strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Dieci Libri #3 – Fletcher Pratt

Terzo episodio di questa serie di post, e secondo libro che mi riporta agli anni del liceo e agli scaffali della libreria Sevagram di Torino. Io di solito dico che alla Sevagram ci ho fatto il liceo, ed è vero – ho imparato un sacco di cose, ho incontrato amici che sento ancora adesso, ho letto dei libri indispensabili.

Uno di questi è certamente The Well of the Unicorn, di Fletcher Pratt, originariamente pubblicato nel 1948 con lo pseudonimo di George U. Fletcher.

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Tutta un’altra storia

0.053977001385629786_parsnaz_irProviamo a mettere giù ancora qualche idea su storia e narrativa d’immaginazione.

C’eravamo lasciati, dopo l’ora d’aria, qui nel Blocco C, con la questione di cosa cerchino autore e lettore in una narrativa storica.

E la mia interlocutrice a distanza, sul suo blog, non ha mancato di metter giù un elenco articolato e piuttosto esaustivo di cosa possano cercare autori e lettori nel romanzo storico.
Ottimo pezzo – leggetelo.
Fatto?
Bene.

Ora vi chiedo di apprezzare il mio problema – perché il post di Chiara mi piace molto, e lo condivido in pieno e non c’entra assolutamente nulla con ciò che scrivo o con ciò che leggo quando scrivo o leggo fantasy. Continua a leggere


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Storia & Immaginazione

Si parlava di storia, di narrativa storica e di fantasy storico, qualche giorno addietro, qui nel blocco C della blogsfera, e giù nel braccio femminile, la mia amica la Clarina ha fatto una specie 287175di auto-da-fé

Boys: Hey, Torquemada, whaddaya say?
Torq.: I just got back from the auto-da-fé
Boys: Auto-da-fé, what’s an auto-da-fé?
Torq.: It’s what you oughtn’t to do but you do anyway
Skit skat voodely vat tootin de day

Scusate, non ho saputo resistere.

In cosa è consistito l’auto-da-fé della mia amica.
Nell’ammettere

In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.

Il che è perfettamente ragionevole, ma non c’entra granché col fantasy storico, e con la sovrapposizione e pollinazione incrociata di storia e narrativa d’immaginazione – che è poi ciò di cui vorrei parlare oggi. Continua a leggere


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Il Castello d’Acciaio

Il Castello d'acciaioIl volume numero 11 della Fantacollana è Il Castello d’Acciaio, di Lyon Sprague de Camp e Fletcher Pratt, edizione delle storie originali della serie Enchanter, pubblicate in volume unico nel 1950 e poi ampliate nel 1975.
La copertina è di Karel Thole.

La Fantacollana continua con le storie di Unknown ed il catalogo di Sprague de Camp, pubblicando quello che rimane uno dei suoi lavori più famosi – scritto in collaborazione con Fletcher Pratt, storico ed esperto di codici, la cui scomparsa prematura pose fine alla serie.
Le storie originali comparvero negli anni ’40 sulla rivista Unknown, ed appartengono ad un tipo di fantasy razionalizzato del quale De Camp fu un portabandiera.

L’idea di partenza è “fantascientifica” – se con la logica simbolica è possibile descrivere la realtà, e se la realtà è poi solo una nostra percezione, sarebbe possibile determinare altri sistemi simbolici che descrivono altre realtà, percepirle e visitarle.
Per provare, un gruppo di psicologi newyorkesi sviluppa la logica simbolica che sembrerebbe alla base di alcune importanti opere letterarie di ambito fantastico.
E così il giovane – e un po’ tronfio – Harold Shea, desideroso di sperimentare i paradigmi del folklore irlandese, si ritrova invece risucchiato nel mondo delle leggende norrene, fronteggia un Odino particolarmente truce e un Thor un po’ farlocco, e deve trovare un modo per tornare a casa prima del Ragnarok (The Roaring Trumpet).
The_Roaring_TrumpetNegli episodi successivi della serie, le cose non gli andranno meglio – una visita al Faerie Queene (The Mathemathics of Magic) solleva una quantità di complicazioni, che innescheranno anche una visita all’Orlando Furioso (The Castle of Iron).
E a seguire, dopo una abortiva visita al Kubla Kahn di Coleridge, l’applicazione della matematica della magia porterà finalmente i nostri eroi nell’idillio del folklore irlandese – previo passaggio nel molto più brutale Kelevala (The Wall of Serpents, The Green Magician).

La serie risultò estremamente popolare, alla sua uscita – tanto per l’inventiva e l’umorismo, quanto per l’indiscutibile qualità della scrittura –  e ancora una volta ci offre un punto di vista moderno e antiromantico sul fantastico.
Per De Camp & Pratt, i mondi immaginari dei grandi classici e dei grandi cicli mitici sono ingessati, pomposi, ridicoli e pericolosi, zeppi di contraddizioni (dal ruolo di Loki nel pantheon vichingo alla moralità flessibile di dame e cavalieri nel Faerie Queene), popolati di cialtroni e donne di facili costumi, marinati nell’alcool, retti da regole che avviliscono l’individuo e lo cacciano in guai di ogni genere.
Il fantasy diventa allora un gioco intellettuale, uno sberleffo coltissimo ma in ultima analisi affettuoso, una affermazione che in fondo la nostra società fondata su principi scientifici e laici è molto meglio, pur con tutti i suoi difetti.

The_Castle_of_IronÈ emblematico l’episodio della Bestia Poetica, nella seconda storia della serie.
La Bestia Poetica (the Blatant Beast) è una creatura che Spenser inserì nel Faerie Queene, a simboleggiare i Puritani, ma probabilmente basata su un gioco di società praticato alla corte di Elisabetta – una sorta di mosca cieca, nella quale il giocatore designato come Bestia Poetica, se riesce ad afferrare uno dei concorrenti, può liberarlo solo se questi reciti una poesia*.
Nel momento in cui il malcapitato Shea si ritrova imprigionato dalla Bestia, l’unica cosa che gli venga in mente di recitare è La ballata di Eskimo Nell, una poesia goliardica (forse in qualche modo legata a Noel Coward) ben nota ai lettori di Unknown, e di una sconcezza inarrivabile.
La povera Bestia ne esce traumatizzata e in crisi depressiva.

Insomma, è possibile che i fan dello sturm und drang howardiano possano trovare molto da eccepire nella bonhomie con la quale Pratt & De Camp disinnescano ogni afflato epico e nei lazzi coi quali affossano qualsiasi speranza di retorica superoministica.
Eppure si tratta di storie eccellenti, molto divertenti, con una notevole dose di spettacolarità.

Il ciclo di Harold Shea – ed il suo successo di pubblico – fu anche alla base della faida fra De Camp e Ron Hubbard che avrebbe seriamente inciso sulla produzione di De Camp dopo il 1950.
Non è chiaro se fu John Campbell a chiedere a Hubbard di scrivere una storia di Harold Shea, nel 1941, in risposta alla domanda incessante dei fan di nuove storie, o se (più probabilmente) Hubbard riuscì ad estorcere l’incarico nel tentativo di rubare un po’ di lettori al più popolare De Camp.

De Camp & Pratt meditano la loro prossima malefatta.

De Camp & Pratt meditano la loro prossima malefatta.

Sia come sia, The Case of the Friendly Corpse è una storia di Harold Shea scritta da Hubbard e che non ha assolutamente nulla a che vedere con il lavoro di Pratt & De Camp – Hubbard non si prese neppure la briga di leggere le storie già uscite, ed improvvisò un pasticcio abbastanza orribile.
Lyon Sprague de Camp se ne ebbe estremamente a male – l’intera faccenda era avvenuta senza che lui e Pratt ne venissero informati – e Ron Hubbard si rese conto (soprattutto dalla reazione dei lettori inferociti), che fintanto che De Camp restava su Unknown, lui sarebbe sempre stato un autore di seconda fila**.

Pratt & De Camp perpetrarono anche molti altri assalti al fantastico dalle pagine di Unknown – con romanzi come Land of Unreason (che arremba, depreda e cola a picco da Shakespeare al mito di Federico Barbarossa) e con i meravigliosi racconti del Bar di Gavagan, autentico testo fondante del cosiddetto fantasy urbano.
Dal canto suo, Fletcher Pratt è anche autore di due interessanti romanzi fantasy “politici” – il dunsaniano The Well of the Unicorn (da noi uscito in una edizione poverissima,ma certamente uno dei grandi testi del fantasy adulto) e The Blue Star, storia di fantasy e rivoluzione.

mathematichofmagicMolti anni dopo, scomparso ormai Fletcher Pratt, De Camp avrebbe ripreso il ciclo di Harold Shea – sistemando alcune cose lasciate in sospeso, a cominciare dal deragliamento di Hubbard, e portando devastazione in altri mondi immaginari (da Shakespeare – again – a Burroughs).
Queste storie non mi risultano pubblicate nel nostro paese (ma potrei sbagliare).
In un esempio ante-litteram di universo condiviso, De Camp permise ad una lunga lista di autori di giocare con la sua creazione (alla faccia di Hubbard): Roland J. Green, Holly Lisle, Frieda A. Murray, John Maddox Roberts, Lawrence Watt-Evans, Tom Wham, Christopher Stasheff.

Sciocco dettaglio personale ***- questo è il primo libro fantasy che io abbia letto, dopo parecchi anni di dieta esclusivamente fantascientifica. Non dubito che molte delle mie scelte e delle mie opinioni sul genere nascano dall’esserci entrato attraverso una porta tanto idiosincratica.
Leggere qualunque cosa contenga poesie in elfico dopo Castle of Iron, è fonte di indicibile ilarità.
Posseggo orgogliosamente tanto l’edizione Nord che la meravigliosa edizione filologica della NESFA.
E sono dichiaratamente un decampiano.

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* Sì, ci si annoiava a morte, in certe serate, a corte.

** Sarebbe diventata guerra aperta quando Sprague de Camp prese a farsi pubblicamente beffe della Dianetica, giocandosi il favore di Campbell e una fetta notevole del proprio mercato.

*** Yngvi is a louse!


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(Ancora) un libro usato

Non è solo che sono tirchio.
E che certe cose, nuove non si trovano più.
Tocca battere le bancarelle, i rivenditori specializzati, i mercanti di remainders.
E poi, al limite, come fanno altri, ricorrere ai mezzi occulti – nightgaunt, byakhee, altre cose ancor meno piacevoli a maneggiarsi.

The Blue StarCi vuole tempo, pazienza, un po’ di coraggio (la fregatura è in agguato) ma a volte si recupera qualcosa di degno in cambio di poche piastre.
Come nel caso di The Blue Star, di Fletcher Pratt, romanzo fantasy atipico di un autore meglio noto per le storie umoristiche scritte in combutta con Lyon Sprague De Camp, che proprio oggi, in una busta anonima, è stato infilato nella mia buca delle lettere da un misterioso orientale.

Si tratta di un romanzo del 1952 che ancora oggi conserva una certa fama nell’ambiente come uno dei migliori esempi di “world-building” del secolo scorso.
Fantasy di conversazione e non di colpi d’ascia, si è detto, ambientato in un 1700 parallelo nel quale la stregoneria funziona.

Non avendo mai letto l’edizione italiana – comparsa in un oscuro Omnibus Mondadori del 1990 stando al Catalogo Vegetti – l’unica è rifarsi con questo volumino della Ballantine-DelRey, nella collana Adult Fantasy curata dal compianto Lin Carter.
Il volume vecchio di oltre venticinque anni è in eccellenti condizioni, e lo si può leggere senza rischiare di sbriciolarlo.