strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Jack lo Squartatore e la morte del blog

Ve lo hanno detto, di recente, che la blogsfera è morta?
Che si è parlato troppo, di cose futili?
Che i blogger erano arroganti e presuntuosi, e si erano illusi di fare soldi a palate o di essere “scoperti” da qualche grande editore, e poi invece nulla?
L’avete saputo?

A me lo hanno ribadito un paio di volte, nelle settimane passate.
E io come al solito mi sono chiesto, sarà vero?
E così, durante l’ora d’aria qui nel Blocco C della blogsfera, ho chiesto ai miei vicini di cella se era vero, che i blog sono alla canna del gas, se davvero l’arroganza e la presunzione dei blogger hanno portato alla morte – nel nostro paese e solo nel nostro paese – del blog come mezzo di comunicazione.

E i miei compagni di prigionia, certo, mi hanno detto. Guarda Redjack.

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E io non ho potuto fare a meno di guardare Redjack – anche perché Redjack è il blog di mio fratello1. Continua a leggere


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Perché le recensioni non tirano più

article-2223626-15B34CD1000005DC-759_964x517Quando ci troviamo per l’ora d’aria, qui nel Blocco C della Blogsfera, uno degli argomenti dei quali si chiacchiera, seduti al bordo del campo di basket, negli ultimi tempi, è come improvvisamente le recensioni non facciano più tutte le visite che facevano una volta.

Che si tratti di libri, film, fumetti, dischi, tutti concordano sul crollo dell’interesse per le recensioni.
Si salvano le recensioni dei telefilm – che sonouna sicurezza, una rece secca alla settimana, e un bel po’ di polemiche perché pare che i telefilm siano diventati una nuova religione.
Ma anche lì i numeri sono bassi.

Cosa è successo?
Dove son finiti tutti quelli che leggevano le recensioni?
Beh, io ho una teoria. Continua a leggere


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L’altro social network

Google+, questo sconosciuto.
Non so se siete come me – è molto probabile che siate molto più svegli, ma se siete come me, probabilmente avete un profilo su Google+.
E se siete come me, o magari anche più svegli, continuate ad esere abbastanza perplessi su quale sia l’effettiva utilità di Google+.

Io lo ammetto, ho fatto l’account su Google+ per dare una maggiore visibilità ai miei blog, e per vedere se era possibile usare Google Hangouts per giocare di ruolo*.

Guy-Kawasaki-What-the-Plus-266x400Ma non ne ho mai fatto granché.
Ora però sto leggendo What the Plus! di Guy Kawasaki.
E sto cominciando a scoprire un sacco di cose su Google+ che non sapevo e che non ci sono nella documentazione ufficiale.

Il libro (o ebook) è del 2012, ed ha quindi il difetto di essere statico – specie considerando la snervante abitudine di Google di ridisegnare le proprie interfacce.
L’interfaccia di G+ è cambiata radicalmente nei dodici mesi trascorsi dall’uscita del volume.
Tocca darsi da fare per trovare i pulsanti e le opzioni, perché non sono più dov’erano prima.
Succede.

A parte questo, il volume è ottimo – come mi pare ormai chiaro siano ottimi tutti i progetti di Kawasaki.
Lo scopo del volume è dichiaratamente doppioScreenshot from 2013-09-30 21:03:44
. mettervi in condizione di usare al 100% le potenzialità di G+
. invogliarvi ad usare G+ anziché Facebook, Twitter o Pinterest.

Alla prima voce, si scoprono un sacco di cose interessanti, che Google pare aver deciso di nascondere con cura ai propri utenti.
Per darvi un’idea, vi copi l’indice del libro.
Le potenzialità sono evidenti.

Il secondo scopo è dichiarato in spirito di trasparenza – Guy Kawasaki è la persona che Google ha pagato per fare pubblicità alla piattaforma.
Lui ha deciso di farlo spiegando a fondo la piattaforma, con entusiasmo e non poco umrismo.
Ci sono metodi molto meno costruttivi.

Cambierà la mia vita?
Non credo.
Ma è conciso, divertente, e mi spiega come usare uno strumento che potrebbe essere utile.
Quindi, perché no?

Aggiungo che ora un terzo volume di Kawasaki, il fantomatico Enchantment, è sulla mia lista della spesa.
Guy Kawasaki, al di là di tutto, mi rimane estremamente simpatico.

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* È possibile!


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Cinque cose che ho imparato da Karavansara

karavansara-buttonIl mio blog di lingua inglese, Karavansara, sta bene e vi saluta tutti.
Sono ormai nove mesi abbondanti che l’esperimento procede – e con gennaio 2014 Karavansara uscirà dalla fase di shakedown, e comincerà a lavorare a pieno regime*.

Da esperimento, a scusa per obbligarmi a scrivere in inglese, a blog a pieno titolo con una sua piccola comunità di lettori fissi, gestire Karavansara è stata una grande esperienza di apprendimento, e nel complesso un gran divertimento.

E quindi, perché non tediarvi elencando cinque cose che ho imparato gestendo un blog in un’altra lingua?

 release. il template conta
Non finirò mai e poi mai di dire bene di Yoko, il template di WordPress che ho caricato su Karavansara.
È leggero, molto flessibile, e zeppo di features – mi ha permeso nel corso di questi mesi di modificare l’aspetto del mio blog senza dover cambiare template (con conseguente sbalestramento dell’impaginazione e quant’altro).
Gli effetti speciali (dalla possibilità di marchiare i post con un elemento grafico distintivo alle categorie speciali per post costituiti solo da un link, o una citazione) aiutano moltissimo a rendere caratteristico il blog senza dare troppi grattacapi.
Ed è abbastanza chiaro da garantire una buona navigazione.

  . i temi sono per i deboli – anche se…
A differenza di strategie evolutive, che è un baraccone dove anything goes, Karavansara è nato con uno spettro di temi abbastanza stretto e specifico (narrativa, Oriente, avventura pulp), ed ho cercato il più possibile di restare aderente a quella breve lista.
Questo mi era parso un dato positivo in partenza, a metà corsa mi ha fatto sentire un po’ limitato, finché non mi sono reso conto che i temi sono per loro natura fluidi.
Si può spaziare pur restando in vista del tema centrale.
Karavansara non sarà mai il circo equestre che è strategie evolutive – ma c’è parecchia libertà, e credo che lo manterrò a questo livello.
Il pubblico pare apprezzare.

karavansara schedule . avere un palinsesto è importante
Altra seria differenza rispetto a strategie, Karavansara ha un palinsesto, una programmazione di massima dei post.
Questo mi aiuta a restare in carreggiata, ed aiuta i lettori a seguirmi.
È particolarmente importante, io credo, proprio in partenza, nei primi mesi, perché facilita il lavoro a chi mi segue ma non mi ha ancora agganciati al feed reader.
E facilita il lavoro a me!
Posso fare sei post del venerdì in una serata, e e sei post del lunedì la sera dopo, se ho tempo e voglia.
Ma non ho mai avuto intenzione di farmi intrappolare eccessivamente – lasciarsi degli spazi liberi nella tabella di marcia è indispensabile per restare vivi e non mummificare.
Utile anche notare che il pubblico anglofono pare avere una preferenza per la frequenza rispetto alla lunghezza: meglio tre post da 300 parole a distanza di sei ore uno dall’altro che uno da 900 in una botta unica.
Postare link e media è sempre gradito, e serve a movimentare i contenuti.

  . un orologio a fusi orari multipli chiarisce molte cose
In particolare serve, in accoppiata con le statistice, per scoprire quali sono gli orari di picco e da dove vengono i lettori.
Perché capita magari di avere un picco dal sud est asiatico, e non vederlo o non “capirlo” per molti giorni.
Sapere che ci sono lettori in una certa area geografica, aiuta a parlare con loro.
In fondo è questa una delle caratteristiche veramente diverse fra Karavansara e strategie evolutive – strategie i lettori li ha tutti (beh, ok, il 95%) nello stesso fuso orario, Karavansara no.
Io uso gworldclock per Ubuntu, che è quanto di più spartano si possa immaginare – ma fa il suo sporco lavoro.

 . abbonarsi a Zemanta è indispensabile
Zemanta è un servizio gratuito che vi fornisce statistiche ampliate sulla vostra utenza, ma soprattutto fornisce contenuti extra di qualità per farcire i vostri post. Particolarmente utili sono i related articles, che permettono di segnalare articoli affini su altri blog (ce n’è uno qui sotto).
Funziona anche sui blog in altre lingue – ma su un blog di lingua inglese Zemanta rende al 100% e produce un solido 30% di visitatori in più,oltre ad aggirare abilmente alcuni problemi di tag e affini generati dai famigerati aggiornamenti di Google.
Usando questo aggeggio (vi parassita il browser e compare quando aggionate il blog), ho trovato una dozzina di lettori fissi nelle ultime due settimane.

Extra: anche una pagina Facebook, un board su Pinterest e un canale Twitter possono risultare interessanti, in termini di visite e di contatti – ma questo lo sapevamo già.

311Bonus
 . non bisogna avere paura di provarci
… e di sperimentare.
Non importa se l’idea sembri stramba – o se la prudenza consigli di rifletterci, pianificare, e lasciar riposare la cosa per quelle sei/otto settimane.
Non c’è una commissione di valutazione del blogging, non c’è un ente certificatore per i contenuti, nessuna scuola che rilasci la patente di blogger, non esistono un manuale imprescindibile ed un culto di strangolatori votati ad eliminare chi non ne rispetta le regole.
Provare a fare qualcosa di diverso di solito viene premiato.
Magari con un commento positivo, o dieci visite in più, o due lettori fissi.
O con la consapevolezza che no, così non gira.
È tutto parte del processo di apprendimento.

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* A meno che la mia vita non prenda una piega diversa per qualche motivo, naturalmente.


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A Google non piacciono i miei titoli

No no, non piangete… non intendo lagnarmi del fatto che ci sia stato un calo di visite sul mio blog a causa del malvagio motore di ricerca che tutti amano odiare*.

6_logo_predesignIl discorso è questo – dopo il terremoto causato sul web dall’implementazione dei nuovi algoritmi di ricerca, i famigerati Panda e Pinguino, molti siti che si occupano di SEO (Search Engine Optimization) si sono premurati di provare a dare dei suggerimenti ai blogger ed agli amministratori di sito, su come aggirare il drastico taglio alle visite causato dai cambiamenti.

In breve – piange il blogger: avevo 1000+ visitatori al giorno, ora ne ho solo 450, come posso fare per tornare agli antichi fasti?

Tutti i siti, a cominciare dalla pagina preparata all’uopo dai miei padroni di casa di WordPress, dicono più o meno le stesse cose.

Il primo suggerimento, abbastanza curiosamente, è che dobbiamo avere dei contenuti originali e di qualità.
Google ama i contenuti originali e di qualità

E fosse l’unico, potrei aggiungere – io faccio un post su un vecchio titolo della Fantacollana degli anni ’70, e in capo a una settimana almeno altri tre blog recensiscono lo stesso libro.
Questo, è amare i contenuti originali e di qualità.

Ma ammettiamo che io abbia dei contenuti originali e di qualità, è sufficiente?
Basta, la certificazione stile “Settimana Enigmistica” – vanto decine di imitatori – perché Google mi voglia bene?

Apparentemente no.
Google vuole anche che i miei contenuti originali e di qualità siano univocamente identificati come miei – vuole poter mettere la mia foto vicino al link sulla pagina della ricerca.
Vuole, in altre parole, attribuirmi il merito.
Il che, ammettiamolo, è molto di più di quanto facciano quei tre blogger quando vengono colti inopinatamente dall’ispirazione di recensire gli stessi libri che ho recensito io.

SEO avanzato, al massimo livello

SEO avanzato, al massimo livello

Ora… Come faccio a mettere la mia faccia di fianco al link?
Devo essere utente registrato, avere un profilo G+ e poi… mah, dipende.
C’è una procedura abbastanza bizantina, se siete blogger su WP.com, ma a me l’ha spiegato un contatto indiano che si occupa di SEO avanzato, e l’ho fatto abbastanza alla svelta, e non è servito a nulla.
Ma è ok, uno ci prova.
Mica deve per forza funzionare, no?

Basta questo?
Contenuti di qualità e originali univocamente attribuiti (se mai Google si deciderà a indicizzarli)?

No.
E qui viene la parte veramente divertente.
Il titolo dei miei post.
Il titolo dei miei post deve contenere le parole chiave del post medesimo.
Non i tag o le categorie, badate bene, ma le parole chiave.
Faccio un post sugli spaghetti all’amatriciana?
Il mio post dovrebbe contenere le parole “spaghetti” e “amatriciana” nel titolo.
E nel corpo del testo.
aaaaaaVerrebbe insomma una cosa così…

Come preparare gli Spaghetti all’Amatriciana

In questo post, parleremo degli spaghetti all’amatriciana, ed in particolare di come si preparano gli spaghetti all’amatriciana.
Ora, per preparare degli squisiti spaghetti all’amatriciana, servono, prima di tutto, degli spaghetti, diciamo dei DeCecco numero 12, ai quali poi aggiungeremo un delizioso sugo all’amatriciana.
Il sugo all’amatriciana si prepara con…

Ecco.
Una cosa del genere, schizzerebbe in testa alle ricerche per, l’avete indovinato, la stringa spaghetti all’amatriciana**
E chiunque cercasse come si preparano gli spaghetti all’amatriciana (voi non ci credereste, credetemi, voi non ci credereste…) troverebbe questo ipotetico post**.

La cosa interessante, e della quale mi piacerebbe discutere, è come una scelta sostanzialmente di software, di programmazione, di filtratura, di parsing, una cosa che riguarda insomma essenzialmente delle macchine, possa diventare una imposizione stilistica.
Per me, e per voi -che siamo delle persone (o proviamo ad esserlo).
Perché, al fine di ottenere i massimi risultati, non devo essere solo originale e di qualità – devo anche e soprattutto scrivere articoli…
Brutti.
Banali.
Privi di uno stile – perché ricordiamolo, lo stile è l’infrazione consapevole delle regole secondo un modello caratteristico dell’autore.

I due recenti post sul Leprotto Prussiano sono un buon esempio – le ricerche in Google per “immaginazione”, “scuola”, “educazione”, non porteranno quei due post in evidenza, perché hanno un titolo… “sbagliato”.

Certo, si tratta di un titolo non più sbagliato de I Tre Moschettieri, di Dumas – che il povero Google non riuscirebbe a portare in evidenza, perché, come già fece notare Umberto Eco, in effetti il libro parla del quarto moschettiere.

La scelta di un titolo – per un libro, un articolo, un racconto, un quadro o un post su un blog – è essenziale.
Il titolo è la prima cosa che si vede e, con un po’ di fortuna, è ciò che acchiappa il lettore ed è ciò che il lettore ricorderà, parlando con altri di quanto sia stato divertente leggere quel libro, articolo, post o quel che è.

Il fatto che ci si debba adattare a creare titoli -e prosa – che piacciano a delle macchine, è una scelta drammatica e dalle conseguenze colossali.

Perché le macchine seguono parametri che non hanno nulla a che fare con l’immaginazione***, e vogliono materiale originale e di qualità, ma sostanzialmente noioso.
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* Certe cose le fanno solo quei blogger stupidi dei quali poi i blogger intelligenti parlano male quando si intervistano fra loro.
Solo che loro non li chiamano stupidi, li chiamano “stronzi” – perché loro sono in gamba.

** Invece ora, abbastanza ironicamente, sarà QUESTO post a comparire in vetta alle ricerche per spaghetti all’amatriciana.

*** Ma guarda un po’ chi si rivede.


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Taglie Forti

Oggi improvviso di getto un pezzo un po’ anomalo, che in un certo senso è legato alla scrittura, anche se useremo la scrittura come punto di partenza e di arrivo, e nel frattempo faremo un giro maledettamente tangenziale.
Diciamo che questo è un pork chop express improvvisato.

redheadE sì, mi sono accorto che c’è una rossa piccante in negligé qui di fianco.
Non fatevi distrarre, ora ne parliamo.

La rete è straordinariamente utile, per chi scrive, per un sacco, ma davvero un sacco di cose.
Una di queste è la documentazione visiva – vi serve sapere com’è il soffitto dell’ingresso del Taj Mahal? I colori dell’uniforme della banda d’ottoni dell’Università di Adelaide? Non avete esattamente idea di come sia fatto un pranga o di che colore sia la pelliccia del tarsio?
Una bella ricerca per immagini, ed è fatta.

Allo stesso modo potete documentare dei personaggi – trovare immagini di persone in abiti d’epoca, immagini di pettinature e accessori. Trovare facce, corpi, pettinature, stili.

Meraviglioso.
Ma c’è un MA…

Ora, cosa c’entra la rossa*?
La rossa c’entra perché la rossa qui di fianco è ciò che Google mi restituisce se io cerco l’immagine di una donna grassa.
L’ho trovata cercando “taglie forti”, per la precisione**.

Il che, naturalmente significa che là fuori c’è gente molto malata, malata nella testa, e che il loro modo di pensare sta deragliando il nostro modo di percepire la realtà.

Ma tutto questo diventa ancora meglio – in senso quantomai lato – quando riflettete sul fatto che io l’altra sera, per documentare un personaggio che mi piacerebbe scrivere, stavo cercando l’immagine di un uomo grasso.
Un tipo “alla maniera di Falstaff” ma giovane, magari in abiti ottocenteschi.
Sì, lo so, potrei cercare immagini tratte da film, ce ne sono a dozzine, ma preferisco volti non riconoscibili, preferisco persone “normali”.
E poi cercando a casaccio, si trovano spesso non le cose che stavamo cercando, ma quelle che dovevamo trovare.

Beh, se trovare immagini di donne “grasse” è relativamente facile, e c’è una grande varietà – anche se si rischia di beccarsi donne grasse come la rossa qui sopra… beh, se cercate uomini grassi, marca veramente male.
La maggior parte sono individui straripanti al limite del grottesco, nudi, in posizioni imbarazzanti ed impegnati in attività esecrabili.
Se provate a seguire i link, troverete pagine e pagine di “simpatico umorismo” – non troppo diverso da quello che troverete sulle pagine che contengono immagini di donne giudicate “sovrappeso”.

È un orrore.
Ma non è il fatto che ci siano derelitti che ridono di chi è diverso, ciò che oggi mi interessa.
Ciò che mi interessa è la filtratura della realtà.

Tempo addietro feci un post sul fatto che tramite i soliti motori di ricerca in rete non si trovavano più volti femminili con delle oneste rughe d’espressione, non si trovavano foto di attrici di mezza età.
Per la forma del corpo delle persone, così come per il viso delle donne, viene implementato un filtro altrettanto drastico e altrettanto definitivo.

E questo è importante, se scrivete, perché, appunto, potreste usare la rete per cercare riferimenti visivi – e ottenere non solo una percezione distorta della realtà, ma anche una che contraddice e si disaccoppia drasticamente da quello che potete vedere guardando fuori dalla finestra.

E naturalmente, mi direte voi, ciò che è importante è ciò che c’è fuori dalla finestra.
Smettila di usare la rete e fatti una passeggiata.
La realtà è quella.
Ma ne siamo davvero sicuri?
Può esserlo per me, probabilmente anche per voi – ma se le persone ormai interrogano la rete per sapere come preparare la pasta aglio, olio e peperoncino, per acquistare una schiuma da barba, per farsi spiegare i film, per cercare libri da leggere e abiti da indossare…
Che immagine della realtà ricava?

E ciò che scriviamo, a quale versione della realtà deve conformarsi?

Sono domande pesanti, da associare ad una rossa piccante in negligé.

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* Che se non è la deliziosa Ann Margret le assomiglia davvero un sacco.

** Sì, lo so, ci avete provato e sono usciti risultati diversi.
Fatevi coraggio – è la magia del blogging.