strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La filosofia del tenersi a galla

Per uno di quegli strani vezzi dell’accademia, un dottorato – che sarebbe poi ciò che ho discusso due giorni addietro – viene definito nel mondo anglosassone “Ph.D.” – philosophiae doctor, retaggio del passato medievale di talune università.

E così capita di dire “ora sono dottore in filosofia” (ed è il genere di cosa che nessuna persona sana di mente direbbe mai se non con una bella dose di autoironia), e sentirsi rispondere “la filosofia del tenersi a galla.”
Che non è una osservazione cortesissima, in effetti.
Sembra implicare… sufficienza?

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E da qui, il mio discorso potrebbe prendere due strade. Continua a leggere


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Talvolta mangi l’orso, talvolta l’orso mangia te.

Uno è un attore famoso, pluripremiato e carismatico.
L’altro è un ex ingegnere aerospaziale che si è dedicato alla filosofia zen.
Si conoscono.
Sono accomunati dalla pratica dello zen, dall’attivismo sociale, dal senso dell’umorismo.
Trascorrono cinque giorni insieme in un ranch in Montana, chiacchierando di cinema, di filosofia, di vita di tutti i giorni, di creatività.
Il risultato è un libro.
Il libro si intitola The Dude and the Zen Master.
L’idea di partenza è quella di usare Il Grande Lebowski, la pellicola dei fratelli Cohen/Koan, per spiegare la filosofia zen al pubblico più vasto possibile.
Ma alla fine ciò che otteniamo è molto di più.
In primo luogo perché Jeff Bridges non è Dude Lebowski.
È un attore, un musicista, è il fondatore e portavoce di una organizzazione che si preoccupa di mettere fine alla denutrizione infantile, è un uomo che ama lavorare con i colleghi e con i registi, è colto, è affabile, è geniale.
E Bernie Glassman, che prima di insegnare lo zen e fondare l’associazione Zen Peacemakers aveva un dottorato in matematica applicata e progettava razzi per le spedizioni umane su Marte, è un insegnante completo, compassionevole, perfettamente in sintonia col suo interlocutore.

Partendo da battute del film, da elementi che Bridges ha messo insieme per costruire il personaggio di Lebowski, da incidenti sul set (a cominciare dall’incontro col maestro di bowling, disarmante nella sua semplicità), vengono introdotti concetti e precetti del buddhismo zen, e poi ne viene discussa l’applicazione e l’applicabilità alla vita quotidiana.

The Dude abides.
The Dud is not in.

Sembra molto semplice, a sentirlo discutere da Bridges e Glassman.

The Dude and the Zen Master lascia ben presto i riferimenti a Dude Lebowski per passare a discutere temi come il dare testimonianza del prossimo, la creazione dello spazio della pratica, l’interazione con gli altri, la creatività ed il superamento della paura, la natura delle aspettative.
Il tutto, in una chiacchierata nella quale Bridges descrive il proprio modo di lavorare, ilproprio rapporto con alcuni registi (Sidney Lumet, i fratelli Cohen, Terry Gilliam, Hal Ashby) e con diversi colleghi (da Robin Williams a Tommy Lee Jones), i suoi inizi, i suoi progetti.

The Dude and the Zen Master è perciò uno strano animale – un libro sullo zen che è anche un libro di cinema, una discussione di diversi temi sociali, una biografia artistica, un discorso sulla creatività e sulla libertà.
È divertente, è semplice, è esattamente ciò di cui avevo bisogno in questi giorni.

[nota: questa recensione è basata su una proff copy del volume finale, che sarà disponibile a gennaio dell’anno prossimo]


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Tutto quello che dovevo sapere della vita…

OK, è cominciata ieri, come al solito per colpa di Alex Girola.
Si parlava di depressione, di star male, di questo profondo senso di infelicità che a volte rischia di sopraffarci.
E Alex ha sfornato una delle sue citazioni, presa dall’ultimo (?) film di Rocky…

“Nessuno può colpire duro quanto può colpire la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, a come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti.
Un uomo vince solo se sa resistere… non se ne va in giro a puntare il dito contro chi non c’entra, accusando prima questo e poi quell’altro di quanto sbaglia… i vigliacchi fanno così!”

E io mi sono ricordato di quei vecchi poster che giravano con scritto “Tutto quello che dovevo sapere della vita l’ho imparato da Star Trek”, e mi sono ricordato che dovevo fare un post su cinque cose imparate dai protagonisti dei romanzi che mi piacciono, e così, facendo uno più uno, ho ottenuto un numero che oscilla tra l’uno e il tre, e che mi pare abbia un certo senso.
Ma ho deciso di usare un solo autore.
Così, per pigrizia.

Perciò, ecco a voi Tutto quello che dovevo sapere della vita l’ho imparato daTravis McGee.
O, piccolo prontuario filosofico per quando infuria la tempesta... * Continua a leggere


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Proposta per una tesi di filosofia

Non ci si può distrarre un momento.
È estate, stiamo tutti barricati in casa a difenderci dalla calura, e proprio mentre io mi sollazzavo bibite ghiacciate a casa di amici giocando ad Arkham Horror, il neofeudalesimo ha fatto un paio di passi avanti.

OK, l’avete già sentita, io ve la ripeto.
La figlia del premier, Barbara Berlusconi, si è laureata in Filosofia.
Laurea triennale – badate bene.
Quella riguardo alla quale la Guida di orientamento e programmi dei corsi 2001-2002 della Facoltà di scienze della formazione di Torino diceva

«Quando si dice “180 crediti” non bisogna pensare all´equivalente di 18 vecchi esami, ma a qualcosa di francamente meno. Intanto perché la compilazione della tesi di laurea vale 10 crediti, mentre prima erano previsti 20-21 esami, oltre alla tesi. Ma soprattutto perché la vecchia tesi aveva un peso notevolissimo, e c´erano studenti con tutti gli esami sostenuti che non riuscivano a laurearsi. Con la laurea triennale la tesi ha una incidenza modesta: nella nostra Facoltà è stato previsto un minimo di 50 cartelle dattiloscritte, che non è proprio una fatica improba».
[…]
«Forse genitori e familiari saranno preoccupati per la perdita di una immagine forte, consegnata tradizionalmente alla pesantezza del volume di tesi rilegato, ma si potranno consolare con l´immagine fortissima della cerimonia di laurea che prevede, nella nostra Facoltà, la toga per tutti i docenti, e persino una toga particolare per i laureandi».
[…]
«L´Università italiana è una università di massa e deve avere laureati di massa. Non ha senso mettere in piedi una Università di massa per produrre una élite di intellettuali. Proprio per evitare questo assurdo e questo spreco di denaro è stata realizzata la recente Riforma Universitaria».

Non male, come premesse, eh?
Ed era il 2001!

Comunque, la ragazza (classe 1984 – evitiamo le battute ed i riferimenti cinematografici) ha scucito un 110 & Lode per una tesi (non sappiamo di quante pagine) su Il concetto di benessere libertà e giustizia nel pensiero di Amartya Sen.
Ora è ben noto cosa pensi io delle lauree in filosofia, ma sorvoliamo sui miei problemi caratteriali.
La tesi di cui sopra la ragazza l’ha discussa in un posto che si chiama Università Vita-Salute San Raffaele, che suona più come una sede termale che non come un ateneo, ma sono io che sono uno snob, giusto?

Tale e tanto è stato l’entusiasmo degli astanti, che il rettore dell’ateneo – amico di famiglia, naturalmente – ha pensato bene di domandare alla neolaureata

se, secondo lei, può nascere una facoltà di Economia del San Raffaele basata sul pensiero di Sen, invitandola a proseguire gli studi e diventarne un giorno docente.

E qui qualcuno si è imbizzarrito, perché offrire una cattedra (ed un dipartimento) ad una venticinquenne fresca di triennale è per lo meno una sciocchezza.

Era una battuta, si dirà.
Il rettore è amico di famiglia.
Non si trattava di nulla di ufficiale.
Come no.
Ma allora per lo meno il Rettore si è scordato il peso della propria carica istituzionale, ha parlato a vanvera e si è esposto al rischio di essere tacciato di leccaculismo dal pubblico meno sensibile.
Da un rettore universitario – e per di più un eclesiastico – ci si aspetterebbe di meglio.

A completare il quadretto, è poi intervenuto l’augusto genitore della neolaureata, che ha dichiarato al popolo che i suoi figli sono davvero in gamba – ma è tutto merito dei genitori.

Il che mette in una tristissima prospettiva l’intera faccenda.

Perché, andiamo controcorrente – supponiamo che Barbara Berlusconi sia una studentessa onesta e coscenziosa, che si è squadrata il culo sui banchi come tutti i suoi colleghi e che non ha mai approfittato né del fatto di essere studentessa in una facoltà il cui rettore è un amico di famiglia, né del peso del nome e della carica paterna.
È una legittima supposizione, che faremmo per qualsiasi studente fino aprova contraria, giusto?
Quindi supponiamo che il suo 110 & Lode sia perfettamente meritato, sudato, preparato con cura, discusso con passione.

Beh, non ha alcuna importanza.
Quando anche tuo padre ti toglie il merito del lavoro che hai fatto, sai benissimo cosa dirà la gente.

Ed a questo punto, la seconda domanda è – visto che sai in quale situazione ti trovi, sai già cosa la gente penserà comunque e guardacaso studi in una università della quale è rettore un amico di famiglia, e tuo padre è il premier…
Se già sai cosa la gente penserà comunque…
Te lo squadri, il culo, o giochi la carta del nome e delle amicizie?
Se tanto tutti diranno che ne hai approfittato, non ne approfitti?

Bel tema per la tesi del biennio, eh?

Intanto, inesorabile, il neofeudalesimo avanza.

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Meraviglia perduta

https://i2.wp.com/www.spiritlink.com/museum-lost-wonders.jpgRipeto un ritornello che compare di frequente su queste pagine – e riguarda la mia meraviglia alla capacità dell’editoria anglosassone (forte di un mercato vastissimo) di accomodare le cose più strane ed eccentriche.
Se è vero che dei best-seller da spiaggia vengono tirate milioni di copie su carta da pizza per prezzi popolari, è anche vero che c’è spazio per opere molto molto insolite, con standard qualitativi altissimi, destinate ad una fascia di pubblico che forse qui da noi non esiste più.
Non c’è proposta eccentrica, insomma, che apparentemente non riesca a trovare una casa.

Del tipo – un esperto di museologia, Jeff Hoke, già responsabile di alcune delle esposizioni più famose al mondo, decide di pubblicare una dettagliata guida ad un museo che non esiste.
Un museo progettato con cura, che sulla base di una progressione alchemica e sotto l’egida, molto opportunamente, delle Muse, recuperi gli elementi del meraviglioso che il nostro sistema educativo tende ad eliminare.

In una atmosfera familiare ed amichevole, il Museo della Meraviglia Perduta tenterà di rispondere a quelle preoccupazioni che sono importanti allepersone curiose di ogni età. Attraverso istruttivi oggetti esposti, illuminate discussioni ed attività accattivanti scopriremo un modo dimenticato di guardare al mondo che un tempo induceva meraviglia in molti, ed ora produce solamente confusione in pochi.

Il risultato è un volume graficamente splendido, popolato di strani “pezzi” – quattro o cinque ipotesi sulla creazione dell’universo, i principi della medicina umorale e la frenologia, la teoria fluxionica della birra gelata, memetica e hardwiring genetico, una collezione di metodi per avere delle visioni (incluso il pugnale di Newton), la fenomenologia dei significati, la mappa della tenerezza, la ruota cognitiva tibetana e infinite altre meraviglie.
Tutti reperti amorevolmente illustrati, e sette dei più spettacolari offerti in kit di montaggio affinché il visitatore del museo possa costruire i propri… a cominciare da un modello in scala dell’universo.
E poi fumetti (le avventure del pupazzo Gnomon), test, esperimenti e attività diverse.

The Museum of Lost Wonder uscì negli stati uniti nel 2006, un altro di quei libri che mi portano ad invidiare i ragazzini che ebbero la possibilità di scoprirli in giovane età.
Questo è sense of wonder, distillato e imbottigliato.
Per i curiosi, esiste anche un sito internet – che propone ulteriori meraviglie ( e vende altre costose, deliziose stravaganze).

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Imparare a Vivere

Teach Yourself to Live (Teach Yourself)… e dici niente.
Però a suo tempo la Hodder pubblicò un volume intitolato Teach Yourself How to Live, scritto da un certo C.G.L. Du Cann.
Era il 1955 e la Gran Bretagna stava uscendo dalla coda lunga della Seconda Guerra Mondiale.
Oggi viene ristampato nella serie di volumi commemorativi per i sessant’anni della collana.

Per l’anno in corso, mentre sto scrivendo, lo stanziamento nazionale per l’educazione – formale, centralizzata e locale – in Inghilterra, è nientemeno che 392.000.000 sterline.
Ma non si rischia smentita ad affermare che non una singola sterlina di quella vasta somma di danaro verrà spesa per insegnare a chicchessia l’arte fondamentale di vivere al meglio.

E allora vai con il manualetto foderato di giallo.
Esiste forse una prova più indiscutibile di quel senso di superiorità britannica ancora tutto imperiale, della presunzione di poter insegnare a vivere (!) in meno di duecento pagine?

E tuttavia, se dai manuali Teach Yourself ho appreso i primi rudimenti di C++, la teoria musicale e le minime nozioni base di planetologia, per tacere dell’essenziale per pilotare uno Spitfire, allora perché non imparare a vivere?
Male non può fare.

Ed anzi, non conosciamo forse tutti una mezza dozzina di persone alle quali un manuale del genere non potrebbe che far bene?

Ben venga allora il lavoro di Du Cann.
Testo di filosofia spicciola e di saper vivere retrò, che si ispira a Marco Aurelio, Baltasar Gracian, Lord Bacon, Lord Chesterfield, Arnold Bennett e Somerset Maugham, e che si apre col perentorio “Affronta i fatti della vita!”, il libriccino tascabilissimo e rilegato rigido è un altro manufatto di un’epoca più civile, una candela accesa contro il buio di una barbarie che si presagiva imminente.

Ce ne fossero.

Dello stesso autore, famoso per un volume sugli amori di G.B. Shaw, esistono pure – ma disponibili solo presso librerie antiquarie – un affascinante Famosi Processi per Tradimento e The Young Person’s Complete Guide to Crime.
Perché bisogna pure avere un hobby….


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Libri scomparsi

Se l’avversario e’ piu’ forte di noi e sta avendo ragione: interromperlo, sviare il discorso, impedirgli di portare a termine la sua argomentazione (Stratagemma n.18 ) oppure provocarlo, essere sfacciati, farlo adirare (Stratagemma n.8), oppure affermare ad un tratto che quanto dice dimostra la nostra tesi, anche se non e’ vero, lasciando a lui l’onere di dimostrare il contrario (Stratagemma n.14)

http://tk.files.storage.msn.com/x1pNWjjkHJ3o_wDVgEC5vW0ZMxEkAAFJI-JBFHh1zq8F8wlPKm47VJfZeo0PZzdGLCxzunppJEWmhA8Ms1f9SvgcDMHogxWjruTB5uCu9lw_fwS7qC4ycKFMrGAheXsHg24g1bmuySuynALa mia copia de L’Arte di Ottenere Ragione Esposta in 38 Stratagemmi, simpatico trattatello di Arthur Schopenhauer è andata smarrita nell’ultimo trasloco della mia biblioteca.

Schopenhauer è uno di quei filosofi (pochi?) che si scoprono al liceo e poi si continuano a leggere per il gusto della lettura.
Misantropo, sospeso tra cinismo e cattiveria, Schopenhauer è quello che sostiene

Quando le leggi concessero alle donne gli stessi diritti degli uomini, avrebbero anche dovuto munirle di un’intelligenza maschile.

Ouch!
Feroce.

Però l’intelligenza dell’autore è innegabile, così come è la sua perizia con la prosa – resa bene anche nelle traduzioni

Poi di solito si cresce, e si arriva a cose più complicate, meno “selvagge”.
Ciononostante, il libriccino pubblicato da Adelphi era particolarmente vicino al mio cuore, essendo un regalo da parte di una persona che non è più.

Ed in certi momenti ne sento fortemente la mancanza.