strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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#ioleggoperché

d1433422f216233edfcc17fd1833fc56928b6daAllora, diciamo che celebrare la Giornata Mondiale del Libro in un paese nel quale il lettore medio legge 0,76 libri l’anno è un po’ come festeggiare la Giornata della Cucina Vegetariana in un villaggio di cannibali.

E poi c’è la faccenda dell’hastag #ioleggoperché .

Ora, io posso anche farlo un post sul perchè leggo – perché no – ma di fatto le possibilità sono due.
O siete lettori, e non serve che io vi racconti nulla.
O siete non lettori, e allora non ha importanza.

Ma stiano al gioco… #ioleggoperché… Continua a leggere


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Vecchio Mondo Vigliacco

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Sì, era qualcosa di simile, in termini di estetica.

Rivanghiamo il passato.
Nel 1990 scrissi un romanzo di fantascienza.
Fu il mio primo lavoro lungo scritto al computer, dopo anni di macchina per scrivere.

Si intitolava Vecchio Mondo Vigliacco*, ed era sostanzialmente un poliziesco – una indagine su un omicidio in una società che oggi derfiniremmo postumana (ma era il 1990, ricordate) che ha trasceso il concetto di morte.
L’idea era di spedirlo al premio Urania – che era stato bandito per la prima volta nell’89.

Aveva parecchi antenati illustri, il mio Vecchio Mondo Vigliacco – tra i quali certamente Dancers at the End of Time di Michael Moorcock (ma ci sono anche suggestioni prese da Jerry Cornelius), Cynnabar di Edward Bryant e, inopinatamente, Zardoz, di John Boorman.
Sì, il film con Sean Connery col pannolone.

E c’è il Principio dell’Abbondanza di Colin Greenland, nelle descrizioni, nell’ambientazione.
Lo avevo appena scopertto, nel 1990, ed era certamente una delle cose che volevo mettere alla prova con quella storia.

Vecchio Mondo Vigliacco fu il romanzo che mise fine alla mia attività di narratore per circa cinque anni. Continua a leggere


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La condizione di Muzak

Rubo il titolo a Robert Hughes o forse, chissà a Jerry Cornelius.
Ma non voglio parlare di musica.
O di arte.
Però…

Qualche giorno addietro si parlava, con alcuni amici, dei cartoni animati giapponesi coi quali è cresciuta la mia generazione.
La prima grande ondata.
I robottoni di Go Nagai.
Capitan Harlock.
Lupin III.
I ninja di Sampei Shirato.
E poi giù giù fino a… mah, io direi fino a Tenchi Muyo e Patlabor.
Io i confini della “mia generazione” li metto lì.
Dopo, i cartoni diventarono – per me e per alcuni miei coetanei – una faccenda abbastanza noiosa, con occasionali picchi di genialità, sì, ma non più una monolitica fonte di intrattenimento.
Ma non si faceva, coi miei amici, la gara per decidere se il Gundam sia più forte di Naruto.

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