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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Prigionieri

Selezione_003Mi hanno regalato un libro.
Nulla di personale – si tratta di una di quelle cose per cui ti iscrivi alla mailing list di un editore, e quello ti regala uno dei suoi libri in formato digitale.
Niente di che.

Il libro è invero un libricino, di qualcosa come quaranta pagine, si intitola Be Free Where You Are, ed è la trascrizione di una lezione tenuta dal monaco e maestro zen, Thich Nhat Hanh, nell’Istituto Correzionale di Hagerstown, in Maryland.
Sì, sitratta di una lezione sulla libertà tenuta davanti ad una platea di carcerati.

Ora, mi interesso di zen da decenni e ho sempre letto con un certo piacere i testi di Thich Nhat Hanh, ma ad incuriosirmi, inq uesto caso, è stato l’argomento, e il luogo.
Ci vuole un certo coraggio, una certa facciatosta, per andare a parlare di libertà in una prigione.E d’altra parte, in quale altro luogo il discorso troverebbe ascoltatori altrettanto attenti – e altrettanto bisognosi di scoprire come trovare la libertà indipendentemente da dove ci si trova?

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Spade e Reality Show

Sarò completamente onesto.
Ho deciso di procurarmi qualche titolo della serie Rogue Angel per via delle copertine.
No, avanti, non fate quella faccia.
La copertina è fatta per vendermi il libro.
In questo senso, le copertine di Rogue Angel, per quel che mi riguarda, funzionano perfettamente.
Alcune meglio di altre.

Detto ciò, di cosa stiamo parlando.
Di pulp fiction, tanto per cambiare.
Scritti da un ipotetico autore di nome Alex Archer (in realtà un house name sotto al quale si nascondono vari pennivendoli), i romanzi della serie sono pubblicati da Gold Eagle (etichetta che fa ovviamente il verso alla leggendaria Gold Medal).
Questa è narrativa spudoratamente seriale e a formula.

L’idea di base – Annja Creed è cresciuta in un orfanotrofio, si è laureata in archeologia (probabilmente nella stessa scuola che ci ha dato Indiana Jones, Lara Croft e… ehm, Sydney Fox) e poi, in seguito ad una partecipazione al David Letterman Show, è diventata la presentatrice di una trasmissione sui misteri del passato.
Sì, una cosa alla Voyager.
Però, ad un certo punto, Annja si è ritrovata ad essere la nuova titolare della spada di Giovanna d’Arco (sapete come succede), e la spada ha questa strana tendenza ad attirare il male al fine di poterlo distruggere.
La vita della dottoressa Creed è piuttosto movimentata.

Due parti di Tomb Raider, una parte di Highlander, una parte di Witchblade.

Quindi – una premessa che può solo funzionare nel genere pulp, e che all’interno del genere si adatta a qualsiasi trama si voglia mettere giù.
Una manciata di personaggi ricorrenti, una protagonista originale ma non esageratamente, i soliti misteri da trasmissione TV, delle buone copertine.
Un romanzo ogni due mesi, dal 2006 a oggi.
Bello liscio.

Vale la pena?
Dipende in generale dalla vostra tolleranza alla narrativa a formula.
Io al terzo romanzo ho cominciato a vacillare.
nel senso che il primo è ottimo intrattenimento di basso livello – si legge rapido, offre un paio di scene interessanti, e via.
Il secondo anche.
Il terzo pure – ma cambia ben poco rispetto ai primi.
Trentotto volumi?
No, grazie.
Però non vorrei essere frainteso – chi legge questo genere di storie apprezza e cerca la formula, e quindi di solito non disprezza la ripetitività che io posso trovare dopo un po’ logorante.
Non intendo dare un voto a questi libri perché non ho l’abitudine di dare voti, ma la sufficienza abbondante è certa.

Aggiungo che ho acquisito i volumi esaminati (e alcuni altri, che lascerò per i momenti di noia terminale) in formato ebook, e avvalendomi di un sostanzioso sconto – anche se i circa 4 dollari a titolo non sono particolarmente traumatici.


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Il secondo Gabriel Hunt

Avevo parlato abbastanza entusiasticamente del primo romanzo del franchise Gabriel Hunt, uscita pulp-avventurosa per Charles Ardai e i suoi compari della Hard Case Crime, forse la miglior casa editrice di hard-boiled vecchia maniera sulla piazza.
A differenza dei romanzi Hard Case, le storie di Gabriel Hunt appartengono tutte ad un unico continuum, hanno una forte componenta di azione e più che una traccia di fantastico sovrannaturale, e ruotano attorno alle avventure di un personaggio ricorrente, il Gabriel Hunt del titolo.
Anche l’autore dei romanzi (di volta in volta, un diverso ma un variamente titolato letterato “in vacanza”) si nasconde dietro allo pseudonimo di Gabriel Hunt.
Se l’espediente funzionava per Ellery Queen…

Passi l’aver letto (e centellinato) il primo titolo della serie.
cover_big.jpgAcquistare e divorare anche il secondo, Hunt Through the Cradle of Fear, significa cedere al lato oscuro del geekdom, e mettersi implicitamente in coda per acquistare e divorare anche gli altri titoli della serie.
E d’altra parte, ha probabilmente ragione il Time quando intitola “Indiana Jones Is Dead. Long Live Gabriel Hunt” la lunga intervista ad Ardai sulla genesi ed il futuro del personaggio.

Parliamoci chiaro – questa non è grande letteratura.
I personaggi sono di cartone, la trama si regge sul ritmo e sul succedersi degli eventi, sulla classica formula di Lester Dent per il buon thriller.
Rispetto al precedente Well of Eternity, praticamente un giro di prova, Cradle of Fear propone lo stesso inarrestabile globetrotting, le località esotiche (Ungheria, New York, Egitto, Grecia…), la bella in pericolo, il succedersi di minacce progressivamente più letali e inesorabili, l’antico mistero…
Charles Ardai (è lui questa volta che si maschera dietro lo pseudonimo di Gabriel Hunt) è la mente dietro al franchise, e quindi si prende più spazio per approfondire un minimo la backstory.
Nelle sue mani Hunt è un po’ meno bidimensionale, un po’ più simpatico.

Questa dicevamo, non è letteratura.
È puro intrattenimento.
E se qualcuno osserverà che non si tratta certo di Proust, ha perfettamente ragione. Ma non c’è scritto Proust sulla copertina.
Volumi sgargianti e veramente tascabili, fatti per essere letti in treno, in tram, o cacciati in una tasca dello zaino andando a fare una scampagnata.
Leggeri nel formato fisico e nel contenuto.
Ma non disattendono assolutamente il contratto col lettore – li avete acquistati perché volevate azione e intrattenimento.
Azione e intrattenimento vi vengono forniti.
A carriolate.

Ciò che rimane altamente didattico – ma a posteriori – è lo straordinario livello mantenuto dai moderni perpetratori di pulp anglosassoni, nonostante la formula e tutte le sue implicite restrizioni, in termini di qualità e freschezza.
L’impressione è che – a parità di pseudonimi e serialità a cottimo – gli anglosassoni non si vergognino affatto, al contrario delle loro controparti nostrane, di scrivere narrativa d’intrattenimento.
Non hanno perciò, né la necessità di flettere improbabili muscoli accademici, né la tentazione di cedere al pattume per “dare alla gente ciò che la gente vuole” che normalmente rendono stridenti le offerte avventurose dei nostri connazionali.

È possibile scrivere pulp e salvare la propria dignità – e rispettare il pubblico.

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