strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


9 commenti

Il Giapponese in 30 Giorni

312gI1obEIL._SL500_AA300_Perché non complicarsi la vita… ancora un po’?
Riordinando gli scaffali ha fatto la sua comparsa una copia incofanettata e in eccelenti condizioni, CD audio incluso, di Il Giapponese in 30 Giorni – corso di base, indovinate un po’, per imparare il Giapponese in 30 giorni.
Per viaggiare, studiare, lavorare, divertirsi… o così dicono loro.
Ora, io una quindicina di anni or sono seguii un eccellente corso di giapponese parlato, e mancai il più basso livello di proficiency per una manciata di voti.
Allora – possibile che questo manuale riemerso dalle brume del tempo possa permettermi di riordinare le nozioni stoccate chissà dove nei miei neuroni, mettendomi in condizione di capire un po’ di più di una parola su tre quando guardo film di samurai o quando ascolto i Southern All Stars?
Proviamo.
gyudonTrenta giorni.
A partire da oggi.
Una lezione.
E un post breve,tutti i giorni, non più di 250 parole – un piccolo extra qui su strategie evolutive.
A me serve per obbligarmi a mantenermi in carreggiata.
A voi potrebbe risultare divertente.
Guardatemi soffrire in pubblico.
Riuscirà l’impavido blogger a riprendere l’uso della lingua del sol levante abbastanza da saper ordinare una porzione di gyudon?


6 commenti

Gli Youkai di Yamada-san

Chissà dove è nato quello che l'ha preparato...?

Chissà dove è nato quello che l’ha preparato…?

Ho un’amica che non va a mangiare giapponese a meno che non sia certa che i cuochi, di là, in cucina, sono giapponesi.
Immagino richieda allo stesso modo che i pizzaioli vengano tutti dalla provincia di Napoli, e che si aspetti che da MacDonald ad occuparsi dei fornelli siano dei baldi giovanotti statunitensi.
Come se una ciotola di gyudon, cucinata come dio comanda, potesse cucinarla solo qualcuno che abbia avuto almeno un antenato morto a Sekigahara.

Su un altro versante, mi si dice che nessuno può scrivere una storia ambientata in Giappone come un giapponese.
Che è un po’ una sciocchezza, o se preferite la scoperta dell’acqua calda – nessuno può scrivere una storia ambientata in Africa, come un giapponese. O come un russo. O come un italiano.
Perché, certo, esistono caratteri nazionali, differenze culturali, sensibilità diverse.
Ma è ben noto che a mio parere non è strettamente necessario essere nati a Tokyo – o a Piacenza – per scrivere una buona storia ambientata a Tokyo – o a Piacenza.
Aha, mi dicono, buona sì, ma non è davvero giapponese o piacentina!
Non è autentica.
Ma l’autenticità è un’illusione, un marketing ploy.
È un po’ come quel cartello che vi piazzano all’inizio dei film.

Basato su una storia vera.

Come se questo rendesse il film automaticamente… cosa?
Migliore?
Più autentico?
Più significativo?
Più divertente/commovente/spaventoso…?
Concentriamoci sulla storia, maledizione.

Il che mi serve per arrivare in maniera un po’ convoluta a un bel libro, scritto dall’americano Richard Parks, ed intitolato Yamada Monogatari: Demon Hunter.
Il romanzo uscirà a febbraio, ma l’editore è stato così cortese da fornirmene una copia non editata in preview.
Ed è stato davvero un bel leggere.

Continua a leggere