strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Tagliare il superfluo, curare l’essenziale

E poi dicono che la blogsfera è popolata di gente che parla solo di Twilight e dei Tokyo Hotel…

Ho fatto un giro a casa di Irene, ed ho trovato una cosà così fantastica, che la riposto qui, e poi anche sul mio blog dedicato allo zen.

La gente come me, che deve stare attenta ai soldi, lo sa che su queste cose non si deve risparmiare. Perché quando invece una persona può spendere, allora può suddividersi tra tante cose, tanti hobby, tanti oggetti, e ricava soddisfazione da tutti. Va in tutti i posti che vuole, può mangiare dove e quello che vuole, magari ha tante case dove stare e può scegliere in quale andare, ha l’attrezzatura per tutti gli sport e i vestiti per ogni occasione, e se una cosa si rovina pazienza, non è così importante, la si ricomprerà, in fondo è solo un oggetto, non bisogna essere materialisti. Ma se tu devi stare molto attento con i soldi, allora non hai quasi niente, tranne una o due cose che hai deciso che, no, quelle era cose tue e vanno fatte bene. E quindi queste cose te le coltivi, e diventano molto importanti, le guardi e le fai con amore, attenzione, un po’ ti ci commuovi dietro, e possono essere una passione o anche niente, solo cose importanti. Allora su quelle cose non si può risparmiare, perché anche se lo sai che non potrai mai avere la cosa migliore, o quella che davvero davvero vorresti, comunque dev’essere qualcosa di bello, altrimenti anche quando fai la cosa che per te è importante se la fai con degli oggetti brutti, lisi e scricchiolanti, ti ricorderai ogni volta la fatica che fai nella vita e che tante altre persone invece non fanno e potresti intristirti al punto da perdere l’amore anche per la tua cosa importante, e allora, se perdi anche quello, potresti non avere più voglia di niente e non riuscirebbero più a convincerti.

Bang!
Si tratta della cosa migliore che io abbia letto nelle ultime settimane.
Perché è vera.
Perché è sincera.
E perchè è importante.
E maledettamente pericolosa.

Mi piacciono le donne che fanno discorsi pericolosi.

Ora, darci un taglio non significa lasciarsi andare.
È una faccenda di priorità.

Ciò che mi ha colpito, in effetti, è che in questi giorni sto leggendo un bel libro di viaggi.
Per viaggiatori.
Un manuale, in effetti.
Un libro la cui semplice filosofia è che se vogliamo viaggiare, allora dobbiamo concentrarci sul viaggiare.
Tagliare le distrazioni, tagliare le spese superflue.
Pur non propagandando l’idea di andarsene in Alaska con le scarpe da tennis, il volumetto porta avanti un’altra idea pericolosa – quella secondo la quale si può lavorare due anni per mettere insieme il danaro necessario a viaggiare liberamente per il mondo per i diciotto mesi successivi.
Si può fare.
È lecito farlo, se quella è la nostra aspirazione.
I discorsi sulla carriera, sul posto fisso, sulla routine ufficio-palestra-disco lasciamoli a chi ha come aspirazione la carriera, o il posto fisso, o la routine ufficio-palestra-disco.
Se ci concentriamo su ciò che ci piace davvero, non è difficile raggiungerlo.
Ciò che è difficile è far capire agli altri cosa stiamo facendo.

Il discorso di Irene è affine, ed è altrettanto pericoloso.
Perché ci dice che avere poco è come avere molto, solo in maniera differente, e può essere una ricchezza, ed una fonte di esperienza.
E tutto questo è grande.

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Il sapore delle ceneri

Ho contemplato il cuore morto di una civiltà condannata.
E per farlo non mi sono recato a Ponape, non mi sono aperto la strada nella giungla del Sudest Asiatico fino alle rovine di Angkor, né sono sceso con una batisfera fra le colonne mozzate di Atlantide.
No, mister Lovecraft, non è stato necessario visitare né le catacombe della Tolemaide né i castelli della Renania sotto la luna, per incontrare l’orrore.
Il Basso Monferrato è stato più che sufficiente.
Mi è bastato recarmi in un certo caffé, di una certa cittadina poco distante da dove siedo ora alla tastiera, un luogo amichevole nel quale cercare una tazza di cioccolata calda per scacciare il freddo di questi giorni sotto la neve.

Il locale espone la locandina della Mostra di Torino.
Gli habitues dimostrano una certa curiosità – ed io sono dannatamente orgoglioso di ciò che abbiamo fatto, e spiego come ci siamo arrivati.
Il desiderio di Raffaele Mondazzi di mettere ordine nella collezione di suo zio.
L’entusiasmo delle studiose della Ukiyo-e Society.
L’idea di mettere in piedi una mostra.
Il riunirsi della nostra stramba compagine, le esitazioni iniziali, la delineatura di un progetto, la deslusione riservataci dalle istituzioni.
E poi il finanziamento della Japan Foundation, e la conclusione che a parte ciò, Bambole, non c’è una lira!, e che toccherà lavorare di gambe, e di testa, per mettere tutto insieme.
Gli sponsor.
I supporter.
L’esposizione di Mondovì, gli articoli su Porti di Magnin.
L’Accademia Albertina che ci ospita.
L’editore che ci stampa il catalogo.
Il caffé gratis per tutti i partecipanti (paga Costadoro).
Il sito web tutto free ed open source.
La fitta rete di contatti, di mail, lettere, pacchi postali…
Gli artisti contemporanei.
Gli ospiti.
E poi i trenta giorni di esposizione.
La sera dell’inaugurazione.
La calata dei blogger.
La settimana di fuoco del convegno…

Un tizio mi ride in faccia.
Avrà settannt’anni, ben vestito, beve un caffé ristrettissimo con una correzione a parte.
Un branco di idioti, dice – io, gli altri curatori, gli sponsor, i supporter, i fiancheggiatori, i complici, probabilmente anche i visitatori.
Una manica di perdenti senza speranza, tutti coglioni.
Cosa ci abbiamo guadagnato, a correre in questo modo, a darci tanto da fare?
Neanche cento euro per quelli che hanno fatto da autiosti da e per l’aeroporto… non un rimborso, non un guadagno.
E allora a cosa è servito tutta questa fatica, tutto questo lavoro?A permettere a qualche disegnatore di fumetti di farsi un weekend pagato a Torino.
Avremmo dovuto mettere i biglietti a cinque euro, non fare entrare la gente gratis.
A sette euro… con le preventivate diecimila visite, con un biglietto a otto-nove euro avremmo avuto in cassa un bel gruzzoletto.
E invece?A lavorare come somari per niente!
Che gruppo di fessi!

I francesi chiamano esprit de l’escalier la risposta giusta, ironica e tagliente, che ti viene quando ormai sei per le scale, e quello al quale avresti voluto rispondere è ormai lontano.
Fuori dal caffé, sotto la neve, lo spirito delle scale mi illumina dicendomi che l’unica risposta giusta sarebbe stata una sediata di traverso sulla schiena all’imbecille.
Dentro al caffé, invece, ho cercato di spiegare.
Ho cercato di spiegare a questo povero infelice la sensazione che si prova a fare qualcosa di grande, e basta.
Ho cercato di spiegargli che una delle cose fantastiche di questo progetto è stata la quantità di talento e buona volontà messi sul tavolo da tutti (ne parleremo ancora) per creare qualcosa di bello.
Ho cercato addirittura di spiegargli che si tratat di quello che gli americani chiamavano skunkworks, e che così sono stati creati i post-it e la corvette, e il Classic Mac e il Rover marziano, e la Vespa…
Ho appena accennato al futuro, alla possibilità di collaborare, al networking, alla rete di contatti, alle tante persone che ho visto felici per essere alla mostra, per poter ascoltare un certo contributo al convegno, per la possibilità di …
Ma è stato inutile.
L’unico criterio, l’unico parametro, l’unico valore di questa generazione di sconfitti è il maledetto quattrino.
Il denaro ha controllato e guidato la loro esistenza – le loro scelte politiche, le loro vedute morali, le loro pratiche sociali.
E per riflesso, ha determinato il destino della civiltà di cui erano portatori.
La nostra.
Ed a queste persone non interessano le possibilità, le opportunità, le parole americane o la felicità, a meno di non poter mettere su ciascuna di esse un’etichetta con un numero, seguito dal simbolo di euro.
E chi non la pensa come loro, che vada all’inferno.
Fossero anche i loro figli.

Strana cosa, lo spirito delle scale.
Perché mentre da una parte vorrei sfasciare una sedia sul groppone di questo omuncolo, dall’altra – forse perché ho letto troppi testi taoisti – mi vengono in mente un sacco di altre cose.
Che “vincere”, nel dialetto di queste parti, si dice “guadagné”, guadagnare.
E che poi, a ben guardare, il mio desiderio di infliggere del dolore fisico a quest’uomo, nella maniera più spettacolare, si potrebbe dire in un’altra maniera.
Fargliela pagare.
E mi fa rabbrividire.

Avrei dovuto parlargli si altre cose.
Ascolta, avrei dovuto dirgli, posa la tua tazzina di caffé e prova ad immaginare un mondo, un mondo intero, coperto di persone, sei, sette miliardi di persone, ciascuno solo e scontento, impegnato a lavorare e riprodursi, per un’aspettativa di vita di settanta o ottant’anni, la maggior parte dei quali spesi a produrre oggetti da acquistare col denaro ricevuto per aver prodotto oggetti da acquistare col denaro ricevuto per aver prodotto oggetti da acquistare, e così avanti per generazioni e generazioni, migliaia di miliardi di vite spese a fare niente di grande, niente di bello, niente di unico, niente di importante.
Pensa a questo, avrei dovuto dirgli, e prova a misurarlo in denaro, se ci riesci, imbecille.
E poi gli avrei dovuto sfasciare una sedia sul groppone.

Ma è doppiamente inutile, comunque, lo spirito delle scale.
L’uomo lascia il caffé prima di me.
È tardi, stasera c’è la partita.
Miliardari che giocano.
E lui, poveraccio, programmato per eccitarsi guardandoli.