strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Si può fermare il segnale?

you can't stop the signal copyAvrei voluto fare, oggi, un post su uno di questi tre argomenti: a) come si scrive una sinossi che non faccia schifo; b) perché i Kickstarter nel nostro paese sembrano destinati alla catastrofe; e c) come ci si sente a partecipare ad una conversazione nella quale tutti gli altri partecipanti ci ignorano ostentatamente (il che significa, naturalmente, che non stiamo partecipando affatto).
Ma poi ho cambiato idea.
E vi parlo di questo…

Due mesi or sono, ho fatto un esperimento.
Avevo sul mio hard disc tre racconti che erano fermi da anni, e che non avevo mai avuto granché voglia di pubblicare – cose scritte per fare esercizio, cose scritte per gioco o per scommessa. Ben scritte, se me lo dico da solo, ma ormai non più di interesse, per me.
Le ho impaginate, ho messo una copertina, e ho caricato l’ebook su Amazon.
Con uno pseudonimo.
Il prezzo, esattamente quello consigliato automaticamente da KDP per quel genere, e quel numero di pagine.
Niente pubblicità, niente annunci, niente di niente.
In due mesi, cosa è capitato? Continua a leggere

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La patacca

Non ci si può distrarre un attimo, vero?
Io mi prendo tre giorni liberi, e il caos erutta.
Ora capisco perché Batman non va mai in vacanza.
Ma io scherzavo, quando dicevo che ho una doppia vita, come Bruce Wayne ma spiantato.
No stinking badges, The Monkees 1967[17]

Comunque – l’avete saputo della patacca, vero?
No?
Ok, è una storia che fa più o meno così – esiste una associazione.
Voi vi associate.
Poi spedite loro il vostro ebook autoprodotto.
Se secondo loro il vostro ebook fa schifo, loro vi spiegano perché.
Se secondo loro il vostro ebook non fa schifo, loro vi appiccicano una patacca sulla copertina, che certifica la qualità del vostro ebook.

Siamo di nuovo al problema della certificazione, e del gatekeeping.
Ne abbiamo parlato pochi giorni addietro.
Buttate un occhio a quel post, se vi serve una rinfrescata, poi andiamo avanti, questo è un pork chop express. Continua a leggere


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In catena di montaggio

Ray Davies, Koninklijk Circus - Brussels - 1985

Ray Davies, Koninklijk Circus – Brussels – 1985 (Photo credit: Wikipedia)

Io dico sempre che quando si tratta di musica, della musica che ascoltiamo, il fattore critico, l’unico vero discriminante, è se e come l’artista riesce a parlare a noi e di noi.
E io l’ho detto, per me un autore che ha sempre parlato a me e di me è stato e rimane Ray Davies.
E oggi Ray Davies mi aiuta in questo improvvisato ma sentito pork chop express.

All my life I’ve been a workin’ man
When I was at school they said that’s all you’ll ever understand
No profession, didn’t figure in their plans
So they sent me down the factory to be a workin’ man

E così ora c’è questa strana faccenda di chi si pubblica da sé.
Ne avrete sentito parlare, probabilmente.
Da una parte, ci sono quelli che sparano a zero.
Ipotetici opinionisti indipendenti, autori dubbiamente “certificati” (di solito da se stessi), portavoce di case editrici più o meno grandi, autori indignati.
Tutti certi che l’autoproduzione, il self-publishing (guai poi a parlare di authoor/publisher) siano dei patetici disperati alla ricerca di un minimo di attenzione, avidi accattoni dispostia  tutto per qualche centesimo, fautori della bassa qualità, individui irrispettosi del lettore, nemici della cultura.
Attention whores.

È come se ci fosse una guerra.
Ma non c’è nessuna guerra.

Then music came along and gave new life to me
And gave me hope back in 1963
The music came and set me free
From working at the factory

Dall’altra parte, ci sono iniziative sommariamente discutibili, come il progetto di Pop-publishing della Mondadori (“non è self publishing,è pop publishing”), o Libro/Mania azienda sponsorizzato da Newton Compton e De Agostini, che si propongono di fornire agli autoprodotti informazioni, istruzione, e una tacita “certificazione”.
Gratis.

Never wanted to be like everybody else
But now there are so many like me sitting on the shelf
They sold us a dream but in reality
It was just another factory

L’impressione è forte, che il desiderio sia quello di inquadrare in qualche modo gli autoprodotti, riconducendoli in qualche modo all’interno della struttura tradizionale.
Mantenere l’editore nel ruolo di gatekeeper.

Tutto ciò, naturalmente, con l’intento benevolo ed altruistico e disinteressato di migliorare gli autori, premiare i meritevoli, e tutelare il povero lettore che – ne abbiamo già parlato – sarebbe altrimenti affogato in un mare di ciarpame mal scritto e peggio prodotto.

I made the music, thought that it was mine
It made me free but that was in another time
But then the corporations and the big combines
Turned musicians into factory workers on assembly lines

Ora, credo che chiunque sostenga che “l’editoria tradizionale è il male” sia tanto sciocco e carico di pregiudizi quanto chi strepita che “gli autoprodotti fanno tutti schifo”.
Gli assoluti non appartengono a questo mondo, e quando viene affermato un assoluto qualcuno da qualche parte dovrà pagare.

Il vero problema è che l’ecosistema è ormai sempre più affollato, c’è sempre meno spazio, e quindi la competizione si è semplificata – entità che un tempo potevano felicemente ignorarsi, ora si sentono in concorrenza.

In generale, si sta tentando di mantenere un modello commerciale – secondo ilquale l’opera dell’autore necessita una serie di validazioni che l’autore da solo non può fornire.
O che, qualora l’autore si organizzi per poter fornire (come nel caso di un editing professionale) devono venire inqualche modo sminuite.

Il progetto generale (quale che sia il brand o la realtà che lo spinge – lo stanno spingendo in tanti) non vuole tutelare né gli autori, né i lettori, né, in ultima analisi, gli editori.
Non è neanche una diabolica cospirazione – che peraltro solleticherebbe il mio spirito pulp.
È semplicemente un sistema auto-organizzato, un modello di mercato, non dissimile da quello della fabbrica di stampo fordiano, con ruoli definiti e immutabili, che vuole preservare se stesso.

E ora, Working at the Factory, di Ray Davies.
The Kinks.

They sold us a dream that in reality
Was just another factory
Working at the factory