strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


5 commenti

Macchinine

dee94fcc8b1b12ec361d02ae08282b88

Oggi parliamo di… beh, di automobili, in un certo senso.
Questa che vedete fotografata qui sopra è una Brutsch Mopetta, una microcar progettata da Egon Brutsch nel 1956.

Si tratta di una monoposto con un motore da 50cc – a tutti gli effetti uno scooter.
Poteva percorrere circa 100 chilometri con tre litri di benzina, con una velocità massima di 45 km/h.
Avrebbe dovuto essere coprodotta dalla Opel, ma non se ne fece nulla – ne vennero costruiti solo 14 esemplari, dei quali si ritiene ne sopravvivano solo sei. Continua a leggere


Lascia un commento

Finesettimana con Elga

E così ho passato il finesettimana a montare Elga.
Che detto così suona maledettamente osceno, oltre che greve in maniera inammissibile.
Tuttavia, si è trattata di una esperienza sufficientemente significativa ed illuminante da giustificare un piccolo pork chop express.

Per chi non la conoscesse, Elga è la sorella ricca e un po’ snob di Billy.
Billy infatti si occupa di libri, Elga di abbigliamento.
Sì, insomma, Elga è un guardaroba dell’IKEA.
Come tutti i suoi fratelli e sorelle, vi viene servita sotto forma di svariate scatole piatte e tutto fuorché maneggevoli, da un commesso annoiato sistemato all’uscita dei magazzini, previo pagamento.
E qui ci sono tre faccende che mi piacerebbe che i dirigenti dell’azienda svedesse (un franchise, in effetti) si annotassero per i tempi futuri.
Primopiantatela per cortesia di sostenere nel vostro materiale informativo che le scatole piatte sono una botta di genio perché semplificano la vita dei clienti; le scatole piatte abbassano i vostri costi di magazzino, e non posso che compiacermene, ma portare a casa 150 chili di armadio sotto forma di 5 pacchi lunghi due metri e largi 50 centimetri, ciascuno del peso di una trentina di chilogramnmi – cinque dannate tavole da surf di ghisa – è comodo più o meno come… come fare surf con una tavola di ghisa.
Secondo – è male per gli affari, ma proprio male, piazzare un monitor che dice Tempo medio di consegna 37 minuti di fianco al poster pubblicitario nel quale sostenete Ti garantiamo la consegna del tuo acquisto in 15 minuti. Sarebbe fantastico se il monitor indicasse un numero inferiore a 15 minuti; ma un numero superiore a 15, associato a quell’altra scritta, potrebbe esasperare ulteriormente chi è già esasperato per altro (la lunga coda alle casse, ad esempio). L’impressione, se non altro, è che qualcuno al Controllo Qualità stia battendo la fiacca.
E a questo proposito…
Terzo – dite ai commessi di sorridere. Mi rendo conto che sorridere con uno stipendio da Co.Co.Pro. è quasi impossibile, specie se non si riesce a scordare che il “Progetto” attorno al quale ruota la nostra Collaborazione Coordinata è sostanzialmente consegnare tavole da surf di ghisa a clienti esasperati. Ma sforzatevi, dategli magari un bell’incentivo…

Quando ti arriva a casa, Elga mette subito bene in chiaro che non c’è trippa per gatti.
Tocca essere in due a montarla, ed avere un sacco di pazienza.
Ed aspettarsi l’inaspettato.
Oh, le istruzioni sono chiare e dettagliate come se le avesse tracciate Carl Sagan per farle imprimere sulla targa da imbullonare al Voyager, cosicché una qualche inimmaginabile civiltà aliena, fra migliaia di anni, a centinaia di anni luce da qui, sarebbe comunque in grado di montarsi un guardaroba.
E i pezzi ci sono tutti e sono tutti facilmente identificabili.
E in linea di massima il grosso del lavoro si fa alla svelta, con poche conseguenze fisiche (un paio di tagli, un piede indolenzito, niente di che).
No, è nei dettagli, nelle minuzie che IKEA naufraga miseramente.
La dannazione dell’IKEA non risiede nelle viti passanti che tengono insieme il telaio del guardaroba, ma nei chiodini da tappezziere coi quali si presuppone che noi si montino i fondi di masonite.
È l’assenza di fori guida per le viti che devono sorreggere la rotaia di base delle porte scorrevoli che causa la maggior perdita di tempo, il maggior sforzo fisico, la maggior frustrazione.
Un’ora buttata per dieci viti.
È la scelta di usare della plastica per le guide dei cassetti/cestello, e di fornire i pezzi in blister come se questo fosse un modellino della Airfix, e non separatamente.
Tutte minuzie, tutti dettagli minimi, cose che non danno troppo nell’occhio, e che certo comportano un bel risparmio per l’azienda e forse (forse) prezzi più bassi per il cliente.
Ma la quantità di frustrazione generata nel cliente è davvero sufficientemente giustificata da un prezzo al pubblico più basso di… quanto, due euro?

Ecco quindi un po’ di cose che ho imparato montando Elga.
Ho imparato che i dettagli sono importanti, che è sui dettagli che si costruisce la riuscita o il fallimento di un progetto, che dai dettagli si giudica la qualità.
Ho imparato che non sempre le scelte giustificate solo ed esclusivamente da considerazioni economiche meritano la priorità che si dà loro.
Ho imparato che è inutile dichiarare a gran voce le proprie qualità e far promesse, se poi nei fatti tali promesse sono disattese, tali qualità risultano assenti nella pratica.
Ed ho imparato che sorridere e dare un valore morale ed emotivo al proprio lavoro, anche quando è sottopagato e squallido, è comunque meglio.

Tutto questo, montando un guardaroba.
Mi viene da pensare che sarebbe il caso di spedire un po’ di pacchetti piatti di IKEA alla nostra classe dirigente…

Powered by ScribeFire.


3 commenti

Ferragosto con Billy

Proseguono i lavori per il trasloco.
E trasloco significa spostare i libri.
TUTTI i libri.
E questo significa procurare nuovi scaffali, i vecchi trabiccoli di legno grezzo ormai imbarcati e scricchiolanti declassati a strutture per il ripostiglio.
E questo significa una cosa sola: Billy, il simpaticamente-privo-di-personalità scaffale-libreria di IKEA.

Il nome, scopro vagando per la rete, è frutto di un astuto piano di marketing, che ha portato l’azienda svedese a fare un censimento dei nomi più diffusi in Svezia, in modo da selezionare i più comuni, simpatici e facili da ricordare per appiccicarli sui mobili.

L’oggetto chiamato Billy è tanto neutro da essere quasi zen nella sua semplicità.
Il modello base è alto due metri, con sette ripiani, tre dei quali fissi, gli altri quattro mobili.
Di colori neutri.
Và con tutto.
I ripiani reggono un carico notevolissimo (attorno ai 30 chili) senza imbarcarsi.

Imballato in cartone marrone, il Billy standard è un carico di quarantacinque chili distribuito in un parallelepipedo di due metri per ventotto per venti.
Con 32 gradi all’ombra e un 80% di umidità, si tratta di una maledizione precolombiana.
Per la biblioteca di casa, in prima battuta, ne servono otto – quattro da ottanta, due da sessanta, due da quaranta.

Se trasportarlo dal furgone alla stanza vuota è un patimento, e disimballarlo un buon sistema per sbucciarsi le dita, le buone notizie riguardano il montaggio – con un po’ di pratica e due cacciavite – uno a stella – un essere umano normale riesce a montare uno di questi affari in 20 minuti.
Con 32 gradi all’ombra e un 80% di umidità, facciamo 35.

Fondamentale ancorare Billy alla parete – c’è una staffa fornita di serie.
Serve un trapano, per il tassello.
In una vecchia casa di campagna, con i muri spesso non proprio dritti, la staffa di sostegno è al contempo una benedizione (mantiene la libreria nella posizione corretta) e una dannazione (tocca prendere un po’ di misure, magari usare una livella).

Il trucco, a questo punto, consiste nello stoccare circa 5000 volumi su questa vasta distesa vergine di ripiani impiallacciati dal nome studiatamente accattivante.
Ne parlerò in seguito.
Per cominciare, posso anticipare questo: disporre i libri come nella foto qui di lato non funziona.
Non funziona affatto.

Powered by ScribeFire.