strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


6 commenti

Quarta di copertina

Vi siete accorti che si parla un sacco di self publishing?
E che se ne parla di solito male, molto male?
Ora, una delle critiche che vengono mosse più spesso alle opere autopubblicate è che si tratta di libri brutti.
Brutti.
Mal scritti, peggio impaginati, con copertine orribili e trame insensate.
Il che, triste a dirsi, è spesso vero.

Ma strategie evolutive è anche un blog di servizio, e quindi non è mia intenzione fornire una galleria di brutte copertine, o fare l’elenco dei problemi che può avere la vostra storia e come risolverli.

Parliamo piuttosto di come vendere il vostro ebook.
Ora, nel momento in cui siete spiaccicati su Amazon – o su qualunque altra piattaforma di vendita… beh, è esattamente come se foste spiaccicati su uno scaffale in una libreria analogica.
L’unica cosa che manca è il profumo della carta.
Per il resto, il vostro libro lo vendono
a . la copertina
b . la quarta di copertina – che Amazon chiama blurb.
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Il secondo Gabriel Hunt

Avevo parlato abbastanza entusiasticamente del primo romanzo del franchise Gabriel Hunt, uscita pulp-avventurosa per Charles Ardai e i suoi compari della Hard Case Crime, forse la miglior casa editrice di hard-boiled vecchia maniera sulla piazza.
A differenza dei romanzi Hard Case, le storie di Gabriel Hunt appartengono tutte ad un unico continuum, hanno una forte componenta di azione e più che una traccia di fantastico sovrannaturale, e ruotano attorno alle avventure di un personaggio ricorrente, il Gabriel Hunt del titolo.
Anche l’autore dei romanzi (di volta in volta, un diverso ma un variamente titolato letterato “in vacanza”) si nasconde dietro allo pseudonimo di Gabriel Hunt.
Se l’espediente funzionava per Ellery Queen…

Passi l’aver letto (e centellinato) il primo titolo della serie.
cover_big.jpgAcquistare e divorare anche il secondo, Hunt Through the Cradle of Fear, significa cedere al lato oscuro del geekdom, e mettersi implicitamente in coda per acquistare e divorare anche gli altri titoli della serie.
E d’altra parte, ha probabilmente ragione il Time quando intitola “Indiana Jones Is Dead. Long Live Gabriel Hunt” la lunga intervista ad Ardai sulla genesi ed il futuro del personaggio.

Parliamoci chiaro – questa non è grande letteratura.
I personaggi sono di cartone, la trama si regge sul ritmo e sul succedersi degli eventi, sulla classica formula di Lester Dent per il buon thriller.
Rispetto al precedente Well of Eternity, praticamente un giro di prova, Cradle of Fear propone lo stesso inarrestabile globetrotting, le località esotiche (Ungheria, New York, Egitto, Grecia…), la bella in pericolo, il succedersi di minacce progressivamente più letali e inesorabili, l’antico mistero…
Charles Ardai (è lui questa volta che si maschera dietro lo pseudonimo di Gabriel Hunt) è la mente dietro al franchise, e quindi si prende più spazio per approfondire un minimo la backstory.
Nelle sue mani Hunt è un po’ meno bidimensionale, un po’ più simpatico.

Questa dicevamo, non è letteratura.
È puro intrattenimento.
E se qualcuno osserverà che non si tratta certo di Proust, ha perfettamente ragione. Ma non c’è scritto Proust sulla copertina.
Volumi sgargianti e veramente tascabili, fatti per essere letti in treno, in tram, o cacciati in una tasca dello zaino andando a fare una scampagnata.
Leggeri nel formato fisico e nel contenuto.
Ma non disattendono assolutamente il contratto col lettore – li avete acquistati perché volevate azione e intrattenimento.
Azione e intrattenimento vi vengono forniti.
A carriolate.

Ciò che rimane altamente didattico – ma a posteriori – è lo straordinario livello mantenuto dai moderni perpetratori di pulp anglosassoni, nonostante la formula e tutte le sue implicite restrizioni, in termini di qualità e freschezza.
L’impressione è che – a parità di pseudonimi e serialità a cottimo – gli anglosassoni non si vergognino affatto, al contrario delle loro controparti nostrane, di scrivere narrativa d’intrattenimento.
Non hanno perciò, né la necessità di flettere improbabili muscoli accademici, né la tentazione di cedere al pattume per “dare alla gente ciò che la gente vuole” che normalmente rendono stridenti le offerte avventurose dei nostri connazionali.

È possibile scrivere pulp e salvare la propria dignità – e rispettare il pubblico.

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4 commenti

Gabriel Hunt

È nota e documentata la mia simpatia per il genere pulp.
Non quello di Tarantino, quello delle vecchie riviste.
Avventura.
Thriller.
Poliziesco hard boiled.
Fantastico in tutte le salse.

Dopo aver fondato la Hard Case Crime, piccola ma agguerritissima casa editrice specializzata in thriller hard-boiled (pubblica sia novità che ristampe di introvabili), Charles Ardai, uno dei pochi ad essere uscito indenne dal disastro della web-economy, lancia ora la serie di romanzi di azione/avventura dedicati alle imprese di Gabriel Hunt – muscolare esploratore ed avventuriero sempre pronto a cacciarsi in una nuova avventura.

Si tratta di narrativa popolare al suo livello più basilare – un eroe non troppo complicato, un mistero sufficientemente eccentrico, uno sfondo storico ben documentato, un paio di location esotiche, 226 pagine belle tirate, senza momenti di stanca, senza troppe elucubrazioni.
La prosa non riserva grandi sorprese, ed è quanto di più lineare e diretto si possa immaginare.
Chi legge Hunt non si aspetta un capolavoro della letteratura d’immaginazione o il Grande Romanzo Americano, ma semplicemente un sano intrattenimento per un paio d’ore.
E le aspettative sono abbondantemente soddisfatte.
Pubblicati tutti sotto lo pseudonimo di Gabriel Hunt, i romanzi della serie sono affidati ad autori ben collaudati.
Il primo titolo – Hunt at the Well of Eternity – scaturisce dalla penna di James Reasoner, titolato autore di divulgazione storica e di narrativa poliziesca e western, ed è un competente lavoro d’intrattenimento, non privo di una certa ironia.
I prossimi titoli vedranno allavoro Ray Benson (già autore dei nuovi romanzi di 007, nel bene e nel male), Christa Faust (autrice horror e thriller con alcuni premi all’attivo), David J, Schow (Il Corvo, Nightmare) e svariati altri.

Si tratta chiaramente di narrativa fatta in batteria – Ardai ha creato probabilmente una “Bibbia” della serie, con le regole che gli autori dovranno seguire e due liste – una di elementi che non possono mancaree l’altra di elementi da evitare – e poi avrà dato mano più o meno libera ai suoi complici.
Eppure, se da una parte il lettore rabbrividisce all’idea di narrativa fatta in catena di montaggio, dall’altra è vero che scrivere all’interno di una struttura rigida, con limiti ben demarcati, può essere il tipo di sfida che tira fuori il meglio di un narratore.

Ora mi si dirà che Dumas era meglio, certo.
Salgari.
Burroughs.
Sabatini.
E vorrei anche vedere!
Indubbiamente questa è la versione light – ma ben venga, in questi tempi di magra, la versione light; perché non si può cenare tutte le sere nel miglior ristorante della città, e a volte è bene aggiustarsi con due uova al tegamino fattein casa.
I romanzi di Gabriel Hunt sono basso intrattenimento, e come tali vengono venduti.
L’importante è che i romanzi di Hunt non diventino l’unica lettura, l’unica offerta del mercato.
Cosa che tuttavia nel panorama anglosassone – già affollato da molte altre serie – non pò accadere.
In quello nostrano…
Ma quando mai lo tradurranno da noi, Gabriel Hunt?

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Aspettando il 2009

Crisi globale.
Lavoro che vacilla.
Caos.
Il neofeudalesimo che avanza…

C’è per lo meno un buon motivo per aspettare il 2009.
Charles Ardai, l’ex bimbo d’oro della new economy che si è abilmente saputo riciclare nell’editoria popolare varando la Hard Case Crime, ha annunciato per l’anno a venire illancio di una nuova collana, ispirata ai vecchi pulp avventurosi per i quali- dovrebbe ormai essere noto – ho sempre avuto un debole.

These books are for anyone who grew up reading H. Rider Haggard and Edgar Rice Burroughs or watching Harrison Ford wield his bullwhip at the movies. We’re talking classic adventure fiction, complete with horses, snakes, shovels, pickaxes, torches, traps, bottomless pits, barroom brawls, jungles, jewels, and just about everything else that’s ever made your heart beat faster.

La serie verterà sulle avventure di un tale Gabriel Hunt, esarà composta di romanzi scritti da autori diversi ma che – fedelmente al cliché della vecchia scuola – verranno pubblicati anonimamente, e l’unico nome sulla copertina sarà appunto quello di Hunt.

Il lavoro di scrittura verrà comunque affidato ad una lista piuttosto succosa di autori – Christa Faust, David J Schow, James Reasoner, Nicholas Kauffman e Charles Ardai medesimo (che ha spazzolato alcuni premi come autore – sia col proprio nome che sotto pseudonimo).
Considerati gli standard qualitativi fin qui mantenuti da Hard Case, si può tranquillamente credere che anche il prossimo progetto soddisferà le aspettative dei fan.
Certo la copertina in preview promette molto bene.

Gabriel Hunt’s initial adventures are expected to take him to Borneo, Guatemala, Turkey, Egypt, Antarctica, and the Kalahari Desert. He is currently getting his shots.

Non ci resta a questo punto che aspettare l’anno che verrà.
Con fiducia.