strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Mondo di Nehwon

$T2eC16hHJFoE9nh6qS4YBQoh3OQ3zw~~60_35Il volume numero 20 della Fantacollana è Il Mondo di Nehwon, di Fritz Leiber, ha una copertina di Karel Thole ed è gigantesco.
Questo perché, con una decisione che non mi sono mai spiegato, i curatori decidono di pubblicare in ununico volume le quattro raccolte di racconti di Fafhrd e del Gray Mouser che costituiscono il prequel del già pubblicato Le Spade di Lankhmar.

Il volume Nord include perciò
Swords and Deviltry (1970)
Swords against Death (1970)
Swords against Wizardry (1968)
Swords in the Mist (1968)

I racconti di Fafhrd e del Mouser riuniti in questi quattro volumi (e nel colosso della Nord) erano variamente usciti su differenti riviste e antologie fra gli anni ’40 e gli anni ’70, e coprono quindi un ampio periodo della produzione e dell’evoluzione di Fritz Leiber, autore del quale non si potrà mai dire altro che bene.

Swords_in_the_MistFantasy-fantasy, quindi – sword & sorcery ma lontana dal modello di Howard.
Leiber privilegia l’intelligenza, il dialogo, il machiavello.
La violenza è breve e tutt’altro che idealizzata.
Anche i piani migliori vanno a gambe all’aria.

Strana decisione, dicevo, quella del volume unico.
Se la scelta di pubblicare l’unico romanzo della serie per primo è comprensibile – il pubblico preferisce i romanzi, ci dicono gli editori – quella di fare un solo volume-monstre di tutte le storie di Lankhmar rimane, a mio parere, curiosa.
Perché non fare come con le raccolte di Conan?
O perché non fare due volumi?
Forse il pubblico non aveva colto la qualità dell’opera di Leiber, e si cercava di impressionarlo con la quantità?
Non lo sapremo mai.

Swords_Against_DeathResta il fatto che Il Mondo di Nehwon è colossale per molti altri motivi.
Le storiedi Fafhrd e del Grey Mouser sono uno dei capisaldi della letteratura fantasy e della sword & sorcery.
Non si tratta solo di capacità inventiva – il mondo di Nehwon, del quale Lankhmar, la Città dalla Toga Nera, è l’ideale capitale (im)morale, esiste sulla superficie interna di una bolla d’aria in perenne ascesa verso l’ignoto, in un universo che è un oceano, e nel quale ogni bolla è un mondo*.
Non si tratta neanche della palese dimostrazione della flessibilità del genere – che usando la stessa coppia di protagonisti e lo stesso universo, ci offre dall’avventura classica al noir, al weird, all’avventura marinaresca.
Ciò che rimane inarrivabile è la facilità con la quale Leiber riesce a nobilitare anche una storiella costruita sul nulla con un linguaggio che è assolutamente perfetto.
Avere a disposizione la prosa di Leiber in una traduzione di qualità – come nel caso di questo volume – è una autentica meraviglia.

E poi, naturalmente, noi italiani, l’omnbus leiberiano – che oggi pare essere lo standard nel mondo anglosassone – ce l’avevamo trent’anni prima.

Swords_Against_WizardryInutile parlare di trame – ogni racconto è un gioiello.
Di azione ed avventura (I gioielli nella foresta)
Di surrealismo (Il Bazaar del Bizzarro)
Di satira (Tempi magri a Lankhmar)
Di crudeltà (Triste incontro a Lankhmar)
Di ribalderia (Quando il re del mare è assente)

Colossale.

Fafhrd e il Mouser sarebbero tornati in Spade fra i Ghiacci (che usciva negli USA proprio mentre da noi usciva questo volume) e nel volume finale, Il Cavaliere e il Fante di Spade (che brucia malamente il titolo originale, The Knight and Knave of Swords).
Ma tutto questo è di là da venire.
Per ora, abbiamo questo volume che pare un dizionario, è che è letteralmente zeppo di meraviglie.

Swords_and_DeviltrySciocco dettaglio personale – so di compiere un atto sacrilego, ma ho sempre trovato la copertina di Karel Thole particolarmente… no, non brutta (Thole non ha mai fatto una copertina brutta) ma poco convincente – il Mouser in particolare pare uno stregone incartapecorito e artritico.
E non sono solo ragionamenti da fanboy – quella copertina e il prezzo non proprio amichevole del volume mi spinsero ad acquistarlo e leggerlo relativamente tardi.
Ma naturalmente, non è mai troppo tardi per amare Leiber.
E per rivalutare la copertina di Thole
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* Dove sono i vostri boschi degli elfi, adesso?


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Conan l’Avventuriero

conan l'avventurieroIl quinto volume della Fantacollana Nord è Conan l’Avventuriero, di Robert E. Howard.
Finalmente (è il caso di dirlo) un titolo sul quale l’etichetta di “fantasy” può stare senza scatenare particolari dubbi o discussioni tassonomiche.
Fantacollana 5 è sword & sorcery – ed eccellente sword & sorcery.
È l’aprile del 1974.
Il volume ha una bella copertina di Karel Thole, ed è tradotto da G.L. Staffilano*.

I lettori della Nord hanno già incontrato Conan nella collana Arcano, dove The Hour of the Dragon/Conan the Conqueror è stato pubblicato pochi mesi prima dell’uscita de L’Avventuriero.

Le storie di Conan pubblicate dalla Fantacollana sono quelle della edizione ACE americana, curate da Lyon Sprague De Camp, e integrate dagli apocrifi di De Camp medesimo, di Lin carter e di Bjorn Nyberg.

Facciamo qui una pausa di due minuti perché i fan durissimi e purissimi possano urlare al cielo il loro odio per De Camp, Carter e Nyberg, che hanno dissacrato la creazione dell’eccelso Two Guns Bob Howard.

Fatto?
Bene.
Torniamo alla realtà.

Secondo la leggenda (e chi siamo noi per mettere in dubbio la leggenda?), Prinzhofer e Valla contattarono De Camp per negoziare i diritti delle sole storie scritte da Howard, ma De Camp li convinse che, a parità di spesa, tanto valeva acquistare tutto il pacchetto.
Ma allora, perché partire con Conan l’Avventuriero? Continua a leggere


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L’Anello del Tritone

20308Il secondo volume della Fantacollana Nord è L’Anello del Tritone (The Tritonian Ring) di Lyon Sprague de Camp, originariamente uscito ventidue anni prima, nel 1951.
Ottima copertina di Karel Thole – l’originale aveva una copertina di Frazetta.

L’Anello del Tritone è molto più fantasy de I Gioielli di Aptor, uscito poche settimane prima – si apre con una panoramica di un pantheon alquanto grottesco, e passa ad un dialogo piuttosto acceso fra divinità, per poi spostarsi a Lorsk, principale nazione del continente di Pusad, che sta lentamente colando a picco…

Ma anche così, il romanzo è parecchio distante da ciò che oggi un fan del fantasy accetterebbe a cuor leggero come esempio del proprio genere d’elezione.
Oh, ci sono parecchi elementi tipici.
Non ci sono elfi, draghi e Oscuri Signori, è vero, ma c’è la magia, ci sono strane bestie e strane razze, c’è un mondo diverso dal nostro.
Beh, relativamente diverso dal nostro…

Lyon Sprague de Camp – lo abbiamo detto e lo ripeteremo – è un ingegnere, e un materialista empirico.
Questo – oltre al suo amore per i classici e per la letteratura d’immaginazione – informa il “Ciclo Pusadiano” al quale appartiene L’Anello del Tritone.
Pusad (o Poseidonis che dir si voglia) è un continente in via di progressivo sprofondamento, e possiede una geografia basata sull’autentica mappa del mondo in epoca glaciale, e molte delle sue caratteristiche sono affini a quelle di Atlantide.
È a Pusad, ci farà sapere l’autore (non senza una strizzata d’occhio) che Platone pensava quando descrisse il suo continente perduto*.

Tritonian_ringLe divinità del prologo battibeccano per via di una profezia che ne preventiva la decadenza e la scomparsa, in seguito alle azioni future del principe Vakar di Lorsk.
Quali azioni?
Nessuna divinità ne ha la più pallida idea.
Si vota allora il progetto preventivo di eliminare Vakar, e risolvere il problema all’origine.
Inutile dire che proprio il piano per sopprimere Vakar metterà in moto gli eventi che porteranno la profezia a compiersi.
Al centro dell’azione, l’Anello del Tritone, misterioso artefatto che gli dei temono, e del quale Vakar spera di avvalersi per uscirne vivo.

Ma non mancano una congiura di palazzo, i pirati, una donna con la coda di cavallo, le amazzoni e un ampio bestiario preso di peso dalla mitologia classica e dai racconti di viaggiatori medievali e rinascimentali.
E un granchio gigante.
Perché tutto viene meglio, con un granchio gigante.

Estimatore di Howard, Lyon Sprague De Camp è infinitamente più fiducioso nei valori della civiltà, rispetto a Two-Guns Bob, e infligge un bonario ridimensionamento di molti elementi tradizionali del fantasy howardiano.
Vakar è moderatamente eroico, ma forse più interessato a spassarsela e a salvare la ghirba che non a maneggiare spade e altri aggeggi affilati.
E le donne sono forse altrettanto fascinose, ma molto meno algide – De Camp ha un atteggiamento più sano e maturo di Howard rispetto alla sessualità, e apprezza un po’ di sana scollacciatura (pur restando ampiamente entro i limiti della decenza).
Il dialogo è divertente e lieve, e specie quando sono gli dei a parlare, ha un tono anacronistico che aggiunge un livello di ridicolo al già notevole carico di ridicolo che il fieramente ateo De camp riserva ai suoi dei – non dissimile in questo da ciò che negli stessi anni sta facendo Fritz Leiber (oh, se ne parleremo!) o quanto abbia fatto in tempi più recenti Terry Pratchett.
Gli dei sono sciocchi, non esageratamente onnipotenti, persi in diatribe fasulle e in sciocchi atteggiamenti… beh, divini.
Non mancano divinità pluritentacolate “che erano antiche quando ancora gli altri dei erano fanciulli”, e divinità di ovvia origine preistorico-cavernicola (fronte bassa, mascella massiccia, abbondante peluria e vaghi tratti ursinidi).

L’Anello del Tritone, insomma, è fantasy, ma fantasy scritto da un autore di fantascienza, che ragiona e immagina secondo i parametri della fantascienza, e non può fare a meno di dimostrare una certa elegante superiorità verso il genere e i suoi cliché.
E si legge con un certo piacere.
La miscela di invenzione, dato storico, elementi mitologici tradizionali e classici e modernità piacque a molti, all’uscita del romanzo, e meno ad altri.
È ragionevole ipotizzare che – divertimento a parte (e il romanzo è oggettivamente divertente) – De Camp stia continuando col suo uso ideologico del fantasy, sfruttandone modi e strutture per portare avanti un discorso razionalista e scientifico.
Sarà dopotutto qualcosa di diverso dalla magia, a compiere la profezia e ad annunciare il tramonto delle divinità.

Il ciclo pusadiano prosegue con tre storie, “The Stronger Spell”, “The Owl and the Ape”, and “The Eye of Tandyla” – che sarebbe bello avere nello stesso volume.
La Nord non le pubblicò mai.

tritonianSciocco dettaglio autobiografico – lessi il romanzo in inglese, in una edizione New English Library che aveva una copertina che riuscii a capire solo dopo aver superato la metà del romanzo.
Fu uno dei primi romanzi che affrontai in inglese – conoscevo De Camp (per via del volume 11 della Fantacollana – ne parleremo) e cercavo attivamente lavori suoi.
Lyon Sprague De Camp, colto, ironico, sottile, scrive in un bell’inglese chiaro e diretto, ed è una eccellente lettura per chi, con l’inglese, non è ancora al meglio.
La mia copia in italiano arriva da una bancarella, ed è un cimelio al quale sono decisamente affezionato.

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* Non dimentichiamoci che De Camp pubblicò l’eccellente Lost Continents, proprio sul mito di Atlantide nella storia e nella letteratura (da noi lo pubblicò Fanucci, e vale ogni centesimo speso per procurarselo).