strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Idioti privi di immaginazione

Perché, fortunatamente, una storia d’amore è una cosa che capita più di frequente che combattere in un’arena, arco e frecce, per la sopravvivenza.

Ok, mettiamola così – non hanno capito nulla.

No, va bene, poi mi dite che sono cattivo – andiamo con ordine.
Mi hanno segnalato un post sul blog della rivista Wired, edizione italiana.
Pare – se dobbiamo credere a loro, che credono al Guardian1 – la nuova frontiera della letteratura Young Adult è il realismo.
Basta con le distopie, il fantasy, le storie inventate, i nani, gli elfi, i paesi sconosciuti (se sono sconosciuti un buon motivo ci sarà), l’avventura e il mistero.
I ragazzi vogliono il realismo.

E stando all’articolo…

Per realismo intendiamo problemi di comunicazione con mamma e papà, tensioni tra coetanei lungo i corridoi del liceo, i palpiti dei primi incontri amorosi consumati nella stanzetta o sulla panchina di un parco pubblico.

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Scrivere per un pubblico di idioti

La cosa è cominciata ieri con il post comparso su Plutonia Experiment, nel quale Alex Girola si chiedeva se il lettore debba essere coccolato o ammaestrato.
Se non l’avete visto, fateci un salto.

Fatto?
Ok.
Io cambio domanda – e se il lettore ci limitassimo a rispettarlo?

Monty-Python-Holy-Grail

Discutiamone.

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Non dire gatto…

OK, ammettiamolo, Smokey non è il più bel gatto del mondo.
Ma vorrei vedere voi, se vi avessero sparato tredici colpi alla testa.
La povera bestia è stata infatti l’oggetto delle attenzioni indesiderate di un idiota armato di flobert, che lo ha crivellato di colpi così, tanto per ridere.
L’animale è riuscito a trascinarsi fino a casa e, sottoposto alle cure di un veterinario, ha riportato l’estrazione di tredici pallettoni conficcati nel cranio.
Ed è sopravvissuto.
Sta bene e vi saluta tutti.


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Gli ignoranti ci seppelliranno tutti

Mentre il Congresso degli Stati Uniti si appresta a discutere una questione sostanzialmente interna – finanziamenti, fondi, cose – che influenzerà indirettamente i prossimi 50 anni di politiche ambientali globali… mentre insomma quei signori che noi non sappiamo chi siano stanno decidendo qualcosa che considerano una faccenda interna ma che inciderà sulle nostre vite… esce nelle librerie il volume Unscientific America, di Chris Mooney e Sheril Kirshenbaum – solo l’ultimo di una lunga serie di testi sempre più documentati, sempre più inquietanti, su quella che viene ormai percepita come una aperta campagna di guerra contro la cultura scientifica, nel nome del profitto (hey, quello c’è sempre) e della conservazione di uno status quo sempre più neofeudale.
Worldchanging dedica un articolo al volume, ed elenca alcuni dei fatti discussi nel testo

  • For every five hours of cable news, one minute is devoted to science;
  • 46% of Americans believe the earth is less than 10,000 years old;
  • The number of newspapers with science sections has shrunken by two-thirds in the last 20 years
  • Just 18% of Americans know a scientist personally
  • The overwhelming majority of Americans polled in late 2007 either couldn’t name a scientific role model or named “people who are either not scientists or not alive

Un parallelo con la realtà nel nostro paese (pensateci su) lascia ben pochi dubbi sul fatto che il modello americano sia stato adottato in toto.
Sono solo io, o un sacco di trasmissioni “scientifiche” si sono riempite di documentari sui leoni del Serengeti, di pezzi sugli antichi romani o sui paesi lontani, o scavi archeologici in Etruria?
Quando è stato che Quark ci ha passato una bella seratona di astrofisica massiccia, interessante e comprensibile?
Qualcuno ricorda Nel Silenzio degli Anni Luce, o Nel Cosmo alla Ricerca della Vita?

E se la nostra vita su questo pianeta – e quella dei nostri discendenti, se saremo abbastanza fortunati da averne – dipenderà sempre di più dalle decisioni prese a grande distanza da dove sediamo in questo momento, dalle decisioni prese da persone che non conosciamo e che non ci conoscono, è davvero così rassicurante sapere che queste persone hanno una scarsissima dimestichezza con la scienza, come pratica e come cultura e che perciò – ideologie a parte – si sono tagliati fuori o sono stati tagliati fuori da tutto ciò che di veramente importante e nuovo è accaduto negli ultimi,… facciamo 200 anni?

Contemporaneamente, il volume di Mooney & Kirschenbaum affronta l’altro lato della questione, un lato che su questo blog è sempre stato molto sentito – la progressiva scomparsa di scienziati che siano anche comunicatori di massa, in parte a causa della progressiva iperspecializzazione richiesta per entrare a far parte del mondo della ricerca, in parte per l’aperta ostilità dei colleghi.

E la frase di Jared Diamond citata a riguardo

Scientists who do communicate effectively with the public often find their colleagues responding with scorn, and even punishing them in ways that affect their careers.

… non può non ricordarmi il consiglio, offerto con le migliori intenzioni ma perentorio, di eliminare dal mio curriculum ogni riferimento alle mie conferenze divulgative pubbliche (sostanzialmente volontariato non retribuito) perché avrebbero potuto inficiare future opportunità di collaborazione con atenei ed aziende.

Mooney e Kirschenbaum osservano intanto che

the chance of a PhD recipient under age 35 winning a tenure-track job has tumbled to only 7%

In Italia le probabilità sono ampiamente sotto al 5%.

Ma allora perché non formare i dottorandi in modo che – esclusi dalla corsa alle cattedre e dalla ricerca di punta – possano dedicarsi alla divulgazione in maniera dignitosa e rispettabile?

Se pare un miraggio negli USA, in Italia pare una barzelletta.
Ma i master post-laurea in comunicazione scientifica, nel nostro paese, continuano a fare il pienone – con quote d’iscrizione da capestro.
Salvo poi fornire stage di praticantato in trasmissioni televisive che cercano di convincerci che sotto alla Sfinge c’è una discoteca per Templari gestita da una coppia di Ex-Nazisti Spaziali Atlanteani venuti dall’Antartide.

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Confronti Superflui

Cito il passaggio seguente dal blog Shamanic Journey, che a sua volta lo ricava da un forum on-line (visitate la sua pagina per leggere tutta la storia e lasciare un segno della vostra simpatia).

…il confronto col lettore è superfluo per colui che ha personalità creativa, perché il lettore non può e, se potesse non dovrebbe, modificare nulla del genio di colui che scrive, come accade per ogni effetto che non può modificare la sua causa.

OK, due minuti per smettere di ridere, poi ne parliamo.

…..

Finito?
Bene.
Pork-chop express, allora.
A manetta.

La creatività, vedete, è una brutta bestia.
Alcuni imbecilli vi diranno che la creatività o ce l’hai o non ce l’hai e studi ingegneria.
Non è vero.
La creatività è una funzione della mente umana selezionata per via darwiniana in lunghi millenni spesi ad inventare un nuovo modo per

  • sfuggire allo smilodonte
  • farsi una bistecca di mammuth
  • rimorchiare la bionda che abita nella terza spelonca verso il fiume

Mammuth e smilodonti richiedono una certa inventiva (ascia, lancia, atlatl) ed una notevole componente atletica (ma sapere dove saltare e dove correre… ah, creatività pura).
La bionda, però, dopo averla rabbonita con una costoletta di elefante peloso, la imbamboliamo di chiacchiere – creatività inadulterata e concentrata all’opera.

L’hanno capito i saggi taoisti, che pongono la capacità di raccontare storie fra le Cinque Eccellenze (ne abbiamo già discusso).

https://i0.wp.com/www.businessinnovationinsider.com/images/2006/07/Thinkertoys.jpgPerciò, mettiamoci il cuore in pace – la creatività ce l’abbiamo tutti.
Ciò che varia da individuo a individuo, casomai, è la capacità di metterla in moto, di metterla al lavoro, di usarla.
Non fate quella faccia – non è colpa vostra.
Esistono esercizi per stimolare la creatività, esistono metodi per soffocarla.
La scuola è spesso colpevole, colpevolissima, di potare la creatività nei ragazzi – quelli della mia generazione ricorderanno maestre preoccupate che, con un sorriso benevolo, rassicuravano i nostri genitori che “non è che non si impegni, è che ha troppa fantasia…”
Ma vai a farti un giro, vecchia carampana!
Ho dieci anni, cos’altro vuoi che abbia, se non una fantasia attiva come un geyser?!
Ma su venticinque soggetti, di solito dalle scuole elementari venti/ventidue escono con il cerebello arato e piantato a fagiolini.
Gli altri finiscono a disegnare fumetti durante l’ora di storia, o a scrivere racconti di fantascienza per rimorchiare la bionda del terzo banco…
Ma lasciamo perdere.

Quella della creatività come dono di Dio è una bella frottola che serve a quelli che sostengono di aver ricevuto il dono per guardare dall’alto in basso quelli che, poracci, non ce l’hanno (un modo come un altro per dirvi che Dio vi odia).

Conoscevo un tale che a venticinque anni scriveva “Alpi Cozzie” “a traverso” e “d’appertutto”, ma vinto un miserrimo concorsicolo per poetastri prese ad atteggiarsi a Seconda Venuta di Italo Calvino.
O di William Blake – fate voi.
Lui era creativo.
Noi altri no.

Si tratta di una faccenda strettamente culturale.
Confrontiamo le voci “Creativity” e “Creatività” su Wikipedia….

Creatività è un termine che indica genericamente l’arte o la capacità di creare e inventare; tuttavia esso può prestarsi a numerose interpretazioni e significati.

Creativity (or “creativeness”) is a mental process involving the generation of new ideas or concepts, or new associations of the creative mind between existing ideas or concepts.

Curiosa differenza, vero?
È un po’ come se dalle nostre parti ci fossimo fatti infinocchiare da Michelangelo…

https://i0.wp.com/www.andriaroberto.com/La%20Creazione%20di%20Adamo.jpg

Se non hai la barba e i puttini aggrappati alla schiena non puoi creare nulla.
Neanche uomini nudi.

Il problema, naturalmente, sorge quando il creativo si produce nella propria arte e ne viene fuori una porcheria.
Da qui, l’idea, mica male, che comunque la vile plebaglia non sia in grado di giudicare.
Citiamo ancora da Shamanic Journey…

l’utente medio e’ feccia

Mica scherziamo.
E poi, chi se lo fila, il giudizio della plebaglia?

Io scrivo per me stesso.

L’unica risposta sensata a questa affermazione è una lunga, sonora, modulata pernacchia.

Non fate quella faccia, è un classico.

Il punto è che anch’io, a dirla tutta, cucino per me stesso – diciamo un bel filetto di merluzzo saltato all’ortolana con lo zafferano e le erbette fini, servito con una patata al forno e due cipolline fritte.
Poi però me lo mangio.

Gli oggetti della creazione, se non vengono messi all’uso per cui sono stati creati, non hanno significato.
Scrivere per se stessi è un alibi, anche un po’ spocchioso, per sganciarsi dal meccanismo di giudizio e di feedback che è invece l’ossigeno proprio per quella creatività che, se blindata, soffoca e muore.

Ma a gente che definisce l’utente medio feccia, certe cose nel cranio non entreranno mai.
E anche se ci entrassero, non troverebbero nulla.