strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Harry Turtledove senza filtro

buk00055Abbiamo parlato spesso di fantasy storico nelle ultime settimane.
Ieri, affrontando le intemperie, un corriere mi ha consegnato i quattro volumetti Ballantine/Del Rey del ciclo di Videssos, anche noto come Ciclo della Legione Perduta, pubblicato a partire dal 1987 da Harry Turtledove.
Quattro bei volumi tascabili vecchia maniera, come quelli sui quali ho cominciato a leggere in inglese – Del Rey, Ace e DAW.
E poi, certo, il ciclo di Videssos.
Che non è fantasy storico.
È qualcosa – a mio parere, ovviamente – di meglio.

Vediamo la trama del primo romanzo in due parole. Continua a leggere


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Gli ingranaggi del possibile

Virgin_and_the_WheelsLa voglia di rileggerlo me l’ha fatta venire il commento di ieri della Clarina, riguardo all’abbigliamento nell’universo alternativo creato da Randal Garrett.
E così ho ripescato dallo scaffale la mia vecchia copia di The Virgin & the Wheels, un volumetto della ACE che riunisce due storie di Lyon Sprague de Camp – il lieve e vagamente scollacciato The Virgin of Zesh e l’indispensabile, fondamentale The Wheels of If.

De Camp pubblicò The Wheels of If su Unknown, nell’ottobre del 1940.
L’anno prima, l’autore aveva dato alle stampe Lest Darkness Falls, un romanzo tematicamente e strutturalmente simile.
Ma Wheels, se possibile, è ancora più complesso e soddisfacente.

La trama – Alister Park, avvocato newyorkese, si risveglia ogni mattina in un differente universo, leggermente diverso dal precedente, nelq uale egli stesso è una persona diversa, con una diversa storia.
La destinazione finale di Park è l’identità di vescovo Scoglung, patriarca di Nuova Belfast.

Ci troviamo in un universo nel quale, da una parte, Re Oswiu di Northumbria si è convertito alla chiesa celtica e non al cattolicesimo, e dall’altra, la battaglia di Tours ha avuto un esito negativo per i franchi, annientando i presupposti per l’ascesa di Carlo Magno.
Da questi due eventi, De Camp sviluppa oltre mille anni di storia alternativa – in termini di politica, certo, ma anche di sviluppo scientifico e culturale – arrivando ad un continente americano colonizzato dai vichinghi, e sconvolto dalle tensioni razziali fra scandinavi e nativi americani.
E con personaggi dall’improbabile nome di MacSvensson.

3305In tutto questo guazzabuglio, Park/Scoglung deve trovare un sistema per cavarsela, e scoprire cosa abbia innescato la sequenza di transizioni che lo hanno portato in questo luogo.
L’eroe di De Camp è come sempre un uomo di idee più che d’azione, informato dall’antico precetto “Fai agli altri quello che gli altri vogliono fare a te – e possibilmente faglielo prima.”
Poco più che trentenne ma già autore prolifico e rispettato, De Camp è ingegnoso, lieve, spiritoso, coltissimo e divertente.

lfThe Wheels of If è un testo fondamentale della fantascienza, e in particolare della storia alternativa (molto prima che la chiamassero “ucronia” – termine che a me ricorda sempre una malattia di quelle che si curano coi salassi) e degli universi paralleli.
Può sembrare incredibile, ma prima dei lavori di De Camp, la storia non era stata considerata un argomento valido per la narrativa d’immaginazione.
Fu De Camp – che era un ingegnere, ma coltissimo, appassionato di storia, letteratura, mitologia – a cominciare a giocare con la storia per scrivere racconti.
E fu leggendo Lest Darkness falls, il giovanissimo Harry Turtledove decise di studiare storia bizantina, e di scrivere storie alternative.
E ci sono momenti in cui anch’io mi domando se la mia vecchia passione per la storia non sia stata alimentata dai racconti ucronici (urgh) di De Camp, letti da ragazzo.

Cosa c’entrano, si domanderà qualcunoa questo punto, gli abiti dei protagonisti di Randall Garrett con i giochi storici e linguistici di De Camp?
Beh, in entrambi i casi, assistiamo alla capacità dell’autore di muoversi da un punto d’origine minuscolo e trascurabile, usarlo per filare e intessere un vasto arazzo storico radicalmente diverso da ciò che conosciamo, è poi riuscire ad evocare nella mente dei lettori immagini, e curiosità, che esulano dalla narrazione, e vanno a contribuire alla creazione di un mondo.


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Ucronia canaglia

Ormai del concorso lanciato dal Blog sull’Orlo del Mondo sapete tutto.
Da 1000 a 7000 parole, un racconto di storia alternativa.
Una ucronia.

Ci sono parecchi partecipanti in lizza, ed un pool giudicante dannatamente valido.
Non conosco personalmente il lavoro di tutti i partecipanti, ma quelli che conosco sono autori di eccellente livello.
E tutti, ovviamente, renderanno il massimo.
Non solo per i ghiotti premi, o per la soddisfazione di arrivare primi, ma perché se si partecipa ad una competizione, si dà il meglio per rispetto verso gli altri concorrenti.
Si cerca di fare la miglior gara possibile, indipendentemente dal piazzamento.

Tutti vogliono vincere?
Certo – è ovvio che tutti vogliono vincere.
Ma tutti cercheranno di vincere con classe – e quindi parteciperanno con classe. Continua a leggere


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Modello comportamentale

È un po’ di tempo che lo vado dicendo.
Io non sarò mai in gamba come Fritz Leiber o come Michael Moorcock.
Come David Zindell o Gene Wolfe.
Che diavolo – non sarò mai in gamba come Massimo Citi, che oltretutto lo conosco di persona.
Ma essere consci dei propri limiti è un punto di forza.
Quindi io, ben conscio dei miei limiti, mi accontenterei di essere come Lyon Sprague de Camp.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/1/1a/The_Day_of_the_Dinosaur.jpg
Nell’ultimo anno, colto da una sorta di febbre decampiana – essenzialmente l’esigenza di leggere della narrativa brillante (nel senso di umoristica) scritta in maniera brillante (nel senso di proprio bene), ho raccattato tutto il materiale disponibile partorito dalla penna di Lyon Sprague de Camp.
The Carnelian Cube – fantasy onirico scritto a quattro mani col suo sodale Fletcher Pratt.
The Day of the Dinosaur – dotto saggio paleontologico, che se è vero rimane fermo alla grande revisione di Gaylors Simpson, è anche più leggibile e piacevole dei lavori dello stesso Gaylord Simpson.
I suoi vari lavori di archeologia e critica letteraria.

Oggi il postino, con espressione sempre più perplessa, mi ha consegnato lo scatolone in cui riposava una copia ancora imballata di Time & Chance, l’autobiografia di de Camp che il mio nuovo role model scrisse e pubblicò nel 1996 su sollicitazione della moglie.
E che vinse un premio Hugo nel 1997.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/5/55/Time_and_Chance.jpgSi tratta di un volume pubblicato dalla small-press di Donald M. Grant – stampato su carta di qualità superlativa, rilegato a mano con tecniche dimenticate dai tempi di Beniamino Franklin; solo l’odore delle pagine è un’esperienza mistica.
Cinque pagine oltre la copertina, e già de Camp – assalito da un’azienda che si propone di tracciare il suo albero genealogico e disegnargli un’insegna araldica – ricostruisce la propria linea ancestrale fino al massacro della notte di San Bartolomeo, scopre con non poca sorpresa personale (e del lettore) di essere cugino di quinto grado di H.P. Lovecraft (“il noto autore di letteratura soprannaturale la cui biografia pubblicai anni addietro”) salvo poi concludere di discendere da unalunga schiatta di contadini.
Il volume è di 440pagine.
Se tanto mi dà tanto…

Molto popolare fino agli anni ’80, Lyon Sprague de Camp è caduto nel dimenticatoio – per lo meno nel nostro paese – sotto l’avanzata degli hard fantasist: gente capace di disquisire per tre pagine sul giunto dello spallaccio della corazza del protagonista, e che si trovano in imbarazzo – o così pare – a trattare di cose frivole come magia ed immaginazione.
Il che è curioso, se consideriamo che proprio de Camp fu un pedante insopportabile su questioni del tipo se la sella di Conan fosse dotata o meno di staffe o altre simili sciocchezze.
Ciò che ha fatto tramontare la stella di de Camp è probabilmente da una parte la sua tendenza a non aderire ad un modello tolkienoide di fantasy, e dall’altra la leggerezza con la quale l’autore era solito affrontare i temi del fantastico.
C’è poco di melodrammatico in de Camp che non si risolva con un capitombolo, una cialtronata o una fuga precipitosa.
Specializzato in eroi competenti ma molto molto prudenti, in un sovrannaturale governato da una logica ferrea e crudele e da una vena di sano e onesto cinismo (“Fai agli altri ciò che gli altri vogliono fare a te, e possiboilmente faglielo prima”) de Camp ha scritto di futuri in cui il Brasile è una superpotenza interplanetaria, ha narrato le storie di una banda di robot accattoni, ha creato un bar dove capitano cose che non dovrebbero capitare, ha immaginato l’improbabile ritorno del Barbarossa durante la Battaglia d’Inghilterra, ha tracciato le regole della matematica della magia.
Come curatore ed antologista ha mantenuto in vita e visibili romanzi ed autori che sarebbero stati altrimenti dimenticati.
Come saggista ha parlato di dinosauri, di letteratura, di archeologia e di Atlantide.
Ed ha ancora trovato il tempo per essere inseguito da un ippopotamo.

Poi ti capita di inciampare su una cosa come questa in rete…

Back in the days when I was trying to get my feet wet as a writer, I
would say to my friends, “I want to be L. Sprague de Camp when I grow
up.” That was more than half a lifetime ago; I realize now, as I didn’t
then, how foolish I was. There was, and could be, only one of Sprague.
Even so, in another sense I wasn’t so far wrong after all. I could have
picked a great many worse models, and very few better ones.”

È di Harry Turtledove.

È bello avere degli eroi.
Specie se mantengono le promesse che hanno fatto.