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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Nuove facce per una vecchia canzone

FrankFrazetta-Conan-the-Avenger-196Dicono che le copertine non abbiano importanza.
Ed esiste, innegabile, una certa forma di imbarazzo, da parte degli appassionati di letteratura fantastica – specie quelli un po’ attempati – riguardo alle “tipiche” copertine del genere.
Frank Frazetta è stato un grande artista, ma ora i suoi barbari nerboruti e le sue donnine discinte mettono in difficoltà una quantità di lettori che si vergognano a morte e temono l’idea di essere considerati politicamente scorretti.

E d’altra parte, le copertine vendono i libri – si tratta del primo impatto, di ciò che attira il nostro occhio, ciò che ci fa prendere il libro dallo scaffale e ci spinge a girarlo, per leggere la quarta di copertina.

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Conan!

frank_frazetta_manapeIl tredicesimo volume della Fantacollana è Conan!, cronologicamente il primo volume del ciclo di Conan il barbaro, nell’edizione curata da De camp e Carter dell’opera di Robert E. Howard.

La copertina è di Frank Frazetta, ed è la stessa dell’edizione Lancer Books del 1968.

La Fantacollana continua a fornire al pubblico una solida dieta howardiana con un volume che allinea sette racconti – tre di Howard, due completati da De Camp o Carter sulla base di materiale d’archivio di Howard, e due apocrifi.
Il volume è completato dalla prima parte dell’articolo L’era Hyboriana, scritto a suo tempo da Bob Howard in risposta alle richieste di un fan.

L’articolo è particolarmente importante, per tre sostanziali motivi:
. costituisce la descrizione “ufficiale” del mondo Hyboriano di Conan, così come delineata dall’autore,
. costituisce la base della “biografia” di Conan, compilata da Lyon Sprague de Camp, brani della quale compaiono in apertura ad ogni episodio e quindi
costituisce la base della cronologia interna della serie – tanto dell’ordine dei racconti originali, quanto degli elementi apocrifi successivi.

I tre racconti di Howard presenti nella collezione sono decisamente validi, ed includono The Tower of the Elephant, del 1933, certo uno dei racconti migliori in assoluto dell’autore texano.
Il racconto è un buon modello per una narrativa avventurosa ed eroica che tuttavia non si riduce alla semplice ultraviolenza per adolescenti problematici – l’elemento meraviglioso e la dimensione tragica ne fanno un racconto di prima classe.

In tutte e tre le storie originali, Conan esercita la libera professione di ladro e svaligiatore – e nelle sue imprese ladresche si imbatte in situazioni tutt’altro che ortodosse.
Dei due racconti restanti, Rogues in the House vide la luce nel 1934, mentre il più debole (secondo molti, anche a causa dell’editing di De Camp) The God in the Bowl venne scoperto fra le carte di Howard solo dopo la sua morte, ed è, a tutti gli effetti, una detective story (a dimostrare che Howard possedeva moduli e modalità molto più variegati e sofisticati di quanto non si creda normalmente).

Conan_collectionDelle due “collaborazioni postume”, The Hall of the Dead, accreditato a Howard & De Camp è probabilmente il migliore, mentre The Hand of Nergal, di Howard & Carter, scricchiola in un paio di p unti, ma rimane comunque un buon intrattenimento.

I due apocrifi sono altrettanto ineguali e deboli se paragonati agli originali, ma si difendono.
La Cosa nella Cripta è popolarissimo, poiché costituisce un set-piece nell’apertura del film di John Milius.
La Città dei Teschi è un onesto sword & sorcery, e non sfigura nella collezione.
Ma la prosa di Howard era, ovviamente, un’altra cosa.

Sciocco dettaglio personale – probabilmente il mio secondo Conan, dopo L’Avventuriero. La scoperta di Howard destò non poco entusiasmo – lo stile di Howard, così facile da scimiottare malamente ma inimitabile, risultò particolarmente infettivo.
Quei vecchi racconti sonos tati misericordiosamente consegnati all’oblio.
Ma chi non si è macchiato di un pastiche howardiano, una volta nella vita?*

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* Ma erano personaggi miei in un mondo mio, quindi non era fanfiction.


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L’Anello del Tritone

20308Il secondo volume della Fantacollana Nord è L’Anello del Tritone (The Tritonian Ring) di Lyon Sprague de Camp, originariamente uscito ventidue anni prima, nel 1951.
Ottima copertina di Karel Thole – l’originale aveva una copertina di Frazetta.

L’Anello del Tritone è molto più fantasy de I Gioielli di Aptor, uscito poche settimane prima – si apre con una panoramica di un pantheon alquanto grottesco, e passa ad un dialogo piuttosto acceso fra divinità, per poi spostarsi a Lorsk, principale nazione del continente di Pusad, che sta lentamente colando a picco…

Ma anche così, il romanzo è parecchio distante da ciò che oggi un fan del fantasy accetterebbe a cuor leggero come esempio del proprio genere d’elezione.
Oh, ci sono parecchi elementi tipici.
Non ci sono elfi, draghi e Oscuri Signori, è vero, ma c’è la magia, ci sono strane bestie e strane razze, c’è un mondo diverso dal nostro.
Beh, relativamente diverso dal nostro…

Lyon Sprague de Camp – lo abbiamo detto e lo ripeteremo – è un ingegnere, e un materialista empirico.
Questo – oltre al suo amore per i classici e per la letteratura d’immaginazione – informa il “Ciclo Pusadiano” al quale appartiene L’Anello del Tritone.
Pusad (o Poseidonis che dir si voglia) è un continente in via di progressivo sprofondamento, e possiede una geografia basata sull’autentica mappa del mondo in epoca glaciale, e molte delle sue caratteristiche sono affini a quelle di Atlantide.
È a Pusad, ci farà sapere l’autore (non senza una strizzata d’occhio) che Platone pensava quando descrisse il suo continente perduto*.

Tritonian_ringLe divinità del prologo battibeccano per via di una profezia che ne preventiva la decadenza e la scomparsa, in seguito alle azioni future del principe Vakar di Lorsk.
Quali azioni?
Nessuna divinità ne ha la più pallida idea.
Si vota allora il progetto preventivo di eliminare Vakar, e risolvere il problema all’origine.
Inutile dire che proprio il piano per sopprimere Vakar metterà in moto gli eventi che porteranno la profezia a compiersi.
Al centro dell’azione, l’Anello del Tritone, misterioso artefatto che gli dei temono, e del quale Vakar spera di avvalersi per uscirne vivo.

Ma non mancano una congiura di palazzo, i pirati, una donna con la coda di cavallo, le amazzoni e un ampio bestiario preso di peso dalla mitologia classica e dai racconti di viaggiatori medievali e rinascimentali.
E un granchio gigante.
Perché tutto viene meglio, con un granchio gigante.

Estimatore di Howard, Lyon Sprague De Camp è infinitamente più fiducioso nei valori della civiltà, rispetto a Two-Guns Bob, e infligge un bonario ridimensionamento di molti elementi tradizionali del fantasy howardiano.
Vakar è moderatamente eroico, ma forse più interessato a spassarsela e a salvare la ghirba che non a maneggiare spade e altri aggeggi affilati.
E le donne sono forse altrettanto fascinose, ma molto meno algide – De Camp ha un atteggiamento più sano e maturo di Howard rispetto alla sessualità, e apprezza un po’ di sana scollacciatura (pur restando ampiamente entro i limiti della decenza).
Il dialogo è divertente e lieve, e specie quando sono gli dei a parlare, ha un tono anacronistico che aggiunge un livello di ridicolo al già notevole carico di ridicolo che il fieramente ateo De camp riserva ai suoi dei – non dissimile in questo da ciò che negli stessi anni sta facendo Fritz Leiber (oh, se ne parleremo!) o quanto abbia fatto in tempi più recenti Terry Pratchett.
Gli dei sono sciocchi, non esageratamente onnipotenti, persi in diatribe fasulle e in sciocchi atteggiamenti… beh, divini.
Non mancano divinità pluritentacolate “che erano antiche quando ancora gli altri dei erano fanciulli”, e divinità di ovvia origine preistorico-cavernicola (fronte bassa, mascella massiccia, abbondante peluria e vaghi tratti ursinidi).

L’Anello del Tritone, insomma, è fantasy, ma fantasy scritto da un autore di fantascienza, che ragiona e immagina secondo i parametri della fantascienza, e non può fare a meno di dimostrare una certa elegante superiorità verso il genere e i suoi cliché.
E si legge con un certo piacere.
La miscela di invenzione, dato storico, elementi mitologici tradizionali e classici e modernità piacque a molti, all’uscita del romanzo, e meno ad altri.
È ragionevole ipotizzare che – divertimento a parte (e il romanzo è oggettivamente divertente) – De Camp stia continuando col suo uso ideologico del fantasy, sfruttandone modi e strutture per portare avanti un discorso razionalista e scientifico.
Sarà dopotutto qualcosa di diverso dalla magia, a compiere la profezia e ad annunciare il tramonto delle divinità.

Il ciclo pusadiano prosegue con tre storie, “The Stronger Spell”, “The Owl and the Ape”, and “The Eye of Tandyla” – che sarebbe bello avere nello stesso volume.
La Nord non le pubblicò mai.

tritonianSciocco dettaglio autobiografico – lessi il romanzo in inglese, in una edizione New English Library che aveva una copertina che riuscii a capire solo dopo aver superato la metà del romanzo.
Fu uno dei primi romanzi che affrontai in inglese – conoscevo De Camp (per via del volume 11 della Fantacollana – ne parleremo) e cercavo attivamente lavori suoi.
Lyon Sprague De Camp, colto, ironico, sottile, scrive in un bell’inglese chiaro e diretto, ed è una eccellente lettura per chi, con l’inglese, non è ancora al meglio.
La mia copia in italiano arriva da una bancarella, ed è un cimelio al quale sono decisamente affezionato.

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* Non dimentichiamoci che De Camp pubblicò l’eccellente Lost Continents, proprio sul mito di Atlantide nella storia e nella letteratura (da noi lo pubblicò Fanucci, e vale ogni centesimo speso per procurarselo).