strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Col vento

Questo post arriva sul mio blog attraverso una connessione radio a 20Mb.
Ci sono voluti quattro mesi, da quando i miei amici hanno organizzato una cordata per finanziarmi una connessione a internet decente, e finalmente abbiamo trovato un provider onesto che copre anche i più oscuri recessi della Valle Belbo, il Triangolo delle Bermuda dell’Astigianistan.

Tre ore fa, un tecnico gentilissimo è venuto a casa nostra, ha montato una parabola e un modem Fritz, e ci ha dato cordialmente il benvenuto nel ventunesimo secolo.

Seguiranno comunicati, piani, progetti e idee.
Perché questo dovrà diventare uno strumento di lavoro – e in fretta.
Ma per ora, ancora una volta, devo un ringraziamento ai migliori amici che si possano desiderare:

Giuseppe Tararà
Giuseppe Virzì
Giordano Efrondini
Alessandro Mana
Domenico Attianese
Angelo Sommobuta Cavallaro
Germano Hell Greco
Alessandro Girola
Gianluca Santini
Arcangelo Scattaglia
Bruno Bacelli
Angelo Benuzzi
Flavia Federico
Lucia Patrizi
Gemma Tanzini
Valentina Coscia
Massimo Mazzoni
Marina Belli
Marco Siena Contastelle
Cristiano Pugno
Silvia Pilly Von Bussen

Ah, già…

 

eolo (1)

Il nostro nuovo provider si chiama Eolo, e fin qui si è dimostrato una meraviglia di economicità, cortesia e competenza.
E sì, ci staremo attenti, perché la storia di Ulisse ce la ricordiamo bene.

Ma in questo momento le lucine lampeggiano, i bit fluiscono e noi

SIAMO TORNATI

… ora ci sarà di che divertirsi…

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Le tette di vetro di Harlan Ellison

Nel 1968 lo scrittore americano Harlan Ellison venne ingaggiato dalla Los Angeles Free Press per scrivere una rubrica settimanale di critica televisiva.
Ellison aveva lavorato a lungo per la TV e aveva vinto due premi come sceneggiatore per episodi di popolari serie televisive – Demon with a Glass Hand per The Outer Limits e City on the Edge of Forever per Star Trek1.
Era quindi la persona giusta per il lavoro.

TheGlassTeatIl risultato fu un ciclo di 102 articoli su cose diverse quali spettacoli comici, talk show, pubblicità, serie televisive.
La prima annata di articoli venne raccolta in un volume della Ace Books intitolato The Glass Teat – Ellison sosteneva infatti che la TV, uno dei mezzi di comunicazione più potenti e rivoluzionari disponibili all’uomo, era stato trasformato in una “tetta di vetro”, alla quale il pubblico si aggrappa in maniera acritica, sciroppandosi tutto ciò che viene passato, senza provare alcuno stimolo a pensare, a riflettere.
Ad immaginare.
La TV come morte dell’immaginazione.
Brutale, ma corretto. Continua a leggere


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Perché internet è meglio del sesso

L’estate è una stagione crudele con la blogsfera.
Mentre a ridosso del periodo delle ferie gli impegni lavorativi si intensificano, stanchezza e caldo cospirano per complicare le cose.
Il ritmo dei post si dirada sulla maggior parte dei blog.
Malpertuis annuncia un cambio di politica che dirà no alle recensioni negative, e rimane fermo per una settimana.
Il Garage di Demetrio chiude.
Commenti e ossarvazioni portano a lunghe discussioni e infiammano gli animi.

E su tutto, questa strana idea, ben sintetizzata in un’unica frase…

“Fai bene a prenderti una pausa, a volte è meglio occuparsi della vita reale”

Vita reale?
In che senso, vita reale?

Continua a leggere


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Articolo 50 bis

Benvenuti nel ventunesimo secolo.

Art. 50-bis.
(Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet)

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell’interno con proprio provvedimento.

4. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell’interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: “col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda”.

È la legge, ragazzi.


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Un passo indietro in Giappone

Tramite TechDirt veniamo a sapere che non è tutto oro quel che riluce nel Paese del Sol Levante.
La nazione più tecnologicamente avanzata del pianeta, sede dimolti interessanti esperimenti sulla deregulation dell’accesso all’informazione ed alla comunicazione, si appresta infatti a dare un bel giro di vite alle libertà civili su Internet.
E non solo
Il tutto, grazie ad un semplice giochino testuale nella revisione della Legge sulle Telecomunicazioni…

The law was intended to regulate broadcast content, but by adding in the phrase “open communication” it will now also include just about any public information put on the web, including newsgroups, bulletin boards and blogs. Once that’s in place, the Japanese government will then be able to go after any content it finds “harmful,” which seems rather loosely defined itself.

Insomma, una legge che permette al governo nipponico di censurare o “correggere” (questa suona un po’ orwelliana) contenuti on-line con un minimo di motivazione formale, e perseguire legalmente chiunque diffonda tali contenuti.

Ma non è tutto…

The second change would push mobile phone operators to put in place various filters to block “harmful” content from minors — though, again that definition of harmful is loosely described.

Già – i fornitori di servizi telefonici potrebbero essere spinti per legge a inserire filtri sulle linee che blocchino contenuti dannosi per i minori.
Ma ciò che non funziona, come sempre, è che la definizione di “dannoso” rimane aperta.

Saranno cavoli amari naturalmente anche per il file sharing (di qualsivoglia natura) e per ilconcetto di open source/open content.

Un dettagliato rapporto sulla situazione attuale e sui suoi possibili sviluppi è fornito dal blog Gyaku.
Fortunatamente in Inglese.

Per combattere l’irrigidimento del sistema, si è intanto formato in Giappone un movimento spontaneo (ma molto ben organizzato) – il MIAU.
Il loro sito è tutto in Giapponese ma anche solo per il logo vale la pena di visitarlo.

Intanto i laburisti Australiani stanno preparando qualcosa di molto simile nella Terra Giù di Sotto, e che – secondo alcune fonti attendibili – potrebbe segnare la fine della collaborazione scientifica fra accademici australiani e resto del mondo.

Non male, eh?
Siamo nel 2008 da nemmeno una settimana, e già c’è gente che spinge per rimandarci nel 1700…


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Tutta colpa di Internet

C’è un po’ di panico in giro, e mi pare il caso di mettere giù due righe.

Nuovo disegno di legge sull’editoria, varato alla chetichella dal nostro beneamato Governo il 3 agosto di quest’anno e testé approvato.

E a noi?, si dirà.
Si, ok, scrittore di letteratura d’immaginazione, ma quando mai ti pubblicheranno, giusto?
E anche così, se la vedonogli editori, no?

A parte il fatto che conto di piazzare ancora almeno due racconti entro l’anno, la nuova proposta ci riguarda perché tratta anche di editoria elettronica.

Di siti internet.

Di blog.

Art. 5 (Esercizio dell’attività editoriale)
1. Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative

Art. 7 Attività editoriale su internet)
1. L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.
2. Per le attività editoriali svolte su internet dai soggetti pubblici si considera responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni.

[le sottolineature sono mie]

In altre parole, chi gestisce un blog deve essere iscritto al ROC – Registro degli Operatori della Comunicazione.
Il che significa burocrazia.
Moduli.
Tasse.

ozzie osbourneE diventa responsabile del contenuto del blog – responsabile penalmente e civilmente.
Vi possono fare causa per diffamazione – o peggio.
Potreste finire come Ozzie Osbourne – no, non vecchi imbolsiti e rincoppati, ma accusati di aver istigato qualche psicolabile al suicidio.

Ora, non è la prima volta che capita – e siamo tutti qui a bloggare allegramente (che brutto, bloggare).
Come sempre tra il dire e il fare, in Italia, c’è molto più che e il…

systemshock02Non mi interessa ad essere sincero, lanciare grida d’allarme.
Ci sono problemi più gravi (letti i giornali, di recente?)

Mi interessa di più analizzare il fenomeno.
Molto cyberpunk, ne?
Run the net, baby.
Perché costruire un castello burocratico attorno all’accesso ad internet?
Per tassare ciascun blogger di venti euro all’anno?
Ma non li paghiamo già al nostro provider?

Il fatto è, vedete, che Internet è pericolosa.

Da una decina d’annia questa parte – forse più, forse meno – sui cosiddetti media tradizionali, la linea di confine fra informazione e intrattenimento si è fatta sempre più labile.
Questo ha coinciso con lo spostamento – all’interno degli organigrammi delle reti televisive, ad esempio – dell’informazione dal contenitore dei servizi a quello dei prodotti che devono sviluppare un introito.
E così come il legame fra aziende e politica si è andato rafforzando, così si è rafforzato il legame fra informazione ed aziende.
Ricordate, alle soglie del nuovo millennio, quando TUTTO – ospedali, università, ammistrazione pubblica – hanno dovuto adottare un modello aziendale?
Una informazione sponsorizzata – come e più di una informazione politicizzata – ha scarso interesse nella verità.
Anzi, a certi livelli teme la verità – che potrebbe irritare lo sponsor, che potrebbe tagliare i fondi.

E’ interessante che i bollettini interni delle aziende siano gli unici a sfuggire alla nuova legge, tra l’altro.

In campo musicale si parla di payola – le radio suonano solo i dischi che le case discografiche che pagano desiderano.
E’ considerata illegale.
Ma pensate alla programmazione di MTV…

E poi la comunicazione attraverso i vecchi media consente un controllo centralizzato.
Un monopolio dell’autorevolezza.
In campo scientifico, pubblicare i risultati di una ricerca su una rivista autorevole costa alcune banconote da 100 euro, e richiede almeno un anno dalla presentazione del manoscritto alla stampa.
Ciò preclude a tutti i ricercatori indipendenti l’accesso ai mezzi di diffusione più autorevoli – per pubblicare servono quattrini – e ritarda la diffusione delle idee.
La rivista sarà letta solo dagli abbonati – e gli abbonati pagano alcune centinaia di euro all’anno per leggere.
Pensateci.
Vi piace l’idea che la nuova cura per il cancro o per l’HIV venga palleggiata per diciotto mesi tra la sua scoperta e la sua comunicazione, per poi venire a conoscenza solo di quattrocento persone?

Tutto questo cosa c’entra col censimento di internet, con l’iscrizione di tutti i blogger all’albo?

Beh, il fatto è che internet non è un medium tradizionale.
Non è unidirezionale come sono invece dischi, libri, giornali, cinema, TV.
Se posto idiozie potete rispondermi, se posto falsità potete vedere i miei bluff portando la vostra verità.
Internet è una fonte indipendente di informazione interattiva.
Di autorevolezza molto discutibile a volte, ma con una cassa di risonanza colossale – postate una bandierina colorata su ventimila siti e la vedranno quindici milioni di persone.
Certi direttori di palinsesto ucciderebbero per avere un simile share.

Internet è pericolosa perché è un amplificatore per voci non-alineate.
Perché bastaun PC a carbone con software free e un abbonamento free ad un provider, e si può raggiungere una platea vastissima.
E dire che il Re è nudo, magari.

Quindi, chiediamo soldi ed un esame per poter postare sui blog, e rendiamo i blogger legalmente responsabili di ciò che loro (o i loro visitatori) postano.
Riduciamo l’accesso, rendiamolo più complicato.
Evitiamo che qualche operaio FIAT neghi in rete le notizie sulla rosea situazione dell’azienda torinese, o che qualche ammalato in un internet café appena fuori la sua clinica ci dica come va davvero il servizio sanitario nazionale.
castro

La nuova legge sulla comunicazione ha l’intento di limitare la libertà d’espressione degli italiani.
Meglio la Cina, allora.
Meglio Cuba.
Lì almeno la censura è palese.

Oh, probabilmente sarà una delle tremila leggi italiane scritte e non applicate.

Ma se intanto volete farci qualcosa, firmate LA PETIZIONE.


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Rose multicolori?

Quanto segue è la risposta all’ultimo post di Massimo Soumaré sul suo blog

Come abbiamo visto nei precedenti post, non e’ poi cosi’ vero come molti si lamentano che in Italia non ci siano persone che si danno da fare. Magari non saranno molte, pero’ indubbiamente esistono. Certo riuscissero ad avere un po’ piu’ di sostegno da parte di editori, produttori, ministero della cultura e quant’altro non dovremmo sentire piu’ la classica frase della signora con la spesa in mano “Ce li rubano i paesi esteri le menti migliori! Ladri!”. No, signora, diciamolo una volta per tutte, vanno via dall’Italia semplicemente perche’ chi sa fare spesso non viene messo in condizione di dare il meglio nel suo lavoro, si va via perche’ manca un sistema di meritocrazia, si va via perche’ nella ricerca nessuno vuole investire…
Alla televisione inneggiano al fatto che il vincitore del Nobel sia italiano (va beh, e’ solo un piccolo particolare quello che dall’eta’ di nove anni abiti in America, no?). Ma la domanda sorge spontanea: se fosse cresciuto in Italia avrebbe davvero avuto la possibilita’ di raggiungere un tale risultato?
Nonostante tutto, c’e’ ancora qualcuno che in questo paese si da da fare. Basta solo considerare l’esplosione dei lavori del cinema indipendente su internet, gli esperimenti della letteratura di genere di questi ultimi anni…un movimento che pare partire dal basso.
Sta forse per sbocciare una nuova rosa dai petali multicolore?

Ho i miei dubbi.
Ma se succederà, credo utilizzerà canali non ortodossi per crescere e diffondersi – nuovi modelli commerciali, marketing virale, diffusione personalizzata, autoproduzione e quant’altro.
Le strutture tradizionali – editori, riviste, persino certe comunità on-line e siti internet – sono troppo chiusi su se stessi per poter partecipare in qualcosa di radicalmente nuovo.

E, terribile ammetterlo, la nascita di una nuova generazione di ingegni (“intellettuali” essendo ormai termine screditato, così come “creativi”), aperti al pubblico e desiderosi di operare in questo paese sarebbe davvero qualcosa di radicalmente nuovo.

Eppure le cose si muovono.
Nell’ultima settimana, tre grossi gruppi musicali hanno detto addio alle rispettive case discografiche diventando “free agents” (nella gustosa definizione del leader dei Nine Inch Nails) – distribuiranno la loro musica via internet con un sistema a riscatto o a offerta libera.
D’ora in avanti, chi non farà lo stesso sarà uno sciocco (e penalizzato) – a me no che le case discografiche non cambino (improbabile).
Molti registi distribuiscono intanto la propria opera come download, o attraverso canali tematici su Joost e Miro, e partecipano a mostre del cinema virtuali – spesso riprese poi da manifestazioni storiche reali (Venezia, Berlino).
Molti di questi film arrivano poi sul mercato dei DVD (o DViX) saltando a pié pari la distribuzione nelle sale o su reti televisive.
In alcuni paese (ma non in Italia, come ha tenuto a farmi notare qualcuno) fumettisti autoproducono le proprie opere e spostano decine di migliaia di copie al di fuori dei canali editoriali mainstream.

E non abbiamo neanche sfiorato il crescente movimento per l’Open Source nei testi scientifici – la Public Library of Science, che tende a svincolare da una certa tirannia delle case editrici cartacee la pubblicazione di articoli accademici, superando così (ad esempio) i tempi tecnici e l’ovvio ritardo che referaggio, revisione, impaginazione, correzione, stampa e distribuzione impongono ora alla diffusione delle scoperte scientifiche.

Tutto questo sta accadendo, ora, là fuori.
E curiosamente, in un mercato che ci vuole tutti freelancer per fare un favore alle aziende, figure che tradizionalmente hanno rivestito il ruolo di liberi imprenditori di se stessi (gli artisti, gli intellettuali, i chierici itineranti) sembrano sul punto di organizzarsi in un informale ma ben connesso network di liberi agenti.

Per i libri, per la narrativa la cosa è un po’ diversa.
Bisognerà prima di tutto vincere il pregiudizio contro il libro autoprodotto – è ok se un musicista o un regista pubblica da sé la propria opera, se io mi stampo i miei romanzi sono un cialtrone…
Pregiudizio amorevolmente accudito e nutrito dagli editori tradizionali.
Superato questo – la convinzione infondata che un libro dell’editore X a 30 euro sia automaticamente migliore di un volume autoprodotto da 5 euro – il mercato sarà pronto anche per una maggiore diffusione della letteratura.
Esistono esperimenti coraggiosi – e di successo – come quelli promossi da Jim Baen (primo editore ad offrire gratuitamente in download un’ampia fetta del proprio catalogo e ad abbracciare l’editoria elettronica), autori come Cory Doctorow o Charles Stross.
In Italia, i libri di Roberto Vacca, rispettato divulgatore e solido romanziere, sonodisponibili come e-text a pagamento.
E vendono.
E proprio in Italia è stato stampato, qualche anno addietro, il primo, minimo manuale per fumettisti indipendenti e autoprodotti – Fare Fumetti, di Davide Toffolo.Quindi ciò che sta accadendo là fuori potrebbe accadere anche qui.
La rosa multicolore di cui favoleggia Soumaré in un impeto poetico potrebbe sbocciare.

Ma ci vorrà UN SACCO di lavoro.
E per prima cosa dovremo smettere di dire che “però l’Italia è una realtà troppo diversa…” bla bla bla.

La realtà è ciò di cui riuscite a convincere il prossimo.