strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Peking Opera Blues (1986)

tumblr_m6v0h6l9BR1rt9bfvo1_400Questo è un post fuori programma.
Il fatto è che mi sono ritrovato a parlare, un paio di sere addietro, di un film che mi piace molto, e che è terribilmente interessante, e perciò ho deciso di infliggervi le mie chiacchiere a riguardo*.

Il film si intitola Do Mah Den – che sarebbe un’espressione gergale per indicare gli attori che nell’Opera di Pechino fanno le parti delle donne guerriero, ma che viene spesso frainteso (volutamente) come un riferimento alla rivoluzione cinese – ed è noto in occidente come Peking Opera Blues.
L’uso del termine “Blues” nel titolo è uno dei marchi di fabbrica del regista e produttore Tsui Hark, talvolta definito “lo Spielberg di Hong Kong”.

Il film è del 1986, interamente girato in studio di posa (anche gli esterni sono ricostruiti in sound stage), con il solo ausilio di effetti speciali meccanici, e si avvale dell’interpretazione di tre star assolute del cinema di Hong Kong, vale a dire Brigitte Lin (probabilmente l’attrice più pagata, all’epoca), Cherie Cheung (famosa per i suoi… ehm, numeri, e gettonatissima interprete di commedie scollacciate) e la cantante e attrice Sally Yeh (che sarebbe diventata famosissima con The Killer di John Woo, e che per questo film vinse un meritatissimo premio come migliore attrice**). Continua a leggere


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Paraletteratura

Oggi segnalo un buon libro che credo interesserà parecchi dei frequentatori abituali di queste pagine.
Si tratta di un libro italiano, scritto da un italiano, e che parla dell’Italia – un bel saggio sulla letteratura.
O se preferite, sulla “paraletteratura”.
Il volume non è recentissimo – è uscito nel 2011 – e si intitola Generi della Letteratura Popolare.
L’autore è Valentino Cecchetti, l’editore è Tunué.
È un bel brossurato massiccio, di oltre 400 pagine.
Si vende in cartaceo per poco meno di venti euro.
Considerando che si tratta di un serio saggio di taglio accademico, li vale tutti.

Ma di cosa diavolo parla, il libro di Cecchetti?
Il sottotitolo è rivelatore – Feuilleton, fascicoli e fotoromanzi in Italia dal 1870 a oggi.

generiDentro c’è tutto – o quasi.
C’è Salgari.
C’è Carolina Invernizio.
C’è Nick Carter.
C’è un sacco di Nick Carter… ma quanti ne hanno scritti?
C’è l’ascesa della letteratura popolare nel nostro paese dall’Unificazione in poi, e forse, scavando in queste pagine scritte fitte, potremmo anche rintracciare le ragioni della crisi della lettura come intrattenimento nel nostro paese, le politiche editoriali che amiamo odiare, la letteratura come industria.

Ammetto di non amare la definizione di “paraletteratura” appiccicata al genere.
Sembra sottintendere che ciò che piace al pubblico sia qualcosa di diverso, di solo vagamente connesso alla letteratura.
Sembra sottintendere che ciò che scrivo, e ciò che leggo, è “para-” rispetto a ciò che ha scritto qualcuno che ha un pedigree migliore del mio.
Sulla base della decisione di coloro che assegnano i pedigree.
Mi fa venire in mente una definizione colta giorni addietro, su un blog contiguo, da un commentatore che parlava di testi scientifici scritti “per il volgo”.

Ma Cecchetti non è assume toni di superiorità, non è sprezzante verso il genere.
Lo analizza, nella sua evoluzione storica, tracciando le bibliografie di autori e personaggi che furono colossali, e spesso oggi sono dimenticati.
Si concentra sul poliziesco, sul rosa, sull’avventura esotica salgariana.

È una lettura interessante, e a tratti un po’ triste.
C’è anche una bella prefazione, di Franco Pezzini.
Ma lo sapete che Franco Pezzini è amico mio, e quindi eviterò di parlarne benissimo.

La lettura è consigliata.
Potrà strappare qualche risata qua e là, a certe vicende, a certi aneddoti, e a volte un moto di stizza.
Ci introdurrà ad un linguaggio critico utile per descrivere il nostro mondo.
Potrà sorprenderci, e forse infastidirci.
Ma, nel bene e nel male, questo è il passato dal quale proveniamo.

Ah, già… un difetto?
Ci vorrebbe un indice analitico.


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De Genere – Franco Pezzini all’Indice

Segnalazione rapida e (spero) indolore, anche se ancora una volta parliamo di libri e di critica.
L’Indice dei Libri – rivista della quale abbiamo già parlato in passato – ha un blog su Blogspot.
Uno di quei blog che è piacevole tenere d’occhio.

Fra le rubriche ospitate, segnalo in particolare De Genere, pagina gestita dall’ineffabile Franco Pezzini, che è il caso di bookmarcare immediatamente.
Divertente, divertito e come sempre di una sottigliezza straordinaria, Franco parla, appunto, del genere, in senso letterario.
Imperdibile.

Sì, ok, la gente de L’Indice mi sta simpatica.
E Franco Pezzini è amico mio.
E oltretutto ha appena pubblicato un post nel quale il mio nome compare con inquietante frequenza.

Ma cosa volete farci – esistono casi in cui dobbiamo per forza parlar bene delle persone che rispettiamo.
Fatevene una ragione.


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Cambiare il mondo

Sulla questione generi, Alex McNab è lapidario (e fa bene)

io scrivo di determinate cose perché mi piace innanzitutto leggerle. E, nella sconfinata presunzione tipica di ogni scribacchino, penso e spero di poterle “riscriverle” (prendi questo termine con le pinze) meglio. Meglio per me e meglio per i lettori.

E se torniamo all’originaria osservazione di IguanaJo,

Io credo che anche il più mercenario degli autori in fondo scriva per cambiare il mondo, ma oh… si accettano anche proposte alternative.

Esiste forse una presunzione più sconfinata, di quella di voler cambiare il mondo?
Però. il caso vuole che proprio stasera, prima di mettermi a scrivere queste righe, io abbia finito un bel libro (postrò domani o dopo le mie impressioni), e due pagine prima della fine ho trovato questa frase.

L’arte è un’azione generosa – succede quando un essere umano crea una connessione con un altro essere umano, e genera un cambiamento.

Che non è una frase di Pablo Picasso (quella si trova nella pagina successiva), ma di Seth Godin.
E per quanto io sia sempre estremamente restio ad usare la parola arte, perché l’ho trovata spesso come marchio dei palloni gonfiati, credo che sia corretta, come interpretazione.

Scriviamo davvero per cambiare il mondo, o per indurre un cambiamento nel prossimo?
E se è così, come speriamo di riuscirci, racontando la storia di un centurione romano un po’ burino che si spintona con gli uomini-sciacallo e si spupazza (o si fa spupazzare da) una polposa principessa egizia?
Non siamo un po’ lontani, per dire, dal Cantico dei Cantici, o dal Sutra del Loto, o dal Come fare amicizia e influenzare le persone?

Il genere, abbiamo detto, è prima di tutto un set di aspettative e poi, una collezione di restrizioni che tuttavia non limitano, ma piuttosto disciplinano la scrittura.
Strumenti, non ostacoli.
Basta imparare ad usarli (dici niente). Continua a leggere


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Perché lo facciamo

… e poi arriva l’Iguana.
Il silenzio di IguanaJo sulla mia lunga sequenza di post a tema narrativo cominciava a preoccuparmi.
Stai a vedere che ho toppato di brutto, pensavo.

E invece, come nei film di kung fu, l’avversario tosto arriva per ultimo…

Detto questo mi pare che manchi solo un tassello per completare il quadro.
[…]
Voglio dire, perché un autore preferisce il racconto storico a quello fantasy? O la fantascienza al realismo? O lo spionaggio al romanzo di denuncia?
Ovvero, perché si scrive quello che si scrive? Soprattutto quando lo si scrive per farlo leggere, intendo.
OK, ci sono i soldi e la gloria, ma credo che da soli non bastino a giustificare le ore spese al computer a scrivere, o in biblioteca a fare ricerca.

Io credo che anche il più mercenario degli autori in fondo scriva per cambiare il mondo, ma oh… si accettano anche proposte alternative.

E questo significa almeno altri due post.
Bello liscio.
(e ovviamente intendevo avversario in maniera assolutamente non-aggressiva – solo che “interlocutore” e “kung fu” non stanno così bene insieme)

Da dove cominciamo?

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Indistinguibile dalla magia

Cosa tocca fare per farsi venire una buona idea.
Per dire…. l’idea di questo post arriva da un commento fatto da Cyberluke ad un post di Alex Mcnab.

Il commento fa più o meno così

Quello che non mi piace del genere fantasy è che, con al scusa della “magia”, si giustifica qualsiasi stramberia creativa.
“E, per magia, si ritrovò a cavalcare il drago azzurro per i cieli violetti di Strundmullandia”, voglio dire.

Ora, io mi trovo a concordare con questa osservazione, e anche no.
Concordo, perché anch’io detesto gli autori che mi sbattono lì la prima soluzione sbrigativa che gli viene in mente, e se faccio un’espressione strana mi dicono, eh, sai, è magia…

Ma allo stesso tempo, non considero questa autentica piaga un tratto caratteristico del genere fantasy, quanto piuttosto del genere fantasy scritto male.

(e non dubito che per Cyberluke sia la stessa cosa – ma la sua generalizzazione mi serve per avere un pretesto e infliggervi quanto segue).

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Le fantasie degli altri

Strategie evolutive si spegne per una settimana circa, mentre il barista/pianista/gestore del locale si sposta ad Urbino per doveri di dottorato.
Non piangete, cari lettori – non sarà poi così lungo.

E dovendo sospendere i lavori per qualche giorno, mi pare il caso di lasciare il pubblico con un bel pork chop express.
Una riflessione che è venuta fuori ieri al Salone del Fumetto, durante la presentazione dell’antologia Alia (sì, ok, dopo quel certo incontro), e che a detta di alcune persone dell’opinione delle quali mi fido, merierebbe di essere ampliata.

Ed allora comincio qui, metto giù un paio di note, e vi lascio per una settimana a pensarci e a discuterne fra voi, se avete voglia – chiedendo in anticipo scusa se qualcuno dovesse restare fuori dai commenti data la mia impossibilità di approvare i post.

La mia osservazione, quindi – uno strumento eccellente (non l’unico, forse non il migliore, ma eccellente) per conoscere davvero una cultura diversa dalla nostra, consiste nel leggere la loro narrativa popolare.
I polizieschi.
La fantascienza.
L’orrore.
I romanzi rosa.
Non i classiconi, non le pietre miliari – importantissimi, eh, quei libri, ma non subito, non a digiuno.

Ricordo che quando Alia muoveva i primissimi passi (tempi eroici in cui i dinosauri dominavano la terra), molti lettori “forti”, vicini al progetto ed interessati, si dissero incapaci di avvicinarsi con serenità ai testi giapponesi, mancando di “punti di riferimento culturali”.
Ricordo anche che trovai la cosa ridicola.
Queste persone non avevano intenzione di leggere fantascienza e fantasy… per paura che fossero troppo diversi?
Diversi da cosa?
È da sempre che il fantastico e l’immaginario ci parlano della realtà descrivendo qualcosa di completamente diverso!

Il genere innesta dei filtri, vedete.
Il poliziesco ha una sua struttura, delle sue regole, mi fornisce dei punti di riferimento.
L’orrore fa leva su elementi comuni e li cucina in salsa locale.
La fantascienza ed il fantastico in genere prevedono una certa diversità, un certo esotismo, e smorzano perciò lo chock di confrontarsi con qualcosa di completamente diverso.
Il romanzo rosa… beh, immagino ci dica un sacco di cose sulle convenzioni sociali, in termini molto molto semplici.
(ammissione di un lettore onnivoro – ho letto un solo rosa nella mia vita, per studiarne la struttura, e mi sono annoiato a morte. Meglio, infinitamente meglio l’erotismo, quando è scritto bene, che lì almeno ci si diverte…)

In confronto a questi semplici generi, la letteratura davvero difficile rischia di lasciarci disorientati.
L’umorismo, ad esempio.
Ecco – io ho capito che sotto c’era la fregatura quando, dopo anni che me la menavano con “l’umorismo demenziale” di Rumiko Takahashi, ho letto Frederik Schodt e ho scoperto che non era assolutamente demenziale – semplicemente ci eravamo persi i riferimenti culturali.
E, già che ci siamo, sì, è per questo che io i mangamaniaci li tengo a distanza di braccio.
Perché bluffano – e spesso ignorano altezzosamente il contesto culturale.
“È assurdo perché deve essere così!”
Certo, come no…

Poi, ok, bisognerebbe leggere in originale, bla bla bla.
Facciamo ciò che possiamo.
Però anche una buona (e sottolineo buona) traduzione va più che bene.

Bisogna leggere i romanzi d’avventura – per avere un’idea di cosa sia che risveglia il desiderio di fuga di quella gente.
I romanzi per ragazzi, per sapere cosa sognino gli adolescenti – e cosa pretenda daloro la società.
È l’immaginazione che ci apre le porte ad altri modi di vedere e mediare la realtà.
Sono le fantasie defgli altri, che ci aiutano a capirli.

Unico problema – per leggere e capire, ed usare, il genere degli altri, dobbiamo conoscere bene il nostro.
Specie i generi dalla codifica più plastica – il fantasy, la fantascienza.
Perché i generi si contaminano, si intrecciano, si scambiano elementi.
Sono linguaggi.

Forse l’unico mezzo altrettanto efficace per avvicinare una cultura diversa dalla nostra è la musica popolare.
Occhio – non il folk, e non il pop di MTV.
La musica che ascolta le gente.

E così ho una scusa per lasciarvi mettendoci anche un video…


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Il secondo Gabriel Hunt

Avevo parlato abbastanza entusiasticamente del primo romanzo del franchise Gabriel Hunt, uscita pulp-avventurosa per Charles Ardai e i suoi compari della Hard Case Crime, forse la miglior casa editrice di hard-boiled vecchia maniera sulla piazza.
A differenza dei romanzi Hard Case, le storie di Gabriel Hunt appartengono tutte ad un unico continuum, hanno una forte componenta di azione e più che una traccia di fantastico sovrannaturale, e ruotano attorno alle avventure di un personaggio ricorrente, il Gabriel Hunt del titolo.
Anche l’autore dei romanzi (di volta in volta, un diverso ma un variamente titolato letterato “in vacanza”) si nasconde dietro allo pseudonimo di Gabriel Hunt.
Se l’espediente funzionava per Ellery Queen…

Passi l’aver letto (e centellinato) il primo titolo della serie.
cover_big.jpgAcquistare e divorare anche il secondo, Hunt Through the Cradle of Fear, significa cedere al lato oscuro del geekdom, e mettersi implicitamente in coda per acquistare e divorare anche gli altri titoli della serie.
E d’altra parte, ha probabilmente ragione il Time quando intitola “Indiana Jones Is Dead. Long Live Gabriel Hunt” la lunga intervista ad Ardai sulla genesi ed il futuro del personaggio.

Parliamoci chiaro – questa non è grande letteratura.
I personaggi sono di cartone, la trama si regge sul ritmo e sul succedersi degli eventi, sulla classica formula di Lester Dent per il buon thriller.
Rispetto al precedente Well of Eternity, praticamente un giro di prova, Cradle of Fear propone lo stesso inarrestabile globetrotting, le località esotiche (Ungheria, New York, Egitto, Grecia…), la bella in pericolo, il succedersi di minacce progressivamente più letali e inesorabili, l’antico mistero…
Charles Ardai (è lui questa volta che si maschera dietro lo pseudonimo di Gabriel Hunt) è la mente dietro al franchise, e quindi si prende più spazio per approfondire un minimo la backstory.
Nelle sue mani Hunt è un po’ meno bidimensionale, un po’ più simpatico.

Questa dicevamo, non è letteratura.
È puro intrattenimento.
E se qualcuno osserverà che non si tratta certo di Proust, ha perfettamente ragione. Ma non c’è scritto Proust sulla copertina.
Volumi sgargianti e veramente tascabili, fatti per essere letti in treno, in tram, o cacciati in una tasca dello zaino andando a fare una scampagnata.
Leggeri nel formato fisico e nel contenuto.
Ma non disattendono assolutamente il contratto col lettore – li avete acquistati perché volevate azione e intrattenimento.
Azione e intrattenimento vi vengono forniti.
A carriolate.

Ciò che rimane altamente didattico – ma a posteriori – è lo straordinario livello mantenuto dai moderni perpetratori di pulp anglosassoni, nonostante la formula e tutte le sue implicite restrizioni, in termini di qualità e freschezza.
L’impressione è che – a parità di pseudonimi e serialità a cottimo – gli anglosassoni non si vergognino affatto, al contrario delle loro controparti nostrane, di scrivere narrativa d’intrattenimento.
Non hanno perciò, né la necessità di flettere improbabili muscoli accademici, né la tentazione di cedere al pattume per “dare alla gente ciò che la gente vuole” che normalmente rendono stridenti le offerte avventurose dei nostri connazionali.

È possibile scrivere pulp e salvare la propria dignità – e rispettare il pubblico.

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