strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Macchinine

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Oggi parliamo di… beh, di automobili, in un certo senso.
Questa che vedete fotografata qui sopra è una Brutsch Mopetta, una microcar progettata da Egon Brutsch nel 1956.

Si tratta di una monoposto con un motore da 50cc – a tutti gli effetti uno scooter.
Poteva percorrere circa 100 chilometri con tre litri di benzina, con una velocità massima di 45 km/h.
Avrebbe dovuto essere coprodotta dalla Opel, ma non se ne fece nulla – ne vennero costruiti solo 14 esemplari, dei quali si ritiene ne sopravvivano solo sei. Continua a leggere


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Un neo da estirpare

An Olivetti Lettera 22, circa 1950 designed by...

An Olivetti Lettera 22, circa 1950 designed by Marcello Nizzoli (Photo credit: Wikipedia)

Tom Robbins, mi pare, diceva che Olivetti era un buon nome per una macchna per scrivere – sembrava il nome di un giocoliere o di un liilusionista – The Amazing Olivetti – e scrivere è come fare i giocolieri o gli illusionisti.
E io l’ho già raccontato in passato – uo ho cominciato a scrivere sulla Olivetti Lettera 22 di mia madre.
Risme su risme di carta bianca coperte di caratteri martellati con due dita.
E mi viene da fare un pork chop express.

Ora, in questi giorni, mi è capitato di assistere da più parti a pietosi tentativi di fare un tardivo, tardivissimo santino ad Olivetti – proprio lui Adriano Olivetti.
C’hanno fatto lo sceneggiato, capite – mediocre, da quel che mi dicono – e bisogna parlarne.
Ed io accendo la TV e sento la frase

Adriano Olivetti è stato lo Steve Jobs d’Italia

E forse è vero.
Con la non trascurabile differenza che Jobs creò un impero, Olivetti ed il suo progetto vennero progressivamente ostacolati e alla fine marginalizzati.

“la società di Ivrea è strutturalmente solida, potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”

E chissà poi perché.
Era il 1964, Olivetti era morto da tre anni, ed a parlare era Vittorio Valletta, nome ben noto ai torinesi, amministratore delegato di FIAT (e FIAT entrò in Olivetti e partecipò alla marginalizzazione dopo la morte del fondatore).
Si arrivò al punto che i progetti per i calcolatori (sì, i computer) della Olivetti – che vendevano benissimo in America – si dovettero sviluppare sotto mentite spoglie, spacciandoli per progetti di macchine da computisteria, ché altrimenti sarebbero stati cancellati.

Nessuna azienda italiana poteva investire in elettronica.
Strano, considerando che potevano farlo aziende giapponesi e coreane in quegli stessi anni.
Ma in Italia era necessario fare spazio a chi produceva automobili e a chi costruiva immobili – i due pilastri del boom.

Fare un pietoso santino ad Adriano Olivetti ora, ammirare con occhi lucidi il suo sogno dopo che il suo sogno venne orribilmente tradito, è inammissibile.

Negli anni in cui io cominciavo a scrivere a macchina su una Olivetti Lettera, i primi robot entravano in FIAT.
Sui tram, andando a scuola, si sentivano gli operai che discutevano di come, coi robot, non ci sarebbe più stato bisogno di operai.
In quegli stessi anni – doveva essere il 1984 – i ragazzi di un noto centro sociale torinese sfasciarono pubblicamente un computer “simbolo di oppressione”.
Sono passati trent’anni.
Chissà cosa ne è stato di quei giovani nemici dell’oppressione…
Gli operai non servono più – ma non per colpa dei robot, ma semplicemente perché le industrie si sono spostate in posti dove la manodopera costa meno.
I figli pagano il prezzo diaver avuto dei padri incapaci di immaginare un futuro per loro, che fosse diverso dal proprio presente.
L’Italia aranca nel campo dell’hi-tech e delle professioni tecnologiche.
I nativi digitali non sanno cosa sia un RSS Feed.

Paghiamo scelte fatte cinquant’anni fa, ed abbracciate con entusiasmo da pochi, e con somma indifferenza da tutti gli altri.
Il neofeudalesimo non è cosa di ieri.


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Realtà e pubbliche relazioni

Stralcio il testo seguente da CORDEF, che ne ricava una vibrazione positivista e ottimistica degna di ogni rispetto, ma che io non mi sento di condividere.

Si tratta della e-mail inviata da Sergio Marchionne ai dipendenti della Chrysler

Five years ago, I stepped into a very similar situation at Fiat. It was perceived by many as a failing, lethargic automaker that produced low-quality cars and was stymied by endless bureaucracies. But most of the people capable of remaking Fiat had been there all the time. Through hard work and tough choices, we have remade Fiat into a profitable company that produces some of the most popular, reliable and environmentally friendly cars in the world. We created a far more efficient company while investing heavily in our technologies and platforms. And, importantly, we created a culture where everyone is expected to lead.

Un capolavoro di public relations.
E poi personale, molto personale, arrivato direttamente nella mailbox di ogni dipendente dell’azienda.
Ottimo per l’immagine.
Ma curiosamente reticente su alcuni dettagli, come ad esempio i dati citati (era il 2008) da Businessonline.it

59.000 dipendenti Fiat, da lunedì, sono a casa. Si tratta un blocco totale della produzione da nord a sud, in tutti i settori di cui si occupa la casa torinese. Permessi e vacanze obbligatori per chi ne aveva diritto e cassa integrazione per chi aveva già usufruito di questi.
[…]
ad ogni lavoratore cassa integrato del Lingotto di Torino ne corrispondono tre-quattro che precipitano nello stesso destino e che afferiscono alle attività di produzione collegate a quelle di Mirafiori.
In totale la crisi si abbatte sul settore dell’auto per intero inghiottendo il destino di circa 200mila lavoratori

“hard work and tough choices” indeed, Mr Marchionne, sir!
Un eccellente esempio di understatement.

E sorvolerei sulle “most […] environmentally friendly cars in the world”.

https://i0.wp.com/motortorque.askaprice.com/images/features/428-288/Eco-friendly-cars-on-display-20753.jpg
[perché se faccio una ricerca per “eco-friendly fiat”
Google mi restituisce la foto di una Saab?]

Uno straordinario esempio di marketing, la mail di Marchionne è preoccupante – dal mio punto di vista – perché è marketing rivolto all’interno: si sta palesemente cercando di vendere l’azienda, l’immagine dell’azienda, una certa atmosfera dell’azienda ai dipendenti dell’azienda stessa.
E se è vero che è impossibile condurre una attività di successo se non si crede nell’attività che si svolge, è anche vero che si dovrebbe essere onesti coi propri collaboratori – offuscare la verità è male, come ci ha dimostrato il crollo del regime sovietico, “drogato” di statistiche false e propaganda auto-inflitta.
Mascherare la morte di una città – la mia città, incidentalmente – sotto alla frase “hard work and tough choices” è un passo verso la disonestà intellettuale.

E lasciamo perdere il fatto che si sia creata una cultura “where everyone is expected to lead” – da trent’anni nei corsi per manager sponsorizzati da FIAT si spiega che il modo migliore per tener buoni i dipendenti è convincerli che sono loro a dirigere l’azienda.

Quando la propaganda prende il sopravvento sulla realtà, le cose si fanno pericolose.
E non si può che chiudere citando Richard P. Feyman

For a successful technology, reality must take precedence over public relations, for nature cannot be fooled.

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