strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Steve Jobs non è morto per i nostri peccati

Premessa – questo post non lo volevo fare, per motivi che forse appariranno chiari.
Però, poi, sapete come sono fatto…
Pork chop express alla memoria, quindi.

È ben documentata la mia scarsa simpatia per la morte.
Non mi piace, non mi attira, preferirei evitarla del tutto.
Ben poco mi consola il ragionamento che i morti non sanno di esserlo, proprio perché i vivi sanno che lo saranno.
Insomma, credo che morire sia una gran scocciatura.
Immagino che morire a 56 anni, piuttosto che a 60, o a 85, lo sia ancora di più.
Ancora un sacco di anni davanti, potenziale inespresso…
E posso immaginare che morire a 56 anni, ricchi sfondati, sia anche peggio – perché se per alcuni la morte può essere un sollievo dagli stenti (ci han fondato religioni, su quell’idea), beh, morire nel momento in cui tutto sembra andare per il meglio… dai!

Questo per dire che ho provato una fitta di sano dispiacere, quando ho saputo della morte di Steve Jobs.
Non per i computer, gli mp3, i discorsi agli studenti o quant’altro – a per il semplice fatto che morire a 56 anni, quando tutto pareva tirare per il meglio…
Poi, però…

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Winston

C’è un racconto, scritto da Pete Townshend (e pubblicato nel suo volume Horse’s Neck), in cui si racconta il monologo /delirio di Ray Davies, ubriaco ad una festa a New York l’otto dicembre del (mi pare) 1981.
Il racconto si intitola Winston.
La crisi di Davies fu provocata dalle banalità pronunciate dai partecipanti alla festa, in occasione dell’anniversario della morte di John Lennon.
Non ho il libro sottomano, ma il punto nel discorso di Tonwshend/Davies (non abbiamo infatti la versione di Davies sulla facenda, e quindi Townshend potrebbe essersi inventato tutto) è che la presenza di un lunatico con la pistola nella vita di un artista di prima grandezza non è, di per se, insolita o sorprendente. Continua a leggere