strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


10 commenti

CSI Hong Kong

OK, un po’ di autopromozione, che poi autopromozione non è – è solo gongolamento pubblico.

Nelle ultime settimane (e anche un po’ di più) sono stato impegnato a lavorare su un articolo di ricerca apparentemente molto distante dal mio ambito accademico.
Un lavoro sulle triadi, i sindacati criminali cinesi.
Il pericolo giallo.

Ma non è così distante.
L’idea è quella di provare ad applicare ai (peraltro pochi) dati disponibili, dei modelli di analisi tipici degli studi ecologici in paleontologia, per rilevare tendenze, caratteristiche e strategie delle organizzazioni criminali, sulla base di numero di vitime all’anno, modalità di esecuzione, numero di criminali coinvolti, elementi rituali…
Per descrivere le pratiche di queste antichissime strutture criminali, per tracciarne evoluzione, cambiamenti, dinamiche interne ed esterne.

È fantastico.
Funziona.
Emergono fatti che non compaiono nelle ricerche ufficiali, ma che sulla base degli algoritmi di analisi sono irrefutabili – e trovano conferma nelle osservazioni e nelle esperienze, ad esempio, degli ufficiali di polizia.
E lo so, questa intera faccenda fa molto NUMB3RS, ma dico io… meglio assomigliare a NUMB3RS che a I Cesaroni, no?

Ora il pezzo è finito e consegnato.
27 pagine.
E pare che piaccia.
Da qui in poi, il suo destino è al di là del mio controllo.
Però è stato divertente e sorprendente.

Mentre ci lavoravo, mi dicevo, mah, al limite riciclerò la ricerca per un agile volumetto.
[su strategie evolutive non si butta via niente]
Beh, pare che anche se dovesse funzionare, e magari venire pubblicato in un dotto volume, mi avanza materiale a sufficienza per farlo comunque, l’agile volumetto.

E a questo punto, non posso che chiudere con questo pezzo…


10 commenti

Ostinato trogloditismo

Lungo post, la notte passata, sul blog di David Brin, che per una caso di pura sincronicità si ricollega ad un post scovato in India pochi giorni or sono, e stimola un pork chop express.

Si celebra questo mese il cinquantesimo anniversario della famosa Rede Lecture di C.P. Snow, nella quale venne delineata per la prima volta in maniera precisa la divisione delle Due Culture, sulla base di differenti linguaggi, differenti atteggiamenti mentali, differenti assunti di partenza.
A partire da quella conferenza si cominciò a delineare l’idea di una Terza Cultura, che potesse fungere da ponte fra le due – in modo che umanisti e scienziati potessero essere in grado di comunicare.
Pare che non abbia funzionato.

Oh, badate, la Terza Cultura esiste, sta bene e vi saluta tutti.
Il piccolo problema è che non si tratta della Terza Cultura ipotizzata da Snow.
Non è insomma il punto d’incontro di umanisti e scienziati, sulla base di un linguaggio e di una impostazione mentale comune.
Il motivo?
Semplice: gli umanisti si sono rifiutati di giocare.
Perciò, come sottolinea il profeta della Terza Cultuta, John Brockman

The third culture consists of those scientists and other thinkers in the empirical world who, through their work and expository writing, are taking the place of the traditional intellectual in rendering visible the deeper meanings of our lives, redefining who and what we are. Increasingly, The Third Culture has moved into the mainstream and the questions it is asking are those that inform us about ourselves and the world around us.

Il fatto che si siano rifiutati di giocare, naturalmente, non impedisce agli umanisti di essere incacchiati come furetti alla perdita (o minaccia di perdita) di quello che hanno sempre considerato un proprio primato.
Il fatto che scienziati – rudi meccanici che passano le proprie vite a scrutare il moto degli astri o a contare animali morti – possano esprimere opinioni su filosofia, arte o cultura, arruffa loro le penne in maniera egregia, e chiunque abbia incontrato nella sua vita un tacchino infuriato si rende conto di quanto pericoloso possa essere un laureato in lettere col panico che un chimico gli possa portar via il giocattolo preferito.

A partire da queste considerazioni, Brin ci mette del suo

High-end scientists do tend to be vastly more agile and forward-looking thinkers, than their counterparts in almost any other field of endeavor.  Instead of narrowly-specialized “boffins,” those at the top of their fields seem to be smarter, more-broadminded and deeply curious than anyone else alive. The reason for this is so astonishingly simple that it seems to have escaped notice.  It has nothing to do with any intrinsic superiority of scinetific minds.

Il motivo, spiega Brin, è da ricercarsi probabilmente nell’impegno che una carriera in ambito scientifico richiede.
Non ci si può occupare di scienza nel tempo libero – mentre altri interessi, parimenti dignitosi, e riferibili alla sfera delle humanities possono trovare spazio nel tempo libero.

Indeed, nearly all of the top scientists I’ve met (and I know many) also nurtured impressive artistic hobbies and passionate avocations, at near-professional levels.  They bridge the gap not as invaders from science but as brilliant people who never accepted the existence of any gap, in the first place!

Insomma, se gli umanisti si sono rifiutati di giocare, è anche molto probabile che gli scienziati abbiano accettato inconsapevolmente di giocare e – essendo gli unici in campo – abbiano vinto per questo motivo.

Meanwhile, the intellectual curse of vapid, simpleminded postmodernism has been slow to dissipate from hundreds of university English, Literature and social studies departments.  One symptom of this obdurate troglodytism has been the refusal of all but a dozen U.S. universities to pay more than nodding attention to science fiction, the most exploratory and truly American of all genres.  Another diagnosable illness is the slavish devotion that so many have pledged to the rigid storytelling tropes that Joseph Campbell called “fundamental” to myth.

Ma a parte questa simpatica polemica che è garantita per andare contropelo alla manciata di  allegri umanisti (ostinati trogloditi tutti quanti, ma in fondo benevoli) che talvolta hanno la ventura di capitare su questo blog, ciò che mi interessa in particolare del post di David Brin è l’idea che un sistema educativo che permetta agli studenti “orizzonti laterali di interesse” – o, se preferite un termine meno idiosincratico, un sistema che favorisca l’interdisciplinarità – sia preferibile ad uno che tenda ad approfondire un ambito ristretto e specialistico.

Da questo punto di vista, sulla carta per lo meno, il sistema americano risulta superiore a quello europeo – che tende ad avere corsi di laurea più focalizzati e approfonditi.
Non stiamo qui a discutere dei meriti di Harvard rispetto ad Oxford o altre simili baggianate – anche il sistema universitario italiano, sulla carta è un capolavoro, epoi si rivela essere una bolgia infernale nella pratica.
Parliamo dell’impostazione mentale.
È in fondo una questione della forma che si vuole dare alla propria cultura – se ampia e superficiale o profonda ma ristretta.
Possiamo ammettere senza campanilismi che, in ambito scientifico, l’Europa forma degli eccellenti specialisti (che non per nulla stanno popolando i laboratori del globo) mentre gli Stati Uniti producono degli eccellenti generalisti, dei validi mediatori interdisciplinari.
L’ideale, ovviamente, sarebbe una competenza a forma di T – ampia e approfondita.
Ma costa – in termini di tempo, impegno, danaro.
E spesso viene scoraggiata.
Qui da noi, ad esempio.
Attivamente.
Se per lo studente delle elementari e delle medie è male avere troppa immaginazione, per lo studente universitario è male avere troppi interessi.
Specie se questi interessi hanno un carattere extracurricolare.

È forse anche per questo – la butto lì tanto per stimolare la polemica – che i buoni scrittori di fantascienza, in Italia, si contano sulla punta dei pollici – perché chi si è costruito una solida cultura scientifica (il bacino principale di sviluppo della maggior parte dei grossi nomi della SF anglosassone e non solo) è stato attivamente scoraggiato a frequentare anche ambiti “artistici”.
Ed è forse sempre per questo motivo che molti di coloro che si occupano professionalmente di fantascienza dimostrano un curioso disprezzo – o per lo meno un’aria di superiorità ingiustificata – nei confronti del loro genere d’elezione.

E per cambiare registro – è forse per quessto che il livello qualitativo dell’insegnamento, a tutti i livelli, è spesso tanto scarso: aver passato sei anni in università a tritare integrali tripli non è una garanzia di essere in grado di spiegare la matematica a degli adolescenti in piena tempesta ormonale.

Ma che si tratti di creare scrittori di fantascienza, comunicatori e divulgatori che non addormentino il pubblico o scienziati in grado di collaborare con esponenti di altre discipline, le cose non sembrano destinate a cambiare alla svelta – per lo meno nel nostro paese.
Se è vero che la Terza Cultura ha ormai vinto (semplicemente facciamo fatica ad accorgercene),  è anche vero che nel nostro paese è stata picchettata e opzionata da pochi nomi celebri, con opportuno catalogo di noiosi bestseller, mentre il suo sviluppo viene attivamente scoraggiato in ambito accademico.
L’ostinato trogloditismo di cui parla Brin non è quindi appannaggio esclusivo dei docenti di materie umanistiche, ma di tutta la classe accademica (con le solite, poche eccezioni).
Mummificati e intombati.
Tutti presi da lunghe e vuote discussioni sull’eredità culturale di questo o quel riformatore che novant’ani or sono impose una sua visione alla cultura, e quella è rimasta, in altezzosa ignoranza dei cambiamenti avvenuti nel mondo reale.

Powered by ScribeFire.