strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Scienza e Immaginazione

Ancora qualche parola sul pensare al futuro.
Io non volevo creare alcun meme, né lo voleva fare, ne sono certo, la persona che la settimana passata mi ha ispirato quel post su dieci futuri possibili, da qui a dieci anni.

Eppure ho ricevuto un sacco di feedback, ho letto un sacco di cose, ho visto in giro una quantità di post interessanti che riprendevano il mio tema, e pare che altri ne arriveranno.

Ottimisti.
Pessimisti.
Quelli che l’han buttata sul ridere.
Quelli che considerano tutto questo un’allegra scemata.

Eppure, a me pare, non è un’allegra scemata.
E mi dispiace, che qualcuno la veda proprio solo così.
Ed è proprio sulla base del feedback che mi viene quasi naturale scrivere questo post.
E qui parte il pork chop express.
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Da qui a dieci anni… (una Top Five)

Da qui a dieci anni…

L’idea me l’ha data ieri la Clarina, che sta nel braccio femminile del Blocco C della blogsfera.
Si parlava di futuro, di immaginarci in futuro, di pensare a noi stessi fra dieci anni.
E la tentazione è troppo forte.
No, ok, lo so, post di questo genere sono destinati a infestare il nostro futuro, quando nel 2022 qualche furbastro verrà a sbatterceli in faccia.
Lo diceva il poeta…

All my lazy teenage boasts
are now high precision ghosts
and they’re coming down the track
to haunt me.

Ma non è poi così male.
Ci possiamo lasciare aperte delle opzioni.
Il futuro è poi quello, no?
Opzioni, opportunità.

E mi ricordo di quella bella trilogia di Kim Stanley Robinson, della quale in Italia pubblicarono solo due volumi (…), in cui si descrivevano tre futuri possibili di tre Californie alternative… stessi personaggi, diversi eventi, diversi risultati.

Da qui a dieci anni…

Facciamoci una top five!

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Il Giorno del Futuro!

Ai miei tempi, a scuola c’erano sempre, i due che alla domanda,
“Cosa farai da grande”, 
rispondevano
uno, “L’astronauta!” e l’altro, “Il calciatore!”

Questo post è dedicato a tutti quelli
che volevano fare l’astronauta.

.
.
.
Oggi è il primo Future Day.
L’idea, piuttosto semplice, è quella di trasformare il primo di marzo nel giorno in cui ci ricordiamo che il resto della nostra vita lo trascorreremo nel futuro.
Ci sarà un grande evento con conferenze e discussioni su Second Life.
Si terranno celebrazioni il luoghi diversi come Melbourne, Parigi, San Paolo del Brasile, Bruxelles…

In Italia, Future Day è il nome che la rivista Wired Italia ha dato al proprio open day – una operazione promozionale (perfettamente legittima) tenutasi il 22 di febbraio, e che col Future Day del resto della galassia non ha nulla a che vedere.

Potremmo abbandonarci a commenti salaci, ma non oggi – Wired Italia e il 22 di febbraio sono nel passato.
Noi oggi parliamo del futuro.

Ed è vero, è una sfiga.
Se foste in California potreste entrare in una biblioteca a caso e chiacchierare con uno scrittore di fantascienza.
Se foste a Hong Kong potreste andare a Kowloon e discutere della Singolarità, della Realtà Aumentata e del futuro con futurologi assortiti, e mangiare cinese.
Se foste a Wroklaw, in Polonia, potreste farvi ospitare dalla Associazione Razionalista Polacca e passare la giornata a discutere di visioni del futuro possibile.

Ma siete in Italia, e vi tocca sciropparvi il mio post sul mio blog…

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Sopravvissuto all’Accademia

Pochi ma buoni stasera all’Accademia per la mia presentazione sul retrofuturismo e lo steampunk.
Se la tecnologia ha fatto (come sempre) cilecca, azzoppando la presentazione, gli ottimi spunti offerti da Franco Pezzini e da Squirek mi hanno permesso di toccare un sacco di argomenti che altrimenti sarebbero rimasti fuori.
Inutile dire che riciclerò le loro idee spacciandole per mie in modo da fare la figura di quello in gamba.

Poi, come si diceva, ci sono quelli che preferiscono le astronaute in bikini con il casco a boccia da pesci rossi.

E chi siamo noi per condannarli?

Un po’ di scampoli della presentazione arrivano nei giorni prossimi.
Restate sintonizzati…


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I sogni che ci restano

Quanto segue prende le mosse da un commento di re Ratto al mio post su Tron, ma poi prende una piega diversa, perché mentre lo stavo scrivendo un paio di altre cose sono emerse e… beh, sapete come capitano certe cose…
Vediamo cosa ne viene fuori.
Potrebbe addirittura essere una prima parte di qualcosa di più grosso.

Il commento di Re Ratto faceva più o meno così…

Ricordo quando, guardando i quei meravigliosi gioiellini di fantascienza anni 80, rimanevo inebetito di fronte alle guerre termonucleari globali del dottor Falken, a Last Starfighter, un videogioco (diosanto quanto avrei voluto averlo quel videogioco) che sconfinava in una battaglia interstellare. E ai frisbee a neon concentrici.
Si guardava con occhi sbalorditi a ciò che non c’era, e si sognava.
Se oggi si guarda solo al passato, perché tutto ciò che vediamo su schermo c’è già o quasi, e lo accettiamo passivamente con un mezzo sbadiglio compiaciuto, allora qual è la strada da intraprendere?
Si può andare oltre, immaginare nuovi mondi, sognare nuovi nonsoneanchecosa?
[…]
No, davvero, se in passato sognavamo la Rete e la Frontiera Digitale, oggi cosa possiamo sognare?

Ma è davvero così brutta la prospettiva?
Ci siamo davvero giocati gli ultimi sogni possibili?

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William Gibson era un ottimista

Un paio di giorni or sono mi è stato fatto osservare che, da appassionati di fantascienza, ci dobbiamo interessare al futuro.

Comincio allora questo pork chop express con un siparietto steampunk.
Fu Erone di Alessandria il primo a costruire delle macchine a vapore.
Con buonapace di James Watts – circa duemila anni prima della sua invenzione, Erone aveva sviluppato la Termopila, e un’apparecchiatura a vapore che apriva le porte del tempio.
Aveva anche progettato un motore eolico per suonare un organo, ed un teatrino meccanico.
Era avanti, Erone di Alessandria.
Ed i suoi contemporanei lo martellavano, perché con quelle macchine si sarebbe fatto lavoro per il quale c’erano, pronti e disponibili, gli schiavi.
Ed allora, perché usare una complicata e costosa macchina a vapore, se c’erano gli schiavi pronti a lavorare a buon mercato?

Dura la vita ad Alessandria, ai tempi di Erone.

Ora, pare che la tendenza, nei prossimi mesi ed anni, sarà quella di un ritorno a modelli ottocenteschi nel rapporto fra datore di lavoro e lavoratore.
Proprio oggi si è parlato, en passant, di modificare la legge 626 sulla sicurezza sui posti di lavoro.
Ed una grossa azienda strepita da giorni perché troppe tutele impediscono il licenziamento dei dipendenti che criticano la struttura ed esercitano i propri diritti di sciopero.

Come sempre, si sta anche operando sottilmente a livello linguistico – non si dice più sciopero, o protesta, ma boicottaggio.
Non si parla di serrata sui diritti ma di cambiamento per il futuro.
Accondiscendenza diventa pacatezza.

Ho giocato troppo a lungo a Shadowrun per non riconoscere l’alba di un’epoca megacorporativa.
Una megacorporazione (un’idea vecchia come la fantascienza, ma popolarizzata da Bill Gibson) è

a fictional corporation that is a massive conglomerate, holding monopolistic or near-monopolistic control over multiple markets (thus exhibiting both a horizontal and a vertical monopoly). Megacorps are so powerful that they can ignore the law, possess their own heavily-armed (often military-sized) private armies, hold ‘sovereign’ territory, and possibly even act as outright governments. They often exercise a large degree of control over their employees, taking the idea of ‘corporate culture’ to an extreme.

Vediamo…

  • controllo monopolistico su mercati multipli
  • ignorano la legge
  • hanno i propri eserciti privati
  • hanno sovranità territoriale
  • agiscono in luogo dei governi
  • spingono all’estremo la cultura corporativa

Beh, così ad occhio direi che manca solo il controllo territoriale, anche se ho sentito cose su certe aziende a Guanzhou che mi lasciano ben sperare.
Sugli eserciti privati, parliamone… conta avere ex dipendenti dei servizi segreti che schedano i dipendenti “pericolosi”?

Il lato interessante, e tristissimamente divertente dell’intera faccenda, è che dopo aver legato il proprio sviluppo ad un modello e ad una tecnologia immutati dai tempi di Henry Ford, armandosi della parola cambiamento, questi signori propongono, come strategia vincente contro quei sistemi produttivi che si fondano su zero diritti per la forza lavoro, un nuovo modello che di fatto riduce i diritti dei lavoratori.

Per competere con sistemi più primitivi, ci primitivizziamo.
Poiché la termopila costa troppo, torniamo agli schiavi.

Se mi servi ti assumo, se non mi servi ti lascio a casa.
Mantengo al minimo le garanzie in termini di retribuzione.
Riduco la sicurezza sul posto di lavoro.
Non ti piace? Quella è la porta.
Protesti? Quella è la porta.
Il tuo governo si oppone? E io porto le industrie altrove, e gli lascio qualche milione di disoccupati.

E poi, chissà – potremmo far caricare i rivoltosi dalla cavalleria.
Molto steampunk, neh?

Il futuro è così maledettamente brillante, che ci toccherà indossare dei fottuti occhiali da sole.

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Immaginazione & Società

È un amaro pork chop express, quello di stanotte.
Tutto comincia da un post sul blog di M. John Harrison, che porta al blog Africa is a Country, ed al post Is Africa Ready for Science Fiction?, che a sua vlta prende le mosse dal blog della scrittrice Nnedi Okorafor.
Il succo della faccenda – lentamente ma inesorabilmente il mercato della fantascienza in Africa si sta espandendo.
Un gruppo di autori in diversi stati africani può già allineare una discreta bibliografia…

Ghanaian author Kojo Laing has a collection of short stories and a novels respectively titled, Big Bishop Roko and the Alter Gangsters and Woman of the Aeroplanes. Congolese author Emmanuel Boundzeki Dongala has a short story called “Jazz and Palm Wine” (the anthology it appears in is also called Jazz and Palm Wine). In South Africa, science fiction is really percolating; The South African literary journal, Chimurenga, recently had an African science fiction themed issue.

… e poi naturalmente c’è la faccenda di District 9 e tutto il resto.

DSCF2002_uRibadiamolo per chiarezza – non si tratta semplicemente di un gran numero di cittadini africani che improvvisamente cominciano a comperare ristampe di Clarke o di Asimov, ma della nascita di quella che potremmo definire una scuola africana della fantascienza.
Il che è un buon segno, direi.
Un ottimo segno, se consideriamo che segnali affini mi indicano che qualcosa di simile sta accadendo in Cina, a Taiwan, a Singapore…

Da una parte, come appassionato del genere, sono della ferma convinto che ilsorgere di nuove voci garantisca nuove idee e sano divertimento per tutti.
E poi c’è la questione del futuro.
Scrivere fantascienza significa porsi in posizione critica nei confronti del presente e del futuro che da questo presente potrebbe scaturire (o, in alcuni casi – come con lo steampunk – nei confronti del passato che è stato e del presente che avrebbe potuto essere).
Non significa solo scrivere storielle sceme con gli ometti verdi, ma guardare avanti.
L’uomo non può fare ciò che non riesce ad immaginare – la fantascienza è un segnale positivo.

Esistono naturalmente dei limiti alla crescita della neonata fantascienza africana.
La necessità di adattare certe idee e certe situazioni al pubblico africano – alla sua sensibilità, alla sua cultura…

It’ll be hard to make people afraid of a future where computers take over the world when they can’t manage to keep the computers on their desk running. These are very western stories. On the other hand, classic science fiction, like space exploration stories, would probably work better…assuming it was adapted for the audience.

Interessante il riferimento all’avventura spaziale – che pare vada forte anche in Cina.

E poi c’è un problema che non può che strapparmi un sorriso molto molto amaro.

In the piece Okorafor also notes that one major reason African science fiction won’t grow has to do with what the publishing industry considers “literature.”

Già – il fatto che l’establishment culturale non consideri la fantascienza letteratura seria è il grosso problema, il grosso freno allo sviluppo.
Vi ricorda qualcosa?
Vi ricorda forse un paese dove a tenere accesi i computer non abbiamo problemi, ma dove per la fantascienza (soprattutto la fantascienza scritta) sembra diventare più piccola ogni giorno?

E qui, come una colossale ciliegina di neutronio sulla nostra torta, cala la considerazione di uno dei frequentatori del blog di harrison…

It seems to me that interest in science fiction is a sign of a forward-thinking, imaginative society. If we ever see a large science fiction market in Africa, that may be a sign that Africa has turned a corner, psychologically, since scifi is so often aspirational.

Una società ricca di immaginazione, che ha svoltato l’angolo.
Da quanto tempo è, che non vi sentite più così?

[immagine da morguefile]

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