strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il miglior gioco in città – 2. Leggere

Secondo post storto in questo dittico, ispirato a discorsi fatti con persone ottime attraverso il web.
Loro ci hanno messo le buone idee.
Io le ho solo distorte e banalizzate.

I was just sweet sixteen
When I saw Saint Steven
Standing on a corner of
The street of dreams
When I needed someone
Badly to believe in
Steven was the answer to my prayer…

L’ho detto… l’ho scritto, in effetti, qualche giorno addietro su un blog qui vicino…

1) A che cosa proprio non sapete resistere?
A un buon libro. Tutto il resto passa in secondo piano.

Che è vero.
Ed è una condanna.
Una maledizione.
L’ammissione di un fallimento orribile.

E quindi ragioniamoci su – nel post precedente abbiamo visto gli inaspettati lati positivi dello scrivere.
Ora diamo una buona occhiata ai lati veramente negativi del leggere.
Buttiamo un occhio all’abisso, e lasciamo che l’abisso butti un occhio a noi.

Mia mamma, che si preoccupava che io potessi venire su un po’ strano con tutti quei libri di fantascienza. mi domandava spesso…

Ma non sarebbe meglio leggere libri che parlino della realtà?

E lei pensava a romanzi storici, a biografie…
Ed era piuttoisto difficile allora spiegare che, per dire, Dune parla molto di più della realtà di quanto non faccia, chessò, la biografia di Caterina de’ Medici.
O meglio, che la realtà come è gestita in Dune è più utile, più immediatamente fruibile, costituisce un miglior allenamento per il futuro, della biografia di una vecchia maneggiona morta da secoli.

Però c’era un nucleo di verità, in quella domanda che mi rivolgeva la mia mamma, ed il nucleo si ottiene con un semplice edit… Continua a leggere


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La mia croce sull’altra collina

Prendo l’avvio dal più recente post di Elvezio Sciallis su Malpertuis – come ho fatto spesso in passato, e come spero di poter tornare a fare in un prossimo futuro – e da un paio di frasi in particolare (l’editing è mio per motivi di spazio – voi leggetevi il post per intero).

Dovendo gestire in modo diverso il mio tempo in Rete e fuori dalla Rete ho semplicemente tagliato qualsiasi lettura in italiano.
[…]  non leggo più nessun sito italiano e da fine giugno non tocco libri di genere pubblicati nello Stivale.

Ed è purificante e rilassante.

Altrove, come già detto, critica, pubblico e autori, sia in campo cinematografico che letterario, hanno un rapporto totalmente diverso e (ovviamente a mio avviso) ben più sano della schizopatologia nostrana […]
Per l’ultima volta: all’estero escono antologie e romanzi horror STUPENDI che costano la metà e anche meno rispetto a quelli italiani, datevi una mossa con il dannato inglese.

Non posso che sottoscrivere.
Si pubblicano in lingua inglese anche eccellente fantascienza, ottimo fantasy, polizieschi originalissimi, grande aventura, fantastici libri di cucina, impareggiabili saggi storici e la divulgazione scientifica ha certamente una marcia in più.
Si pubblica anche ciarpame?
Certo, a carrettate.
Ma non è di questo che intendo parlare.
Il fatto è che le parole di Elvezio rieccheggiano quelle sentite da più parti negli ultimi mesi, da parte di amici e conoscenti che lentamente e silenziosamente se ne stanno andando dal genere così come il genere viene vissuto in Italia.
E non solo rifornendo le proprie biblioteche e videoteche all’estero, ma trasferendo verso altri lidi – reali o virtuali – le proprie attività.
Alcuni hanno trovato da pubblicare in Francia, o nei paesi anglosassoni.
Altri semplicemente hanno deciso di non etichettare più il proprio lavoro come “fantastico”, considerando ormai l’etichetta compromessa irrimediabilmente nel nostro paese.
Altri ancora si ostinano a pubblicare libri – saggistica, divulgazione, critica – pur sapendo che non verranno letti, o che se veranno letti non usciranno da un circolo molto ristretto… “invece di scriverlo potrei telefonartelo”.

Non si tratta di GAFIA – queste persone non stanno abbandonando il genere.
Stanno abbandonando il milieu nazionale.
I lettori passano all’inglese.
Gli autori passano a Interzone, a Weird Tales, a Sybil’s Garage.
I critici recensiscono le nuove uscite della Tor.
I piccoli editori valutano seriamente l’idea di chiudere.
Stanchi di essere sempre e solo “gli altri”, nelle parole di un’amica disgustata, stanno uscendo dalla palude.
O se preferite un’altra metafora, ciascuno a modo suo, essendo questa ormai troppo affollata ed esclusiva, stiamo portando la nostra croce su un’altra collina.

Il danno al genere, nel nostro paese, che deriverà da questa lenta trasmigrazione, non può essere minimizzato in alcun modo.
Indubbiamente, è bene tributare il dovuto rispetto a chi, nelle pur malandate condizioni del mercato nazionale, continua a tener duro ed a fare il proprio lavoro, a portare avanti la propria passione.
Ma senza dimenticarsi degli altri e della loro lenta marcia oltre confine.
Ad andarsene non sono – come vorrebbero alcuni – i falliti, quelli che non ce l’hanno fatta, i soggetti passivi, pieni di invidia e livore, di una ipotetica selezione naturale nella quale i più adatti hanno trionfato.
Si tratta di una lenta, inesorabile perdita di voci critiche e di voci atipiche all’interno del panorama.
Si tratta di un lento, inesorabile cedere il campo ad una critica fatta di post su blog tutti uguali (a volte addirittura in modo sospetto) e tutti ugualmente entusiasti a prescindere, ad una narrativa obbligata ad omologarsi per poter “uscire”.
Si tratta di una definitiva legittimazione – per astensione – di un ambito nel quale la reazione offesa o stizzita è la risposta standard a qualsiasi giudizio negativo, nel quale la serrata unilaterale e l’indifferenza ostentata sono la risposta standard a qualsiasi nuova iniziativa che non provenga dall’interno del nostro circolo, nel quale solo quelli che la pensano sempre e comunque come noi hanno talento e meritano spazio.

E come tutti gli impoverimenti ecologici, anche la lenta migrazione degli altri, rappresenta l’anticamera dell’estinzione.
Perché dove si andranno a cercare le voci originali quando la moda narrativa cambierà e le ragazzine che ora trainano il mercato non vorranno più una ennesima fantasia di stupro col vampiro, ma pretenderanno una storia diversa?
Riuscirà il mercato a crescere nella sua offerta col crescere dell’età media dei lettori?
O ci si rassegnerà a perderli dopo i diciotto anni, affidandoli alla TV, e contando sul bacino costituito dalle nuove generazioni?
E se le nuove generazioni dovessero volere qualcosa di nuovo?
Basterà nascondersi dietro ad un nuovo pseudonimo e fagocitare una nuova formula?
Basterà poter contare sull’amico editor presso la famosa casa editrice, per pagare l’affitto?
O non sarebbe meglio avere a disposizione una pluralità di voci, di stili, di idee, di contenitori?
E chi penserà a mantenere vivo l’interesse del pubblico adolescenziale quando gli adolescenti – come spesso capita – cresceranno, e chiederanno narrative più complesse, critica che non sia solo esegesi testuale ossessiva, un rapporto lettore-autore o lettore-editore che non sia solo genuflessione ed adorazione incondizionata?

Ma forse qui abbiamo toccato un tasto dolente.
Forse non si desidera alcuna crescita del pubblico oltre il livello adolescenziale.
Non si desidera alcuna seria critica al di là di ciò che si può tranquillamente delegittimare.
Non si desidera alcuna evoluzione, alcuna crescita, alcun mutamento.

Forse, chi dovrebbe davvero aver paura del fatto che così tanti se ne stiano andando, ha molta più paura che costoro possano tornare.

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