strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Great North Road

Newcastle, Gennaio 2143.
Un cadavere viene ripescato dal fiume Tyne. È un uomo nudo, con uno strano foro nel petto e tutti i suoi impianti di connessione alla rete sono stati rimossi.
E non si tratta di una persona qualunque – è un 2North, uno dei circa trecento cloni di seconda generazione del fondatore dell’impero commerciale che controlla il sistema di portali che hanno aperto all’umanità la possibiltà di colonizzare altri pianeti.

great north road

La polizia ha carta bianca e fondi illimitati per la cattura dell’omicida, e può contare su tecnologie di sorveglianza e analisi dei dati senza precedenti. Ma ben presto risulta evidente che non tutto è chiaro.
Perché vent’anni fa, su St Libra, una delle colonie nel sistema di Sirio, quattordici persone sono state uccise nello stesso modo. E fra loro anche Bartram North – l’originale dal quale il morto di Newcastle è stato clonato.
Vent’anni fa, Angela Tramelo era stata condannata al carcere a vita come colpevole della strage. Unica sopravvissuta, aveva descritto un mostro alieno che aveva fatto scempio di North e dei suoi ospiti. Ma nessuno le ha mai creduto.
Finora. Continua a leggere


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La rivincita del Macaco

ACK-ACK-MACAQUE-COVER-SMALLNel momento in cui ondate successive di ninja nazisti vengono paracadutati sul sud dell’Inghilterra, l’unica speranza per gli Alleati è Ack-Ack Macaque, asso dell’aviazione ed eroe della resistenza all’avanzata delle armate di Hitler.
E scimmia.
L’ultima speranza della civiltà è una scimmia guercia, irascibile, col grilletto facile, e preda di un crescente senso di alienazione.
Ed i suoi problemi stanno per farsi molto più complicati.

La Solaris è una casa editrice inglese che, al suo esordio qualche anno addietro, si piccava di offrire il catalogo più nuovo e divertente nel panorama della fantascienza e del fantasy britannico.
A giudicare dal romanzo appena uscito di Gareth L. Powel, la Solaris sta mantenendo fede alla propria linea editoriale.
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Ritorno al Futuro

No, Marty McFly non c’entra.

Immaginate, se volete, che una persona… un gruppo di persone, molti dei quali conoscete, e stimate, prendano tutto ciò che più vi piace – ma proprio tutto – eliminino tutte le parti noiose e ripetitive, e ve ne facciano un condensato tale che, pur trattandosi esattamente delle cose che più vi piacciono, il risultato comunque è fresco, originale, e una fonte di sorpresa ad ogni nuova scoperta.
E immaginate, se volete, che questo universo meraviglioso e meravigliosamente “vostro” sia a vostra disposizione.
Per esplorarlo, per scriverci storie, per giocarci.
Per viverci una parte del vostro tempo.

Immaginate che questa cosa si chiami Eclipse Phase, e che sia disponibile in formato cartaceo ed elettronico per poche decine di euro.

Un’occhiata alla bibliografia?
Iain Banks, David Brin, Warren Ellis, Peter Hamilton, Ken Macleod, Richard Morgan, Alistair Reynolds, Kim Stanley Robinson, Bruce Sterling, Charlie Stross, Vernor Vinge, e Peter Watts.
E sì, Iguana, anche Greg Egan.
E non parliamo della sezione di bibliografia dedicata alla saggistica…

Ma andiamo con ordine, che questo sarà un post lungo…

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Strutture cristalline fatte di buchi neri

Tanto per dimostrare che la fantascienza sta bene e vi saluta tutti…

Siamo in un futuro che non è più né remoto né prossimo – da qualche parte nel ventunesimo secolo, infatti, una manciata di invenzioni straordinarie ha portato ad un radicale paradigm shift, tramutando radicalmente la Terra ed il Sistema Solare.
L’umanità è a tutti gli effetti immortale, l’energia è illimitata, la materia è programmabile, la comunicazione istantanea include la possibilità di faxare copie di se stessi in ogni angolo del sistema.
La più importante delle scoperte al nucleo di questa trasformazione radicale è il Collapsium, una struttura cristallina che ha ai vertici del proprio reticolo dei micro-buchi neri semi-sicuri (sono troppo piccoli per ingoiarsi qualcosa di pericoloso), e che distorce radicalmente lo spaziotempo al proprio interno.
Ed è proprio quello il bello.
Il collapsium è stato inventato da Bruno de Towangi, uno scienziato catalano che è diventato colossalmente ricco, e vive da recluso su un piccolo pianeta privato che si è costruito oltre la Fascia di Kuiper.
Quando tuttavia un esperimento che coinvolge un uso massiccio di collapsium minaccia di andare molto male (del tipo, annientare la vita come noi la conosciamo), Bruno viene richiamato alla corte della Regina Vergine che domina sull’umanità, ed incaricato di metterci una pezza (del tipo, preservare la vita come noi la conosciamo).
Poi le cose si complicano.

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L’ultimo dei mostri

Mentre l’Uomo Lupo imperversa sugli schermi – senza riuscire a convincere gli esperti, a quanto pare – scopro con un certo fastidio che anche l’ultimo dei grandi mostri della Universal si prepara a tornare sugli schermi.
Un remake de Il Mostro della Laguna Nera è al momento in lavorazione, e se ne prevede l’uscita per il 2011.

Certo, c’è un certo senso distorto, una specie di ironia storica, nel fatto che la Creatura, che esordì nel 1954 in 3D, torni ora sui nostri schermi proprio mentre il 3D viene presentato come la nuova frontiera dell’intrattenimento cinematografico.

Dei cinque “grandi mostri” della Universal – Dracula, la Creatura di Frankenstein, l’Uomo Lupo, La Mummia e, appunto, il MOstro della Laguna Nera – l’uomo pesce scoperto da un gruppo di geologi ed avventurieri da qualche parte nel bacino amazzonico è quello che mi è sempre stato più simpatico.
I cinque rappresentano cinque paure diverse
. della sessualità incontrollata, il vampiro
. della scienza fuori controllo, il mostro di Frankenstein
. della nostra componente animale, il licantropo
. del passato, la mummia
. della potenza inesorabile dell’evoluzione, il Gill-Man della Laguna Nera

Piaceva anche a Marilyn Monroe, il Mostro della Laguna Nera (si veda Quando la Moglie è in Vacanza)…
E poi, insomma, non sono molti i film nei quali i geologi o i paleontologi sono protagonisti.
Il film è a tal punto famoso nel giro, che dalla creaturta ha preso il nome un tetrapode, alcuni anni or sono.

Un po’ per scongiurare il terrore suscitato dal remake annunciato, un po’ per rinnovare la mia frequentazione di Paul Di Filippo, autore poco noto in Italia che mi ha sempre riservato un certo divertimento, ho messo le mani su Creature of the Black Lagoon – Time’ Black Lagoon.
Il romanzo è un polposo sequel – o se volete un reboot, come lo chiamerebbero oggi – della leggenda del Mostro.
Lontano dallo stile umoristico delle sue storie brevi, Di Filippo costruisce una storia di manipolazione genetica e viaggi nel tempo che – nelle mani di un autore meno dotato – farebbe venire il mal di testa a chiunque.
Nel riscrivere la storia del mostro, e nel darle un seguito, Di Filippo riesce a riportare la creatura nell’ortodossia scientifica – non si deve infati dimenticare che la pellicola del ’54, per tutte le sue ingenuità ed i toni melodrammatici, rimane (per gli standard del tempo) nel campo della hard science fiction.
Di Filippo non esita a sfruttare gli studi del genoma, la crisi ecologica e la teoria delle brane per rimettere le cosea posto.
Il Mostro della Laguna Nera ne esce rinfrancato, e la vecchia storia dell’Anello Mancante viene messa a dormire per sempre.
Al contempo, Di Filippo si dimostra unbuon conoscitore dell’ambiente universitario e scientifico, ed i capitoli iniziali sono un piccolo gioiello di realismo; il passaggio sul “suicidio professionale” del protagonista, colpevole di aver guardato troppo al futuro e troppo poco alla politica interdipartimentale, è stata ampiamente apprezzato.

Riuscirà il film a replicare l’efficacia e la solidità del romanzo di Paul Di Filippo?
Riuscirà il Gill-Man a sfuggire alla retorica, al politically-correct, alla paura della scienza e dell’evoluzione che sta attanagliando l’America, alla retorica ambientalista di maniera?
Non osiamo sperarlo.
E non abbiamo ragioni per farlo.


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Rotta di collisione

Non mi stancherò mai di ripeterlo – nonostante i gemiti e le grida di dolore che si levano qua e là, la fantascienza sta bene e vi saluta tutti.
Se il mercato pare soffocato da una infinità di mediocri fantasy commerciali – storie di adolescenti alienati scritte da adolescenti alienati per adolescenti alienati -lo zoccolo duro della hard-SF è in eccellente salute, con buonapace dei nostri editori, che paiono a tratti molto molto distratti.

Che dire ad esempio di Alastair Reynolds, giovane astrofisico gallese di belle speranze (ha pochi mesi più di me, diamine!), con una infilata di premi e nominations alle spalle e qualcosa come una decina di romanzi all’attivo, degno erede di Arthur C. Clarke (anche se armato di una visione più oscura rispetto all’augusto antenato), e finora latitante sui nostri scaffali.
Pare siano stati tradotti tre suoi racconti (consultate il solito indispensabile Vegetti) e fortunato chi li ha letti.

Mi capita ora fra le mani Pushing Ice, romanzo del 2005 di Reynolds, già candidato all’Arthur C. Clarke Award.
Bello spesso, zeppo di azione , di idee, di sorprese.
Scritto bene, senza troppi svolazzi (questa e hard-SF che sarebbe piaciuta ad Ike Asimov), con una grande sicurezza.
Come molti suoi conterranei – penso a Iain M. Banks e a Ken MacLeod – Reynolds riesce a sposare l’alta tecnologia credibile e ben documentata con la grande avventura spaziale dei tempi che furono.
Hard Space Opera.
Il Rockhopper è una nave commerciale che abborda e dirotta comete – ricchi giacimenti di minerali ambiti dalla civiltà che popola il sistema solare interno.
Un equipaggio di trivellatori, ingegneri, tecnici.
Gente che fa il proprio lavoro senza troppi grilli per la testa.
Ma poi Giano, eccentrica luna di Saturno, abbandona la propria orbita, e si rivela un artefatto alieno in fuga dal sistema solare.
Il Rockhopper è l’unica nave abbastanza vicina da tallonarlo stretto e magari provare a scoprirne i segreti prima che lasci il sistema.
E i trivellatori della vecchia nave mineraria si trovano all’improvviso responsabili di un primo contatto, ambasciatori dell’umanità… o forse solo bersagli privilegiati.
Ma il premio è buono, l’indennità di rischio è tripla e qualcuno il lavoro deve pur farlo.

Un ottimo romanzo, che riesce a catturare l’atmosfera un po’ malandata della classe lavoratrice del tardo ventunesimo secolo, con uno spirito tutto britannico.
Inutile dire che la rotta di collisione del Rockhopper sarà costellata di rischi e sorprese, e la rivelazione finale sarà probabilmente un pugno nello stomaco.
È stato grazie a romanzi come questo che ho cominciato a leggere fantascienza, trentadue anni or sono.
E li fanno ancora, buoni come una volta.
Basta solo trovarli.

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Letture interstiziali

Come mi capita di solito, il periodo estivo si presenta come zeppo di attività (il cui scopo principale è portare qualche introito nel periodo autunnale) – per cui il blog langue, e le letture da diporto devono lasciare lo spazio ai testi che devono essere letti, compresi e digeriti per motivi di lavoro.
Non che non sia piacevole leggere dei buoni libri su un argomento che interessa – la statistica, ad esempio – ma per sganciare il cervello e sfuggire all’effetto tunnel, una buona lettura da diporto è indispensabile.
Anche se relegata al tempo libero residuale.
https://i1.wp.com/www.sfwa.org/members/McDevitt/POLARIS_300h.jpg
Felice scoperta quindi Jack McDevitt, solido autore di hard-science fiction poco praticato in Italia ma decisamente interessante.
Ben scritto, ben costruito, con dei personaggi interessanti e simpatici, senza scivolare nel superominismo.
Evviva evviva.
McDevitt – classe 1935

a former English teacher, naval officer, Philadelphia taxi driver, customs officer, and motivational trainer

ha cominciato relativamente tardi a pubblicare, e gode di una buona reputazione come autore di fantascienza classica, senza troppi fronzoli.
In effetti, per quel che ho letto finora, ricorda il vecchio Poul Anderson della Lega Polesotecnica o di Dominic Flandry (chi non capisce suscita la nostra compassione), con in più la struttura da poliziesco di un certo Vance dei tempi migliori.

Tuttavia, sulla copertina dell’eccellente Polaris, il solito Stephen King lo descrive come “Il logico erede di di Isaac Asimov e Arthur C. Clarke”.
Ma come fa?
King, stando semplicemente alla quantità di baggianate stampate a suo nome sulle copertine di libri altrui, passa la vita a leggere – e legge solo libri bellissimi.
Mai che gli scappi un “Un romanzo sopravvalutato e inutile che piacerà ai conformisti”, oppure “Il più grande bluff degli ultimi dieci anni”.
No – tutti capolavori.

Ora, da anni io credo che King abbia una scatola da scarpe piena di striscioline di carta
sulle quali sono scritte queste banalità.
“Il futuro della letteratura Horror.”
“Una nuova grande voce nel panorama del fantastico.”
“Il logico erede di di Isaac Asimov e Arthur C. Clarke”.
King ha un pappagallo ammaestrato.
Tutte le volte che un editore gli chiede una marchetta per un romanzo in uscita, il buon Steve apre la gabbia del pappagallo, lo tira fuori e lo posa sul bordo della scatola.
Il pappagallo pesca una strisciolina di carta a caso.
Steve non si cura neanche di leggerla: la infila in una busta e la spedisce.
E come risultato, nove volte su dieci, il povero autore viene ridotto al livello di unBig Mac della narrativa di genere – appiattito su una linea cmune a troppi per potersi davero distinguere.

La domanda ora è – ma qualcuno davvero acquista e legge libri sulla scorta delle tre righe di circostanza scritte da Stephen King e pescate dal suo pappagallo nella scatola di cartone?


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Eon

Finito “The Days of Rice and Salt” (malinconico come molti lavori di Robinson), passo ad un altro volume che era da vent’anni – quasi – sulla mia lista e che non avevo mai trovato il tempo di leggere.
Eon, di GregBear.
Pubblicato da TOR nel 1985.
Immagino ne esista anche un’edizione italiana, ma non voglio neppure pensarci.

Ora, io con Bear ho un rapporto edipico.
Ho letto con curiosità, quasi vent’anni or sono, Hegira – nella bella edizione illustrata da Steven Fabian – e mi è proprio piaciuto.
Ho quindi letto ma detestato Blood Music (L’Ultima Fase) – che però era tradotto da Gianluigi Zuddas, ed è il motivo per cui io Bear o lo leggo in inglese o non lo leggo affatto.
Ho affrontato come una campagna militare l’accoppiata Queen of Angels e Slant – di una densità agghiacciante – e ne sono emerso provato ma più saggio.
Ed alle spalle di tutti questi stava Eon – considerato il romanzo essenziale dell’opus di Bear.

Così l’ho comprato e lo sto legendo.
Ed è bello vedere che somiglia di più, per linguaggio e atmosfere, ad Hegira che a L’Ultima Fase.

Un bel romanzone hard, con un complicato rompicapo “alieno”, un sacco di panorami e oggetti meravigliosi, un certo senso di urgenza nella trama che mantiene viva l’azione.
I personaggi sono abbozzati rapidamente ma credibili.
Lo scenario NATO contro Blocco Orientale è datato, ma il volume dell’85 prevede il collasso dell’Unione Sovietica nel 1993 – una buona testimonianza delle capacità di estrapolazione di Bear.
Il fatto che il nostro collasso non sia avvenuto con un corollario di bombardamenti atomici non può che farci piacere.
Così, a vent’anni dalla sua uscita, ilromanzo genera uno strano effetto collaterale, che pare preso a prestito da The Man in the High Castle di Dick.
Siamo in una realtà in cui l’Unione Sovietica è collassata “convenzionalmente” (niente di atomico), e stiamo leggendo un libro ambientato in un mondo in cui l’Unione Sovietica è collassata con uno scambio limitato di atomiche, ed i protagonisti del libro si confrontano con un artefatto proveniente da una realtà in cui l’Unione Sovietica è collassata avviando una guerra termonucleare globale.
L’angolo politico aggiunge una dimensione al piacere della letteratura.
Che tuttavia, come in Incontro con Rama di Clarke si fonda principalmente sull’enigma degli artefatti incontrati dagli esploratori.

A complementare il piacere della lettura c’è il progetto Eon Challenge, promosso dalla CGI Society, per lo sviluppo di immagini e di un trailer per un ipotetico film tratto da Eon.
I risultati sono spettacolari
http://it.youtube.com/watch?v=VrLo1qUkCH8

Se le restanti cinquecento pagine del romanzo di Bear non tradiranno le premesse, credo dovrò prendere in considerazione, anche per motivi profesionali, Darwin’s Radio, per l’estate.