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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Da Zanzibar a Zurigo

Mi è capitato spesso, in passato, di dire che Stand on Zanzibar, romanzo pubblicato da John Brunner nel 1968 – ed uscito da noi col titolo di Tutti a Zanzibar – andrebbe fatto leggere nelle scuole. Uno dei tanti, che bisognerebbe far leggere nelle scuole. Magari non proprio in prima media, ma decisamente nei primi due anni di superiori.

Costruito come un dossier, una raccolta di scorci diversi di un futuro sovrappopolato e in bancarotta morale, il romanzo di Brunner anticipa una quantità di temi che ci sono diventati dolorosamente familiari, dalla malsana commistione di informazione, spettacolo e politica ai “reality show”, alla strenua difesa della discriminazione istituzionalizzata, all’idea di “fake news” usate come armi per minare la percezione della realtà dei cittadini. la bulimia dell’informazione non filtrata, o filtrata in maniera spuria. La crisi economica. I nuovi poveri.

È curioso leggere Stand on Zanzibar oggi, nel 2021, e dirsi, diamine, John Brunner lo aveva capito e ci aveva avvisati, cinquantatré anni or sono. Ma anche se non abbiamo dato ascolto all’avvertimento di Brunner, sarebbe importante leggere il suo romanzo (tutti i suoi romanzi, a dire il vero).

Mi sono ritrovato a pensare a John Brunner, e a Zanzibar, quando due giorni or sono ho iniziato a leggere The Ministry for the Future, di Kim Stanley Robinson, che del lavoro di Brunner emula la struttura frammentaria e polverizzata, che mescola vignette, trascrizioni di conferenze, una miriade di punti di vista, nel tracciare una storia del prossimo futuro attraverso le vicende che ruotano attorno al “Ministero per il Futuro”, una task force creata a partire dagli accordi di Parigi ed incaricata di difendere gli interessi di chi non ha una voce propria – le generazioni future, gli ecosistemi, i biomi. Dai loro uffici di Zurigo (vicini alle banche, perché è lì che si gestisce il potere), questi uomini e queste donne dovranno inventarsi qualcosa per salvare la nostra specie dall’estinzione. In nome delle generazioni future.

L’idea alla base del romanzo di Robinson è cercare di scardinare questa forma mentis che ci intrappola, e che ci porta a vedere il sistema economico attuale come l’unico possibile, e l’unico accettabile, al punto da preferire la fine della civiltà, e forse della vita della nostra specie, alla fine del sistema economico. In questo, Robinson affida alla fantascienza la sua missione istituzionale – immaginare alternative, e così facendo aiutarci ad immaginare a nostra volta delle soluzioni, dei futuri, al di fuori del paradigma dominante.

Rispetto ad al tri lavori di Robinson, sto trovando The Ministry for the Future estremamente veloce, pur restando denso di idee, di ipotesi, di polemiche. Il libro fila come un diretto, contiene capitoli assolutamente agghiaccianti (il capitolo in apertura, in cui un’ondata di calore anomala uccide venti milioni di persone in India, è drammaticamente attuale) e capitoli francamente divertenti (l’idea di prendere militarmente il controllo a Davos e tagliare i servizi ai signori dell’economia, per dar loro l’esperienza di andare a prendere l’acqua al fiume ed andare nei boschi ad espletare i propri bisogni). Tutto, come sempre, molto ben documentato e circostanziato, dalla geoingegneria alle nuove (o non così nuove) teorie economiche e politiche, ai dati sull’evoluzione climatica del nostro pianeta.

Il romanzo è stato criticato come “troppo ottimista” – perché l’idea che sia possibile un sistema diverso, e che lavorandoci tutti assieme sia possibile salvare la nostra specie, e la nostra civiltà, è troppo “buonista”, a quanto pare.
Ma lo sappiamo, c’è un sacco di gente là fuori che continua a pensare che “sociopatico” sia un complimento.

Credo che anche The Ministry of the Future, del quale non mi risulta disponibila al momento una edizione italiana, sia un (ennesimo) libro che sarebbe necessario leggere nelle scuole.
E sarebbe bello, se nel 2070, qualcuno lo dovesse leggere ed osservare che Kim Stanley Robinson aveva capito e ci aveva avvisati.
Vorrebbe dire che ha funzionato, e noi siamo sopravvissuti.
Sarebbe bello davvero.


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La leggenda del bravo artigiano – John Brunner

Chiudiamo l’estate con un pezzo a richiesta per il piano bar del fantastico, su un autore che si è avuta troppa fretta di dimenticare.

John Brunner aveva due anime.
Da una parte era autore di opere estremamente sofisticate e sperimentali, romanzi colossali che avrebbero dovuto cambiare il volto della fantascienza – e in alcuni casi lo cambiarono.
Dall’altra, era un veloce, agile perpetratore di narrativa d’immaginazione leggera e divertente, il classico riempitivo dal 150 pagine che fece la fortuna delle prime collane di paperback.
Fu impareggiabile in entrambe le sue incarnazioni.

Cominciò a scrivere da ragazzo, negli anni ’50.

Il primo libro che ho letto di John Brunner – fatemi causa – è stato Atlantic Abomination.
Un classico pastiche lovecraftiano con una bella razionalizzazione fantascientifica sotto, che sarebbe piaciuto assai al Gentiluomo di Providence, ma piacque un po’ meno all’editore italiano – che decise di tagliare completamente il prologo, scritto da Brunner in aperta e divertita parodia del lessico e dello stile di H.P. Lovecraft.
Siamo certi che non si trattava di più del 15% del testo…

Brunner aveva delle idee.
In Atlantic Abomination, creature spaziali che un tempo colonizzarono la terra si risvegliano e creano un orripilante impero fondato sul controllo telepatico.
In To Conquer Chaos, uno stargate rimasto aperto haportato all’invasione della terra da parte di spaesate (e incacchiatissime) bestiacce aliene.
In The productions of time (Dramma d’avanguardia, qui da noi), si anticipano tanto i reality show che il commercio delle esperienze alla maniera di Strange Days – ed una compagnia di attori ha un pessimo finesettimana nelle brughiere del nord dell’Inghilterra.
In The Wrong End of Time, un’America isolazionista deve venire salvata da se stessa nell’imminenza di un primo contatto alieno.

The Squares of the City (La Scacchiera), probabilmente il mio preferito fra i libri di Brunner, descrive l’uso dell’urbanistica come arma in una partita a scacchi giocata usando i cittadini di un ipotetico stato sudamericano come pedine

E tutte queste sono produzioni degli anni ’60.

Negli anni ’70, Brunner si limitò a creare gran parte dell’armamentario del cyberpunk con Shockwave Rider – ma quelli fighi non si accorsero di nulla fino a che Bill Gibson non gli sbatté in faccia le stesse idee dieci anni dopo.

Specializzato in distropie, Brunner rese al meglio con titoli come Stand on Zanzibar (Tutti a Zanzibar – un libro che dovrebbero far leggere nelle scuole), The Jagged Orbit (L’Orbita Spezzata), The Sheep Look Up (Il gregge alza la testa).
In Players at the Game of People, si può concludere un contratto con i “proprietari”, e non si avrà più una preoccupazione al mondo – ma c’è un piccolo dovere da assolvere…

Zanzibar, da più parti considerato il libro più importante di Brunner, anticipa (dai lontani, sperduti anni ’60) tali e tante delle caratteristiche della società attuale – dalla prepondranza invasiva dei media alla volontaria ed entusiastica riduzione della donna ad oggetto sessuale, passando per la tirannia dell’immagine, la sovrapopolazione e la disoccupazionerampante, l’erosione delle competenze e la trasformazione della politica in intrattenimento – che non si può che restarne impressionati.
Che Brunner riesca a costruire un simile testo scardinando completamente le regole del romanzo (il libro è di fatto un dossier, non una narrativa lineare) e inventandosi una lingua, non può che lasciare il lettore pieno di reverenziale meraviglia.

Brunner frequentò anche, sporadicamente, il campo del fantasy, con la serie di racconti imperniati sul Viaggiatore in Nero, una serie di avventure in un mondo conteso fra Ordine e Caos che assomigliano – ma non sono analoghe – a quelle di Elric l’Albino.

Se le idee erano l’arma principale di Brunner, la sua capacità di scrittura – era per preparazione accademica un linguista – rimane sorprendente se si confrontano la prosa spigliata e veloce dei romanzi di puro intrattenimento con i giochi linguistici e strutturali dei romanzi più importanti (comunque mai fini a se stessi).
A minarne la popolarità è forse proprio l’eclettismo – carattere odiato da editori e critici – e la prersenza di un catalogo sterminato di titoli.
Cause alle quali si aggiunge una certa diffidenza – insinuatasi nel corso degli anni – verso la fantascienza new wave degli anni ’60 (alla quale il solito Ike Asimov per primo fece una pessima pubblicità).

Brunner è morto nel 1995, a 61 anni.

Ha un erede, oggi?
Fatico a trovare una risposta – un autore tanto letterario quanto popolare, con un forte interesse per la condizione umana ed armato di idee innovative… Stephen Baxter lavora ad una scala troppo diversa, e lo stesso vale per Iain Banks.
Forse Charles Stross.
Forse.

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Zanzibar è qui

Oggi, per la prima volta in una decina di giorni, ho avuto modo di leggermi con calma il giornale.
Considerando che grazie al demenziale terrestre il mio televisore è ormai ridotto a riprodurre solo DVD, e che non avendo recentemente percorso lunghi tragitti in automobile non ho ascoltato la radio, da una decina di giorni vivevo in un vuoto d’informazione quasi assoluto.
Oggi ho letto finalmente il giornale…
Donnine, politica confusa, mai tanti non-ammessi alla Maturità…
E ho pensato a John Brunner.

John Brunner se ne andò ventiquattro anni or sono, ancora relativamente giovane.
Autore estremamente prolifico, è responsabile di due romanzi che rimangono piantati nel mio cervello – The Squares of the City (in Italiano La Scacchiera) e The Productions of Time (credo sia Dramma d’Avanguardia, qui da noi).
E poi una infinità di altre storie.
E su tutte, torreggiante e inarrivabile, Stand on Zanzibar.
Tutti a Zanzibar, nell’edizione italiana.

File:Standonzanzibar.jpgTutti a Zanzibar è un romanzo che dovrebbero regalare a tutti coloro che acquistano un televisore.
Chissenefrega del decoder – beccati ‘sto romanzo, e leggilo!
Massiccio, intricato, a tratti irritante per la sua discontinuità, Tutti a Zanzibar è essenziale per comprendere ciò che il televisore ci rigurgita addosso ad ogni occasione.
Un mondo in cui allo sviluppo tecnologico non è corrisposto un equivalente sviluppo morale.
O culturale.
Un mondo di analfabetismo rampante e di perenne caccia al quattrino, unica misura del successo.
Un mondo di informazione prefabbricata e intrattenimento forzato.
Un mondo di degrado ambientale e di ridanciano ottimismo mediatico.
Un mondo nel quale un sistema di caste si sta lentamente espandendo, dove l’apparenza è tutto e tutto ciò che si desidera è essere beautificati.
Un mondo nel quale i drogati guardano la televisione e pensano “Cazzo, che fantasia che c’ho!”
John Brunner aveva già visto tutto, nel 1968.
Il romanzo è ambientato nel 2010.

Dovrebbero darlo in regalo con ogni televisore venduto, Tutti a Zanzibar.
E obbligarci a leggerlo una volta l’anno.
Come espiazione per il mondo che stiamo creando.

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