapment. It precludes change. It acts to diminish the band’s enthusiasm for new ideas, the band’s sense of certainty in its own judgement. The most depressing demand to hear is the one hidden inside the heckle: it’s the implied, “Play some new old!” Lucky for us, then, that committed individualists like Waits or Bowie or JG Ballard simply changed anyway, without much thought to the consequences.

L’atteggiamento miope dei fan danneggia l’artista, gli taglia le gambe, lo avvilisce.
Ma davvero, qante volte un vecchio artista è riuscito a sorprenderci con qualcosa di completamente diverso?
Per cui, in fondo, non è né questione di essere neofiliaci né di essere nostalgici.
Si tratta di avere l’onestà intellettuale di tenersi informati, e di ammettere che passato e presente non sono che un continuum, con un sacco di cose divertenti e interessanti in mezzo al ciarpame.
Accettare che il tempo passa, le idee cambiano, gli artisti evolvono.
Noi evolviamo.
Sono solo scoiattoli e bambini, ad avere paura del cambiamento.

So, actually: fuck “Play some old!” Play some old is just very bad advice, which comes from chipmunks & children already afraid of time. Go on! Go where your work takes you, & don’t be forced into yesterday’s postures–already looking strained & meaningless–by an audience scared to move along with you.

E poi, a chiudere questa lunga catena di discussioni correlate o affini che si è trascinata per anni, Elvezio Sciallis, col suo nuovo servizio di Splattergramma, mi segnala la recente intervista pubblicata su Fantasy Magazine a Gianfranco Viviani.
Che tra le altre cose dice…

provi a leggere oggi Michael Moorcock e se le succede come è capitato a me, si chiederà: “ma come poteva piacermi questo Elric di Melnibonè?” La mia impressione è stata quella Moorcock non abbia creato un eroe, ma un minorato mentale che non sa chi è, cosa deve fare, ed è sempre pieno di dubbi sulla sua stessa esistenza.


Elric?!

Ma Moorcock scrisse Elric negli anni ’70 (sorvoliamo sul fatto che sia stato appena ristampato da una casa editrice concorrente di quella diretta da Viviani).
Il fatto inequivocabile è che nei quarant’anni a seguire, Michael Moorcock si è a tal punto allargato, per tematiche, stili e attività, da venire giudicato (non dal sottoscritto, ma ad esempio dai giudici di svariati premi letterari) uno dei più significativi scrittori di lingua inglese tout court.
Vogliamo parlare del ciclo di Pyatt?
Di London Bone?
Certo, se continuiamo a rileggere sempre e solo la prima metà del ciclo di Elric, guardando al presente con gli occhi di ieri…

Ma Viviani – dopo una stoccata a Conan (altro cavallo di una scuderia avversaria, ora che ci penso… curioso, neh?) – fortunatamente non ci toglie ogni speranza: esistono comunque autori che stanno rinnovando il panorama del fantasy internazionale.
Tra questi

J.K. Rowling […] George R.R. Martin, Robert Jordan, Christopher Paolini

Rassicurante, vero?
Ci sono evidentemente persone per cui l’evoluzione è qualcosa che capita agli altri.
Io, me ne torno sui forum della Tor…

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Nero in francese

Si è finiti a parlare di noir, sul blog di Elvezio Sciallis.
La provocazione è stata un lungo e ben documentato articolo sul (New) Southern Gothic – l’orrore e il fantasy urbano ambientato fra le brume e gli acquitrini del sud degli Stati Uniti.
Le parentesi sono mie, perché credo che – letterariamente se non filmicamente – il gotico meridionale abbia antenati piuttosto antichi.
New Southern Gothic.
Louisiana, Florida…
New Orleans, certo, ma anche e soprattutto Savannah, per salire sù fino alla Baltimora di Homicide – Life on the Streets, la più sudista delle città del nord – che si schierò dalla parte del grigio durante la guerra di secessione, popolata di schiavisti ed abolizionisti in uguale misura.
Non starò qui ad espandere sulla natura del New Southern Gothic.
Leggete l’articolo di Malpertuis.
Ma è partendo da quell’articolo che si è finiti a parlare di noir.

Mi piace il noir.

E così…
Pork chop express.
Fuori piove, la città dorme…

Noir è il nome che i critici francesi diedero al lavoro fatto da registi tedeschi nell’America a cavallo del Secondo Conflitto mondiale.
Cocktail pericoloso – Francia, Germania, America.
Cos’è, di fatto, il noir….
Scordatevi per un attimo il martellamento mediatico, che ha voluto chiamare noir tutto il poliziesco, dal Commissario Rex all’Ispettore Derrik passando per il Tenente Colombo, da Sherlock Holmes all’Ispettore Gadgett, dando dignità di auteur a squallidi pennivendoli, popolando le nostre librerie di investigatori privati di dozzina e fammes fatales d’accatto.
Il noir, quello vero, quello di cui parliamo noi che parliamo poco di noir, perché il silenzio a volte dice di più delle chiacchiere della stampa… il noir, dicevamo, ha delle regole.
Non delle semplici regole.
Non delle simpatiche regole.
Ma delle regole inflessibili.
Cito dal fondamentale A Girl and a Gun, di David N. Meyer, leggendaria piccola guida per il collezionista di noir in DVD…

Nessuna buona azione andrà impunita.
Un semplice atto di gentilezza è la garanzia per il disastro – il principio è “ognun per sé e Dio per tutti”, ma forse Dio non esiste.

Un atteggiamento ironico e distaccato è l’unico rifugio.
Il protagonista del noir finge che gli eventi non lo tocchino – ci scherza sù, reprimendo i propri reali sentimenti. Rinunciare al distacco ironico è un primo passo verso il disastro (vedi punto precedente).

Il crimine non paga, ma la vita normale è una camicia di forza esistenziale/esperienziale.
Ciò che spinge l’individuo al crimine è la letale banalità della vita di tutti i giorni. Qualsiasi cambiamento, anche il più letale, è preferibile alla mediocrità infinita di un lavoro dalle nove alle cinque.

Il carattere determina il destino.
Non si sfugge alla propria vera natura – chi è vittima morirà vittima, per quanto abbia cercato di sollevarsi al di sopra della massa.
E la nostra vera natura la scopriamo ovviamente nel peggior momento possibile.

Anche se l’amore può sembrare l’unico aspetto della vita umana che garantisca una redenzione, non è così.
Non c’è amore che non venga tradito.

Le vuote gratificazioni contano qualcosa.
Denaro, violenza, vendetta o sesso a buon mercato causano una momentanea esilarazione, ma hanno un prezzo. Chi è disposto a pagare il prezzo rimane libero – ma diventa schiavo dei propri desideri.

L’alienazione è l’unica regola.
Il protagonista del noir è alienato dalla società, da se stesso, e da tutto ciò che lo circonda.
Si sente fuori posto.
E magari gli piace.

Questo, contenutisticamente.
Formalmente, il noir cinematografico deve il suo look alla sensibilità surrealista importata dalla Germania oltre che, probabilmente, a scelte circostanziali strettamente dettate da questioni di budget.
Molto film noir è B movie – girato di notte in teatri di posa occupati durante il giorno da produzioni più importanti, illuminato con due soli proiettori, con la necessità di tenere le persiane abbassate in ogni stanza per evitare che si veda fuori il set dei film con Tom Mix illuminato dalla luna, con le ombre disposte ad arte per mascherare l’arredamento inadeguato.
L’arte di arrangiarsi dei cineasti dell’epoca d’oro di Hollywood e le scelte di regia e montaggio di autori informati dalla scuola di Murnau e compagni si combinano per creare un mondo fatto di uffici male illuminati, night club fumosi, strade lavate dalla pioggia, automobili ferme sul ciglio di strade poco battute.
Ci sono prop immancabili in un buon noir.
Lo specchio, ad esempio, continuo riferimento allo sdoppiamento che molti protagonisti del noir vivono.
L’orologio, a indicare il trascorrere inesorabile del tempo, che fugge.
Silver & Ursini, che sul noir hanno pubblicato migliaia di pagine, hanno creato con The Noir Style l’archivio definitivo di tutti gli elementi visuali del genere – dall’abbigliamento femminile ai corridoi in penombra.

È qui che con un minimo di onestà intellettuale non si può negare che il noir non sia una istanza del fantastico.
Un cupissimo fantasy urbano, ambientato in un mondo nel quale il sole non sorge mai, se non per i corrotti, nel quale la pioggia è martellante, nel quale tutte le luci sono crudeli nella loro freddezza, nel loro delineare le sagome umane che si inseguono sullo schermo.
Un mondo nel quale le donne sono tutte bellissime e corrotte o corruttibili, o irraggiungibili nella loro purezza, al di là di quello specchio deformante che è la realtà.
Un mondo nel quale tutto ha un prezzo, e pochi se lo possono permettere.
Moltissimo noir è, di fatto, un incubo.
Un incubo nel quale le promesse del dopoguerra sono gravate, distorte e corrotte dall’incombere della Bomba come male assoluto, annichilimento totale – come osserva acutamente il poeta Nicholas Christopher nel suo classico studio Somewhere in the Night: Film Noir and the American City.
Come nell’orrore narrato da Fritz Leiber (Fantasma di Fumo, La Ragazza dagli Occhi Famelici, Ombre del Male) la città ha generato i suoi mostri, i suoi spettri – plasmati della sostanza della città, sospinti da vibrazioni Freudiane.
Il noir – quello vero, non quello che vi spacciano ora i nostri editori furbetti – è una lunga seduta psicanalitica che tenta di sviscerare gli orrori nell’inconscio dell’america del dopoguerra.
I critici francesi lo vedono, ne riconoscono una unità stilistica – probabilmente non cercata e non voluta – e gli trovano una eccellente etichetta.
Noir.
Black in francese.

Una volta codificato dalla critica, ma forse ancor prima, una volta penetrato nel linguaggio cinematografico degli studios, il noir diventa anche una modalità – posso girare dei western noir (Johnny Guitar), delle commedie sofisticate noir (Il Grande Sonno, di Hawks), il noir esotico (The Shanghai Gesture, To Have and to Have Not), il noir filosofico (The Razor’s Edge), la fantascienza noir (Blade Runner, Dark City), la farsa noir (La Famiglia Addams, serie TV).
Mi basta applicare le regole al nuovo setting.

Esiste poi un noir francese – costruito a partire dalle codifiche americane ma adattato al carattere nazionale della Francia deglia anni ’50-’60, e che è forse meno onirico, meno fantastico.

review-becker.jpgCon gli anni ’60 e ’70, mentre in Europa il colossale Lino Ventura si scava una nicchia permanente come avatara del noir francese, il noir americano avvizzisce e muore negli Stati Uniti – ma la sua estetica è percolata abbondantemente in una quantità di prodotti diversi – primo fra tutti l’orrore meno selvaggiamente aggressivo e più telefonato.
The Haunting, di Robert Wise (scordatevi il remake di De Bont, per pietà) è un eccellente noir a tema spiritico, e costituisce un template che un buon regista alle prime armi farebbe bene a tenere decisamente presente per un’opera prima.
Ma anche nei film citati nell’articolo di Malpertuis – che non sono popolati di cadaveri sbrindellati e vampire discinte, ma insinuano la paura con l’atmosfera, e il ritratto di quello che è un mondo fantastico – il putrido sud del Southern Gothic, appunto.
C’è molto noir – e molto Southern Gothic – in quel Wild Wild West (Will Smith astenersi, grazie), serie televisiva che è anche un fondamentale proto-steampunk – tutti gli episodi si intitolano “Night of…”, e molti sono popolati di spettri della Secessione, nani grotteschi, creature surreali e dame del Sud…

Ricompare, il noir, negli anni ’80.
Neon colorati che si riflettono sull’asfalto bagnato.
Donne in abiti oltraggiosi.
Locali di infimo ordine.
E il crimine.
Il mondo della finanza rampante e predace.
La difficoltà crescente di distinguere i manager dai criminali.
Il generale senso di disillusione.
Lo chiamano neo-noir, grazie al cielo, e non noirpunk o qalche altra simile baggianata.
Sono gli anni della Nuova Guerra Fredda, gli anni di Reagan e Thatcher.
La Bomba torna a incombere, ad esacerbare le promesse positiviste della decade precedente – con l’uomo nello spazio, le stazioni sottomarine, il futuro così brillante che dobbiamo metterci i Ray Ban.
Capricorn One – noir sui generis che avvierà le teorie cospirative sul mancato allunaggio dell’Apollo – esce nel 1978 gettando una ombra lunga sulla più grande impresa compiuta dall’uomo.
Una nuova generazione di reduci disillusi torna a battere le strade dell’America in cerca della verità e della giustizia per venticinque dollari al giorno più le spese.
Una volta tornavano dal Pacifico o dall’Europa liberata, ora tornano dal Vietnam.
Diverso il modulo, uguale l’intensità dell’alienazione.
Il delirante RepoMan ridefinisce il genere sbeffeggiandolo – e citandolo abbondantissimamente – creando un’America così generica che i prodotti commerciali (esiste qualcosa di più americano?) hanno etichette indefinite.
E quanto noir c’era in First Blood di David Morrell che i produttori di Rambo decisero di cassare, capovolgendo l’intero messaggio della narrativa!

E così arriviamo ad oggi – e ad una critica che definisce noir tutto ciò che non riescono a definire pulp.
Ma non fatemi ridere.
Concedetevi dieci minuti di consapevolezza, e fate un giro in videoteca.
Ciascuno di noi ha i suoi preferiti.
Io vi consiglio The Big Heat, con Glenn Ford, un Lee Marvin cattivissimo e deviato ed una splendida, splendida Gloria Grahame.
Night and the Ciy, con Richard Widmark nei panni del topo in trappola e una Jane Tierney dalla bellezza glaciale (l’abbraccio fotografato qui a fianco basta da solo a definire due alienazioni contigue), curioso noir americano ambientato a Londra, costruito sul doppio straniamento del protagonista, personaggio marginale e sacrificabile.
Kiss Me Deadly, da un romanzaccio di Mickey Spillane, delirante e incomprensibile, surreale e patologico nella sua rappresentazione della meschinità umana.
E poi se riuscite a trovarlo, High Sierra, con Bogart e Ida Lupino – una crime story che sembra un westren, girata nei luoghi del western; una storia in cui tutto è corruttibile, e strane premonizioni garantiscono una dimensione fantastica al racconto.
Anche se il trailer lascia molto a desiderare…

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