strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Storico sì, ma forse non fantasy

Questo è un post che dovevo da tempo alla mia amica Chiara, che sta di là nel Braccio Femminile del Blocco C.
Si tratta di un post che porta avanti la nostra lunga e abbastanza confusa chiacchierata a distanza sul fantasy storico.
Una sorta di piano bar del fantastico, ma per due pianoforti in due stanze separate.
Sarebbe piaciuta a Scarlatti, come cosa.

FrtizLeiberLeggevo qualche settimana addietro una bella intervista rilasciata da Fritz Leiber a Darrell Schweitzer, una delle ultime interviste di Leiber.
È noto che a Leiber si deve la definizione di sword & sorcery, quel particolare sottogenere del fantasy che viene anche definito a volte low fantasy – storie di personaggi non esageratamente nobili, che affrontano minacce non esageratamente globali per scopi non esageratamente altruistici.
Leiber stesso, naturalmente, contribuì un testo definitivo alla sword & sorcery con le storie di Fafhrd e del Gray Mouser.
E in un bel colpo di teatro – Leiber fu attore shakespeareano, dopotutto – il vecchio Fritz spiazza Schweitzer negando di aver mai scritto fantasy.

Io ho sempre scritto narrativa sovrannaturale, orrore sovrannaturale. Non fantasy.

E non ha mica tutti i torti.
Ma, qual’è la differenza fra la narrativa sovrannaturale e il fantasy? Continua a leggere


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Tutta un’altra storia

0.053977001385629786_parsnaz_irProviamo a mettere giù ancora qualche idea su storia e narrativa d’immaginazione.

C’eravamo lasciati, dopo l’ora d’aria, qui nel Blocco C, con la questione di cosa cerchino autore e lettore in una narrativa storica.

E la mia interlocutrice a distanza, sul suo blog, non ha mancato di metter giù un elenco articolato e piuttosto esaustivo di cosa possano cercare autori e lettori nel romanzo storico.
Ottimo pezzo – leggetelo.
Fatto?
Bene.

Ora vi chiedo di apprezzare il mio problema – perché il post di Chiara mi piace molto, e lo condivido in pieno e non c’entra assolutamente nulla con ciò che scrivo o con ciò che leggo quando scrivo o leggo fantasy. Continua a leggere


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Storia & Immaginazione

Si parlava di storia, di narrativa storica e di fantasy storico, qualche giorno addietro, qui nel blocco C della blogsfera, e giù nel braccio femminile, la mia amica la Clarina ha fatto una specie 287175di auto-da-fé

Boys: Hey, Torquemada, whaddaya say?
Torq.: I just got back from the auto-da-fé
Boys: Auto-da-fé, what’s an auto-da-fé?
Torq.: It’s what you oughtn’t to do but you do anyway
Skit skat voodely vat tootin de day

Scusate, non ho saputo resistere.

In cosa è consistito l’auto-da-fé della mia amica.
Nell’ammettere

In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.

Il che è perfettamente ragionevole, ma non c’entra granché col fantasy storico, e con la sovrapposizione e pollinazione incrociata di storia e narrativa d’immaginazione – che è poi ciò di cui vorrei parlare oggi. Continua a leggere


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Il Tesoro del Bigatto

Le affermazioni categoriche sono pericolose.
Il migliore,il peggiore, il più il meno…
Le persone cambiano, i giudizi cambiano.
Eppure…

GiuseppePederialiQuando si tratta di fantasy Made in Italy, io di solito me ne tengo alla larga, ma indico, se non come titolo migliore, ma certo come uno dei titoli migliori, un romanzo uscito negli anni ’80 e intitolato Il Tesoro del Bigatto.
Un fantasy storico (ma se ne può discutere, e ne discuteremo) di Giuseppe Pederiali.

Pederiali è scomparso nello scorso fine settimana, ennesima perdita del fantastico nazionale in questo inizio di 2013 maledetto, vittima delle conseguenze di un incidente stradale.
Da molti anni si era allontanato dal fantastico, costruendosi una solida reputazione come autore di polizieschi.

Ma Il Tesoro del Bigatto rimane un titolo indispensabile e – per quel che mi riguarda – una grande occasione sprecata per il nostro fantastico nazionale. Continua a leggere


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Dalla Scozia all’Inferno passando per Faerie

Pagina_Liber de signis et imaginibusL’ultima volta che abbiamo avuto sue notizie, Michael Scot, alias Michele Scoto, si trovava nell’ottavo girone infernale, insieme con gli stregoni, gli astrologi ed i falsi profeti.
Brutta fine, per un fine intellettuale del tredicesimo secolo, che aveva studiato ad Oxford e Parigi, e dopo varie peregrinazioni si era unito alla corte di Federico Secondo.
In Italia visse a Bologna e Palermo, ed infine si ritirò a Toledo, dove compilò diversi lavori di natura scientifica, leggendo e traducendo filosofi e scienziati arabi, a cominciare da Avicenna e Averroe.
Papa Onorio lo aveva anche nominato vescovo in Irlanda, ma Scot si disimpegnò sostenendo di avere una scarsa conoscenza del gaelico, e rifiutò il posto.
Dante Alighieri e Boccaccio, d’altra parte, lo trattarono in maniera molto meno benevola, e nella nativa Scozia, che Scot non abbandonò mai completamente, la fama di stregone del povero studioso gli garantì fama imperitura in leggende e storie apocrife – a cominciare da quella secondo la quale avrebbe pietrificato una congrega di streghe, mutandole in un cerchio di megaliti.

La morte, che lo colse a quanto si dice mentre partecipava alla messa, colpito in testa da un calcinaccio, venne letta da molti come la prova che – nonostante fosse stato ordinato sacerdote e godesse della benevolenza del papa – qualche traffico inviso al padreterno Scot doveva averlo intrattenuto.

lordScot ebbe anche due discendenti dediti alla scrittura – Sir Walter Scott, naturalmente, e più recentemente, e per linea materna, Michael Scott Rohan, autore del quale abbiamo già parlato in passato.
E proprio quest’ultimo dedicò al proprio illustre – o famigerato – antenato, un bel romanzo fantasy storico, intitolato Lord of the Middle Air, che riprende il mito di Michael Scot lo stregone e incatenatore di demoni, costruendo una buona storia a base di razzie sul confine scozzese, intrighi politici e rivalità fra clan, ed una inaspettata e traumatica ingressione del regno di Faerie nella nostra realtà.

Il romanzo di Michael Scott Rohan riprende il tono e lo stile delle ballate medievali, aggiungendo una spolverata di inglese arcaico e di scozzese spurio alla miscela, ed è una storia semplice ma soddisfacente, con dei personaggi ben costruiti, non pochi cambi di registro, ed uno sviluppo tutt’altro che banale.
Il fatto che la corte di Faerie sia modellata sulle corti italiane è un dettaglio meraviglioso.
Ambientato fra i paesaggi aspri dello Scottish Border, Lord of the Middle Air è stato una ottima compagnia per queste serate malinconiche.
Il fatto che sia un singolo romanzo a se stante 250 pagine è un ulteriore bonus.

La mia copia usatissima è stata smobilitata dalla biblioteca londinese di Redbridge, ma è in condizioni eccellenti, e rappresenta un paio di centesimi ottimamente spesi.


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Gli Youkai di Yamada-san

Chissà dove è nato quello che l'ha preparato...?

Chissà dove è nato quello che l’ha preparato…?

Ho un’amica che non va a mangiare giapponese a meno che non sia certa che i cuochi, di là, in cucina, sono giapponesi.
Immagino richieda allo stesso modo che i pizzaioli vengano tutti dalla provincia di Napoli, e che si aspetti che da MacDonald ad occuparsi dei fornelli siano dei baldi giovanotti statunitensi.
Come se una ciotola di gyudon, cucinata come dio comanda, potesse cucinarla solo qualcuno che abbia avuto almeno un antenato morto a Sekigahara.

Su un altro versante, mi si dice che nessuno può scrivere una storia ambientata in Giappone come un giapponese.
Che è un po’ una sciocchezza, o se preferite la scoperta dell’acqua calda – nessuno può scrivere una storia ambientata in Africa, come un giapponese. O come un russo. O come un italiano.
Perché, certo, esistono caratteri nazionali, differenze culturali, sensibilità diverse.
Ma è ben noto che a mio parere non è strettamente necessario essere nati a Tokyo – o a Piacenza – per scrivere una buona storia ambientata a Tokyo – o a Piacenza.
Aha, mi dicono, buona sì, ma non è davvero giapponese o piacentina!
Non è autentica.
Ma l’autenticità è un’illusione, un marketing ploy.
È un po’ come quel cartello che vi piazzano all’inizio dei film.

Basato su una storia vera.

Come se questo rendesse il film automaticamente… cosa?
Migliore?
Più autentico?
Più significativo?
Più divertente/commovente/spaventoso…?
Concentriamoci sulla storia, maledizione.

Il che mi serve per arrivare in maniera un po’ convoluta a un bel libro, scritto dall’americano Richard Parks, ed intitolato Yamada Monogatari: Demon Hunter.
Il romanzo uscirà a febbraio, ma l’editore è stato così cortese da fornirmene una copia non editata in preview.
Ed è stato davvero un bel leggere.

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