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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Cento anni con l’Uomo Scimmia

Sono passati cento anni da che Edgar Rice Burroughs, giovanotto di belle speranze con molte variegate esperienze alle spalle e intrappolato in un improbabile lavoro di rappresentante di temperamatite, si mise d’impegno per scrivere una storia avventurosa come gli sarebbe piaciuto leggere, disgustato da ciò che veniva pubblicato sulle riviste che gli capitava di acquistare.

Nel 1912, Burroughs pubblicò due romanzi.
Uno era Under the Moons of Mars, alias A Princess of Mars, il primo romanzo del ciclo di John Carter.
L’altro era Tarzan of the Apes, il primo romanzo del ciclo di Tarzan.

Ora, di Tarzan abbiamo discusso estesamente in passato.
Rip-off dei Libri della Giungla di Kipling1, metafora del buon selvaggio, concentrato di superominismo, testo fondante della letteratura pulp, testo sacro su una divinità moderna (a sentire Farmer), romanzo tutt’altro che per ragazzi declassato a narrativa per ragazzi, punto nodale delle vicissitudini avventurose di tutti coloro che venenro prima e di tutti coloro che sarebbero venuti dopo in letteratura (a sentire Farmer, e due), ispiratore di uno dei più grandi personaggi cinematografici di tutti i tempi, uno dei grandi seduttori della narrativa popolare…

C’è a chi non piace.
Succede.

Come ho sostenuto altrove, la potenza di Burroughs non risiede nella sua tecnica di scrittore (che pure è solida, semplice ma efficiente), ma nella sua insuperabilità come narratore. Continua a leggere